La Cina in seconda classe – Foglietto illustrativo

Dentro e fuori dall’aula

Si parte per la Cina. Addosso la camicia da esploratori e finalmente ci si rimette in strada. La geografia esce dalle aule e prende il sentiero, si mette a respirare. Parto così, con appiccicato addosso il senso del lavoro che ho avviato cinque anni fa. Il mio corso di aggiornamento preferito – lo dico sempre – sono le vacanze; poi quelli che ho davanti scoppiano a ridere. E va be’, non devo essere credibile, ma vi assicuro, da che insegno, va così. Parto per raccogliere quanto più possibile e portarlo in classe prima che sia troppo tardi, prima che il tempo trasformi tutto. Siamo testimoni, fonti storiche camminanti; viviamo davvero poco questa consapevolezza. Se pensassimo di più a questo fatto, compiremmo scelte e gesti in tutto o in parte diversi, io credo.
Questa volta, in particolare, nel partire trovo un gusto in più. Mi piace giocare con le parole e questo andare verso oriente mi dice “orientarsi”. Capire da dove si viene, dove si va.

Scrive Rumiz circa la faccenda:

«In Oriente il mondo di ieri è ancora lì, straordinariamente intatto. Ma oggi tutto è in bilico, allo sbando, pronto a essere inghiottito dal nuovo totalitarismo del mercato e dalla nostra sazia ignoranza. E’ questo che mi spinge a vedere quei luoghi in fretta, più in fretta possibile. Verso le terre del mattino. Morgenland si dice in tedesco, parola bellissima. Per me viaggiare è sinonimo di cercare l’alba. E’ da quegli spazi nomadi che viene tutto.»

Vivo sentimento del tempo, connessione sentimentale con i miei studenti del passato  e ai miei studenti del futuro – l’unico vero motivo per cui resto in questo sistema scolastico da pazzi. Vorrei portargli l’alba,  ma so che si accontenteranno anche di qualche fotografia.

Quest’anno abbiamo attraversato la Grecia da nord a sud, da Salonicco ad Atene, un geografo, una storica dell’arte, la 5D, un sacco di treni. E’ stato un viaggio vero. Spero e credo rimarrà il sentimento dei luoghi: un giorno ricorderanno i semi gettati in un viaggio lontano ai tempi della scuola. Non può essere anche questa “la scuola”?

Io credo ovviamente di sì, questa è una parte del lavoro che si può fare insieme, bellissima, l’altra è quella che devo fare io, di approfondimento, sui libri e per strada, quella che si apre da oggi e per le prossime settimane: un’osservazione cauta e attenta, la voglia di tradurre e riportare a casa e in aula qualche traccia che dia più autenticità a quanto diremo, leggeremo, percorreremo.
Un mese non basta nemmeno a farsi una vaga idea di un posto, anche piccolo, ma può servire a recuperare materiali buoni, spunti, immagini, musiche, ad attivare la curiosità, la voglia di ascoltare e sapere di più, una certa idea di viaggio di scoperta molto utile anche appena fuori di casa. Credo molto nel valore dell’intreccio, la geografia si dovrebbe insegnare connettendo costantemente ciò che si dice dentro le mura con quel che succede fuori le mura. Andare a vedere è un obbligo. Insegna persino una postura morale necessaria davanti a un sistema di informazione sempre più vasto, ma sempre più omologato, sempre più distorsivo, sempre più scivoloso (specie per chi ha diciotto anni e non ha mai letto un libro, un giornale, una rivista: gli studenti che riempiono le nostre scuole).

Fine della premessa, magari un po’ pallosa, ma assai sincera e a cui tenevo molto (pensate i poverini che vivono quotidianamente di fianco a me e sentono ore di questi discorsi: su, siete ancora fortunati voi).

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In seconda classe

Dicevo: fine della premessa, e veniamo al sodo. La Cina in seconda classe. Il titolo richiama le fortunate vicende bulgare, è un titolo augurale quindi? No, non solo. Prosegue l’idea che sia meglio girare per i paesi a piedi e con mezzi popolari, mezzi amici dell’uomo, mezzi che lasciano il tempo (e il denaro).
Il treno è ottimo veicolo di geografia: non solo taglia il paesaggio, ma porta in mezzo alla gente, quella che va al lavoro, quella che si sposta dalla campagna al mercato, quella che non si finge. Sui treni locali rumeni (vedi qui o qui) vedemmo immagini che visitando i centri delle cittadine transilvane non avremmo immaginato, sentimmo l’odore della povertà che non sta certo sui lastricati ausburgici delle cittadine dell’Est. Il treno anche per economia. In Cina pare si tratti di un mezzo infinitamente economico, quanto infinitamente inaffidabile, per orari, affollamento, coincidenze, tempi di percorrenza, ma queste non sono preoccupazioni di questi giorni.
Andare a piedi mette a contatto con la lentezza del movimento e la lentezza fa sì che tutto quello spazio da esplorare una volta percorso diventi familiare, collegato a sensazioni reali, dunque vicino, dunque più piccolo. E’ il paradosso della bassa velocità: accorcia lo spazio, non lo allunga. Riduce e rende più denso. Un viaggio in autostrada è infinitamente più noioso e monotono, quindi più distante. Un volo in aereo, da questo punto di vista, è proprio buono a nulla. Così saranno lunghe notti in treno e niente voli interni.

Per evitare filosofie e affrontare il viaggio col giusto pragmatismo non potevo che affidarmi alle grinfie del generale Mattavelli, che assicurerà un trattamento sobrio e frugale in piena sintonia con quanto avveniva quotidianamente nelle comuni agrarie del regime. Ho già da parte una camicia grigia di iuta per calarmi meglio nella parte.
Scherzi a parte, di Silvia scrissi giusto un anno fa, costeggiando l’oceano Atlantico, la terra al suo crepuscolo occidentale, una pagina sobria ma importante. Non posso che essere contento di ritrovarci qui, dove l’Asia finisce a oriente, a guardare il mare del Giappone spalla a spalla.

Come da consueto modus operandi non abbiamo itinerari certi, ne sappiamo cosa sia una prenotazione, non ci prefiggiamo tabelle di marcia da rispettare. Abbiamo un biglietto di andata per Shanghai e uno di ritorno da Pechino. Posso solo anticiparvi che da Shanghai prenderemo, monsoni permettendo, probabilmente verso sud per giungere in diverse tappe dalle parti di Guilin, regione di alti denti di roccia,  fiumi sinuosi, zattere di bambù. Un posto raro, che racconto ogni anno in classe, ma a cui non credo fino infondo. Voglio proprio vedere come va a finire, citando un noto intellettuale italiano.

Guilin
Guilin

Scappo dalla città: il fiume, le zattere, le rane.

Questa partenza avviene dopo troppo traffico, troppe ore costretti in aule al neon, come sempre senza un futuro lavorativo certo, tra delusioni politiche e incertezze per le condizioni del nostro paese, avviene tra i messaggi piccati di chi mi fa presente che sono sparito, di chi in silenzio ha atteso un mio segnale non arrivato. Un altro anno inutilmente pieno, riempito dall’ennesimo corso di specializzazione che devo affrontare, tipo raccolta punti dell’Esselunga, per poter proseguire la mia attività d’insegnamento. Perché di tutti quei discorsi che vi ho fatto là sopra, molto belli, molto carichi, al sistema scolastico non interessa.

E’ ora di mandarvi per un mese tutti a… ranare. Ringrazio chi, nonostante tutto, ha avuto la pazienza di condividere con me le tappe di questo strazio.
Tanta poesia, tante pagine, tante suggestioni e va a finire che un viaggio nasce spesso anche così, da un gesto molto istintivo, come chiudersi una porta alle spalle e andare a farsi un giro (che magari intanto ci si schiariscono le idee).
Torno sempre a dar ragione a quel tizio che a suo tempo scriveva: «A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, dico sempre che non so dove io sia diretto, ma so benissimo da quel che fuggo».

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