Cosa succede in Europa?

La carta politica ridisegnata dalle ultime elezioni europee illustra con chiarezza la crisi in corso e permette di riflettere un momento sulla formula spesso celebrata del: “non si tratta solo di una crisi di carattere economico”. Una formula vuota e imprecisa. Si tratta infatti di una crisi totale – politica, culturale, sociale e solo infine anche economica: il declino dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta da secoli a questa parte.

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Crisi profonde

Sarà la ricorrenza del centenario della prima guerra mondiale, ma la cosa che viene subito in mente guardando ai successi che i movimenti di estrema destra hanno ottenuto in queste ultime elezioni europee ai quattro angoli del continente, è il paesaggio frantumato e turbolento che seguì al 1918. Si trattava allora di una crisi profondissima: la guerra, devastante, ebbe costi sociali ed economici mai visti prima, le strutture del potere che per secoli assicurarono gli equilibri europei collassarono rapidamente, il crollo degli imperi centrali diede il via a una frammentazione territoriale tumultuosa e ad una crisi di rappresentanza, di identità, di gestione del potere, senza precedenti. Il colpo di grazia arrivò con la crisi del ’29, che riversò i suoi effetti anche sull’economia europea. Senza un centro di potere riconosciuto, davanti alle crescenti difficoltà politiche e materiali e all’apparente assenza di soluzioni possibili, assistemmo all’ascesa di regimi fascisti e nazisti in quasi tutti i paesi, pochi esclusi (democrazie di lungo corso e, per altre meno nobili ragioni, la Svizzera).
Gli attriti innescati dalla prima guerra, vennero poi risolti dalla seconda, che terminò l’opera di riequilibrio geopolitico lasciando milioni di morti per strada e ridisegnando la carta del potere internazionale lungo un asse completamente nuovo: quello che caratterizza  la carta politica che guardiamo oggi. In quarant’anni l’Europa centro di comando del mondo divenne terreno di spartizione tra URSS e USA.

Rappresentanza

Oggi, dicevo all’inizio, attraversiamo una crisi totale, di natura diversa, ma della stessa profondità di quella che seguì la Grande Guerra. La conseguenza delle crisi totali, come visto per il periodo tra i due conflitti mondiali, è la formazione di contraddizioni che si risolvono con stravolgimenti della carta geopolitica mondiale. I risultati ottenuti dalle frange di estrema destra alle attuali europee sono semplicemente un campanello di allarme, un indicatore, un sommovimento che fa parte di un movimento complessivo molto più ampio.
Cosa succede in Europa?
Parola a Zygmunt Bauman:

«Il potere è la capacità di esercitare un comando. E la politica quella di prendere decisioni, di orientarle in un senso o nell’altro. Gli stati-nazione avevano il potere di decidere e una sovranità territoriale, ma questo meccanismo è stato completamente travolto dalla globalizzazione. Perché la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica. I governi non hanno più controllo dei loro paesi perché le decisioni vengono prese ben al di là dei territori. Sono attraversati dai flussi delle borse, delle banche, dei media, delle multinazionali, della criminalità, della mafia, del terrorismo. Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo».

Bauman in sostanza dice che il potere oggi non sta più nelle mani della politica. La politica, avendo a disposizione strumenti nazionali per rispondere a contraddizioni e problemi ben più ampi, non riesce più a fornire risposte e per questo perde legittimità agli occhi della popolazione.
I partiti tradizionali, nati nel dopoguerra, negli ultimi anni hanno perso quota o si sono frantumati davanti all’incapacità di intercettare il crescente malcontento popolare e dare qualche risposta, anche di pura rappresentanza. Si è perduta quella stabilità prima garantita da un capitalismo in rapida ascesa, che consentiva alla politica di operare un enorme voto di scambio: “elettori votateci e noi vi garantiremo un certo grado di benessere“. Questo avveniva in un’epoca in cui politica ed economia si spalleggiavano perché entrambe avevano bisogno dell’altra.
Il capitalismo nella sua versione finanziaria recente è mutato e divenuto ancora più vorace: dovendo passare all’assalto del piano globale ha finito col fagocitare la politica, che nella sua forma territoriale (lo stato nazionale) è ora un contenitore inutile. La separazione tra politica ed economia, con trasferimento di potere dalla prima alla seconda, non ha più consentito questo scambio e con condizioni di scambio peggiorative la popolazione ha iniziato a guardare di cattivo occhio i partiti tradizionali o semplicemente a guardare altrove: alla Lega No-Euro, al Movimento Cinque Stelle, a Jobbik in Ungheria, al Fronte Nazionale in Francia e via dicendo.

Sopravvivenza

Allora ha ragione il Movimento Cinque Stelle!, dirà qualcuno. Razzi risponderebbe, non credo.
Il Movimento Cinque Stelle, come molti altri movimenti di protesta, pone molte questioni corrette: il funzionamento dell’Euro deve essere rivisto, dobbiamo limitare il potere d’azione di organi come il Fondo Monetario Internazionale, eccetera. Pone questioni corrette, ma – quando non si accontenta dell’invettiva – propone strumenti di risoluzione approssimativi o sbagliati.
Gli accordi Russia-Cina firmati qualche giorno fa a Pechino sono solo l’ultimo passo: nel cuore dell’Asia bolle in pentola un piano di contrasto alle pretese imperialiste degli Stati Uniti d’America e alla loro egemonia su scala internazionale. La geografia vuole l’Europa posizionata sulla placca continentale asiatica, non va trascurato, ma attualmente questa grande penisola asiatica è nelle mani militari (NATO) e finanziarie (FMI) degli USA. Siamo campo da gioco di una nuova guerra fredda già in corso. Ho letto un po’ di riflessioni di alcuni maestri della geografia e dell’analisi geopolitica,  sono molto espliciti in merito: o si trova la capacità di unione politica, quindi superamento di nazionalismi ed egoismi nazionali, o sarà impossibile ottenere una maggiore indipendenza dagli USA e guadagnare terreno per negoziare nuove posizioni nei rapporti ad Oriente (intanto, giusto per dirne una, a partire da settembre la nostra bolletta del gas subirà aumenti significativi per via della crisi Ucraina). Non so se questo sia possibile, se sapremo trovare strumenti nel medio-lungo periodo per farlo, ma tentarci è d’obbligo. Basta dare lettura ai dati, divisi spariremo ingeriti dai turbini della storia.

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