La Cina in seconda classe – Ciao ciao Mao

Inghiottiti in un corridoio a Linate (Linate, tra nuvole, temperature e piogge, in versione irish) venti ore dopo si sbuca sopra l’arroventato asfalto della città più popolosa del mondo: Shanghai, 38 gradi centigradi, 23 milioni di abitanti, più di 1/3 dell’intera popolazione italiana in un solo megaborgo.

Il tempo del volo è uno spazio confuso, si parte di pomeriggio da Londra – giusto il tempo di dover, a denti stretti (non amo gli inglesi), riconoscere la cortesia, la funzionalità e l’incivilimento dei britannici – e si corre incontro alla notte. Il buio ci coglie sopra le vastità siberiane, ben prima di Omsk. E poi il mattino, con le luci che si affacciano ai nostri oblò quando stiamo ormai virando oltre i celesti cieli della Mongolia.

All’arrivo sbarchiamo in un aeroporto ricoperto di una moquette marroncina che rilascia un odore molto strano, un odore di camera d’aria della bicicletta, per intenderci. E se non ci siamo intesi, prendete una bici, sgonfiate una gomma e annusate la camera d’aria: vi sentirete per un attimo con noi, qui, a Shanghai. Odori strani: questa sarà una delle costanti dei giorni a seguire. A Shanghai l’Oriente parla soprattutto tramite gli odori (il resto, la storia, la tradizione spirituale, l’etica dei padri, pare scomparso): acri, speziati, sommessi, ambrati; infine diversi, odori diversi da quelli a cui siamo abituati di là, in quella piccola penisola occidentale alla fine dell’Asia che si chiama Europa.

Emersi dall’infinita serie di tunnel, dopo 20 ore di non luoghi aeroportuali consecutive, ci troviamo in mezzo ai 38 gradi (umidissimi) della città. Dopo venti ore di aria condizionata siamo in un istante madidi di sudore. Per dare definizione al clima della città – lo capiremo poi – sarebbe opportuno fare media tra l’enorme quantità di aria condizionata che spira in ogni anfratto chiuso e il clima tropicaleggiante che ondeggia sopra la city. Sinceramente, non so come facciano a non avere nemmeno un raffreddore passando in continuazione tra clima alpino e clima tropicale.

A noi all’arrivo tocca un bel cielo alto e azzurro, spezzato da nuvoloni bianchi che corrono nel vento. Si sente la potente presenza oceanica nascosta là, da qualche parte, dietro chilometri di palazzoni.

Dall’aeroporto ci infiliamo in un nuovo tunnel: il Maglev, un siluro a forma di treno che in 7 minuti, a 500 km orari, ci porta nel cuore della città.
Giungendo da fuori non sorprende, ma conferma, vedere boschi di gru in azione per tirar su nuovi quartieri clone l’uno dell’altro. Oscure stecche di palazzi avvilenti si stagliano verso tutti i punti cardinali. La periferia cresce ad ogni lato della città, rapida e violenta, quasi che 20 e passa milioni di persone al regime, qui, non bastino. Effettivamente è così: non sono un segreto i programmi di urbanizzazione forzata pianificati in questi anni dal Partito Comunista Cinese.

Gli alti dirigenti del Partito la vedono come soluzione per combattere la povertà nelle campagne e rilanciare continuamente la crescita: trasformare contadini che vivono in regime di auto-sussistenza in consumatori agguerriti per far prosperare il mercato interno.

Io non saprei esprimermi con cognizione, dal punto di vista della crescita i dati parlano chiaro, da trent’anni il PIL cresce mediamente del 10% ogni dodici mesi, ma guardando ai risvolti sociali, mah, si rimane perplessi. Io rimango perplesso.

Il centro città ha tutta l’aria di un parco divertimenti, luci, palazzoni altissimi e arzigogolati, negozi e shopping centre di ogni risma. Visitiamo velocemente un negozio di tre piani rivolti ad un unico prodotto, gli M&M’s. Io mi aggiro sconvolto e li guardo riempirsi di selfie davanti a magliette (degli M&M’s), tazze (degli M&M’s), biancheria intima (degli M&M’s). Penso a Mao che si rivolta nella tomba: comunismo, consumismo, caro Tse Dong, i tuoi discepoli devono aver confuso.

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Ma oltre a questa completa vendita al mercato, all’urbanistica verticale e spettacolosa di stampo yankee, viene naturale domandarsi: ma dietro questa patina internazionale cosa si nasconde? E cosa rimane della millenaria tradizione?

Li guardo e trovo difficile leggere dietro le facce tutte simili, dentro codici non verbali sconosciuti, trovare un senso al loro muoversi nel mondo, tutti persi coi loro cellulari davanti al muso, dai 9 ai 90 anni, al cesso, sulle scale, sul treno, mentre mangiano (in coppia, chattando singolarmente) al ristorante.

Poi un ragazzo mi si avvicina sulla linea due del metrò, mi guarda incuriosito, tenta di farmi delle foto di nascosto, io e Silvia ce ne accorgiamo, gli sorridiamo come messaggio di pace universale e allora lui mi abbraccia e si scatta un selfie con noi, gli occidentali, preda ambita e rara. Le facce che riempiono i loro manifesti pubblicitari.

Un altro gruppo di ragazzi ci chiede una foto e poi ci dice: ‘ah, siete di Milano, che stile voi’. Noi che siamo vestiti come due campeggiatori tedeschi al lago di Garda e tentiamo di fargli capire che delle ultime uscite di Gucci non sappiamo un jazz.

Per oggi smetto di farmi domande, è meglio.
Ciao ciao Mao.

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