Il quaderno di Santorini – A Venezia

Venezia l’avevo visitata da piccolo, ma non l’avevo capita. Come quando ricevevo in regalo un libro: avevo dieci, undici, dodici anni e provavo sempre le stesse due sensazioni, da una parte la rabbia perché quel regalo toglieva la possibilità a qualche altro, sicuramente più gradito, dall’altra, quella strana sensazione di limite, avere tra le mani qualcosa che si legge negli occhi di chi ci sta intorno prezioso e che noi, in quel momento, non riusciamo a vedere.

Venezia l’ho poi ritrovata come scenario di un film che ho molto amato di Silvio Soldini “Pane e Tulipani”, e in ossequio a quel vivido ritratto non ho più avuto fretta di tornarci, quasi a non rovinare: mi piaceva immaginarla così, come l’aveva descritta quel film a pastelli. La Venezia di Pane e Tulipani esiste.

L’ho attraversata ieri sera, sulla via di Santorini. Notturna, piena di presagi, mormorii e fantasmi. Sospesa sull’acqua e nel tempo. L’abbiamo scoperta grazie ad Alessandro, un amico di Marta che abita nel sestiere di Castello, che ci ha accolti e gentilmente fatto da guida.

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Passare da Venezia per approdare poi a Santorini, un gesto che ha qualcosa a che fare con l’avvicinarsi ad Oriente. Usciti dalla stazione si incontrano subito colori che dicono di altre sponde, colori mattone, certi rossi, e i gialli, gli ocra. Suoni. Un dialetto svelto. Finestre che parlano arabo. Lasciato il Luna park del centro, le luci si fanno via via più rade, fino a sembrare lanterne che punteggiano il buio qua e là, prendono sfumature d’ambra.

Ci fermiamo a mangiare qualcosa al Paradiso Perduto, piatti di pesce serviti in piccole ciotole, si prendono al banco poi ci si sposta fuori, sul canale, seduti sui vimini o per terra. Il cuoco, che ogni tanto emerge sudato dalla cucina, sembra un pirata. L’aria leggera e secca fa impressione, pensando alla Brianza piovosa da cui siamo partiti. Un bicchiere di bianco fresco annaffia e va giù bene, parliamo un po’ con Alessandro, ci dice che suo figlio vorrebbe crescerlo in una città così, una città senz’auto, una città bella, piccola infondo, dove ci si riconosce. Mi piace questa riflessione, è un periodo in cui mi piace osservare certi radicamenti sani, persone che sanno scegliere e trovar pace in un luogo.  Devo definire ancora bene, ma mi sembra sintomo d’intelligenza.

Poi, e non so bene perché, finiamo a parlare del Lago di Como, gli dico che noi, in Brianza, siamo cresciuti quasi senza considerarlo e forse proprio per questo ancora oggi nasconde più di un segreto di bellezza, una bellezza schiva e intatta.

Mentre le chiacchiere vanno  piacevoli, alzo gli occhi al cielo sopra di noi, anche nel buio prende una sfumatura diversa, un’altra intensità, questioni di tessitura e grana, ha già in sé una nota d’Oriente. Venezia chiama Istanbul. Di certo non è turco il prezzo: a Venezia, mangiare, albergare, muoversi, niente è a buon mercato.

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Riprendiamo l’itinerario, camminiamo come in una matrioska, calli che portano a campielli, da cui si dipartono piccoli ponti, che portano ad altre calli e piccole piazze, e poi a moli e banchine dove “sta quel mare scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai”. Sembra che gli angoli della città si rincorrano facendo a gara a recitar la parte del miglior quadretto possibile. E pensare che qui i turisti nemmeno  arrivano.

Il silenzio trasognato che si respira tra i muri ancora tiepidi del giorno è interrotto quasi a sorpresa dallo sciabordio delle chiglie a motore che solcano lentamente la penombra dei canali più interni. L’acqua scura e lucente scorre ovunque. Una città galleggiante, che fluttua. Alessandro si ferma e ci spiega di come le piccole onde che le imbarcazioni a motore creano stiano compromettendo l’integrità delle facciate che danno sul canale. “Problemi che con le barche a remi non c’erano”.

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Finestre sull’acqua, corridoi sotterranei, balconi, dietro ogni elemento architettonico intravedo il segno di una possibile storia, cerco con gli occhi di registrare quanti più dettagli. Cerco di fermare la toponomastica, di stampare i nomi delle vie nella memoria, ma sono miriadi e si susseguono troppo rapidamente: Ponte di Canzian, Calle de Bottin, Ponte Molin de la Racheta, Calle della scuola dei Boteri, Fondamenta dei mendicanti. Arrivati a un ampio molo, nella parte terminale del sestiere di Dorsoduro, si apre la laguna davanti a noi, si intravede l’aeroporto sull’altra sponda, il cimitero di San Michele, piccoli vaporetti in ingresso e in uscita. Prendiamo la via del ritorno solo quando giungiamo nei pressi dell’ospedale. Mi soffermo solo un istante a guardare le ambulanze a forma di barca; è infantile, lo so, ma al momento mi colpiscono, per un attimo mi sorprendono. Difficile pensare una città senza ruote per noi d’entroterra.

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Nella vicina cattedrale di San Paolo si celebrano le funzioni per il sabato di Pasqua, oltre i grandi portoni di legno si avvertono distintamente la voce dell’officiante e il mormorio ripetitivo e sordo dei fedeli. Il paesaggio sonoro si spande liquido per i vicoli. C’è una tensione che attraversa tutta l’aria, come se stesse davvero per accadere qualcosa.

Lungo la via del ritorno Alessandro di tanto in tanto si sofferma a raccontare aneddoti legati a questo o a quell’angolo. Tra me e me penso a come sia sempre una grande fortuna arrivare in un posto e trovare qualcuno disposto a raccontarcelo, capace di raccontarcelo. Quando conoscenza e capacità narrativa si incontrano nella nostra guida ci viene offerto un grande privilegio, che permette anche in poco tempo di avere una percezione decisamente più ampia e veritiera di quel che osserviamo attorno. In altri casi guarderemmo e basta, guarderemmo senza vedere.

Ci salutiamo già con un piede sull’ultimo autobus per l’aeroporto, dove ci aspetta il pavimento, che sarà nostro giaciglio per la notte. Costa troppo dormire in questa città e noi che siamo veri rebetici di Smirne compiamo in questo modo il nostro piccolo gesto sovversivo: non consegnarci al sistema turistico. Si trova senso anche così, nel far viaggiare con sé certe idee.

 

 

 

 

 

 

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