Il quaderno di Santorini – La luce di Thira

L’aereo plana sulle creste di terra e le case sparse. Santorini, parentesi di terra in mare, braccio di rocce che cinge il vulcano; più in là, come una mano, lievemente staccata, un’altra isola, Thirasia. Le viti crescono rade tra le pietre laviche, rosse, nere, terre a gerbido intorno. Le piante d’uva vengono potate basse, al tronco, ogni anno i giovani tralci formano, in questa stagione verdissimi, nuovi cespugli; i grappoli cresceranno poi, speziati, in estate, vicini alla terra. Aria di mare, sole intenso e terra di vulcano, un vino che presenta presupposti suggestivi. Planando, i bianchi abitati  sulle creste sembrano neve. Si aggrappano ad un’orografia talmente movimentata da risultare architettonica.

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Attendiamo mezzora, poi l’unico autobus a disposizione lascia il piccolo aeroporto, alla volta di Thira. Comoda per le escursioni, non certo per scoprire il carattere vero di questo posto, Thira è centro turistico e nevralgico dell’isola.

Le due compagne di viaggio escono a pranzo, io sono sotto attacco dell’influenza; il mondo filtra lento nella testa pesante, in aeroporto ho dormito due ore per terra, sono a pezzi, decido di buttarmi ancora un po’ a letto. Chiudo una luce bianchissima dietro le persiane e mi infilo nelle lenzuola del primo giorno,  ancora croccanti.

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Intanto fuori è la domenica di Pasqua e nei paesini si compie un rito arcaico. In ogni angolo di strada, in ogni spazio abitato dell’isola, vengono messi sulle griglie chili di carne; tanti che, si potrebbe pensare, siano state sacrificate intere greggi. Le pietre, i tizzoni ardenti, un maiale o un agnello infilzati sulla lancia, grasso che cola e unge il braciere. Legna riarsa e carne abbrustolita, profumo di un modo di consumare la festa che risale alle radici più antiche di questa terra.

Sono bravi con il pesce, ma sono maestri nel cucinare la carne”, noterà (spesso) Marta nei giorni seguenti.

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Più tardi, nel pomeriggio, saliamo alla scogliera, facendoci largo tra i resti del banchetto collettivo. La rupe scura è sormontata da un anfiteatro di calce bianca, osserviamo dagli spalti più alti il vulcano che emerge al centro della laguna a onde; una lunga passeggiata porta fino ad Oia, una decina di chilometri più a nord, e offre la possibilità di cambiare lentamente il proprio punto di vista sulle piccole caldere scure.
La luce del sole e il blu intenso stanno sopra e sotto, ci avvolgono: non si capisce bene dove cominci il cielo e dove finisca il mare, o viceversa. Socchiudo gli occhi, mi riparo il viso, abbasso lo sguardo, ma anche i piedi fondono in un bagliore bianco di calce: il mio malanno si contorce sotto tanta forza di natura. Impossibile ammalarsi in un posto così, penso; provo il disagio del fuori luogo, mentre sento la luce forte far svaporare tutto l’umido che mi porto in corpo dalla pioviginosa Brianza.

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Lungo la passeggiata s’incontrano solo locali piuttosto eleganti, bianchi e azzurri anche loro, fini le seggiole e i tavolini, camerieri agghindati di tutto punto, vetrate e terrazzi che si sporgono sul mare; come per gli spettatori al cinema, la grande pendenza permette a ogni singolo esercizio di guadagnarsi una visuale esclusiva sullo spettacolo in onda: il blu dei pomeriggi, le ali d’oro dei tramonti, i lumi di altre isole lontane nelle notti d’estate.

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La sera ci coglie che siamo ancora a girovagare lungo la passeggiata. I bar si riempiono, sottofondo di musica new age o classica, aperitivi ai tavolini, olive  e feta alla vista del tramonto. I locali più ricercati offrono vere e proprie sdraio approntate all’uopo, per osservare le ultime luci del giorno. Il tramonto è l’elemento centrale di tutta la narrativa di quest’isola, si parte spesso da lì, a raccontarla.

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Talmente scenografica, quest’isola, da risultare in certi passaggi quasi artificiale, un film americano sull’Italia, sulla costiera amalfitana. Camminare in alto alla scogliera, anche ora che ha fatto buio, fa sentire su un set, uomini e donne si intrecciano e lasciano immaginare solo storie perfette. L’hotel Atlantis e il suo jazz in diffusione fanno tanto Woody Allen.
Bisogna scendere dietro il dorso dell’isola per trovare la Grecia cara al geografo, per capire realmente dove si è. Anche per trovare del cibo semplice e ad un prezzo greco, tra l’altro.

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