La Cina in seconda classe – Il treno per Shangrao

Salutiamo Shanghai all’alba che non si vedono le cime dei grattacieli, il monsone oggi nebulizza acqua dal cielo e ammanta tutto in una densa umidità. Alle sei del mattino vedere i viali della città deserti, completamente vuoti, è privilegio surreale nel panorama ipermoderno di Shanghai. Tra tre ore ci saranno a riempirli miriadi di voci, tubi di scappamento, venditori, motorini. La calzatura di giornata è la ciabatta infradito, l’unica che asciughi in fretta finita la pioggia. I nostri piedi in ammollo anche oggi nelle più diverse pozzanghere. Evito di pensarci.

Prendiamo un treno dalla stazione meridionale per Hangzhou, una mini Shanghai duecento chilometri più a sud, cittadina di soli 10 milioni di abitanti (due volte Milano). La città è nota nei testi di geografia per almeno due ragioni: il suo sviluppo urbanistico dirompente (è passata da 2 a 10 milioni di abitanti in poco più di dieci anni) e per affacciarsi su un bacino lacustre il cui paesaggio è stato completamente rimaneggiato dall’uomo a ricreare le atmosfere della vecchia Cina tradizionale.

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Sul treno del mattino una grande densità umana, gente che mangia, che dorme, che sta seduta in quattro su sedili da due, che sta sdraiata da sola a occupare file da tre. Molta indisciplina, rifiuti qua e là. Il capotreno passa a ritirare la spazzatura e poi ficca l’intero sacco nero sotto il nostro sedile. Ma grazie. Anziane inservienti trascinano in continuazione, come pendoli, i loro carrelli carichi di frutta secca, mele, pomodori, cetrioli e molti altri frutti sconosciuti. Altro che i profumi di classe delle compagnie aeree.

Ci sistemiamo tra la folla, veniamo guardati con curiosità, ci scambiano per russi (?!), due battute con gli unici ragazzi che hanno rudimenti di inglese, ci offrono delle alghe secche da assaggiare.

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Ad Hangzhou ci fermiamo per l’intera giornata, una passeggiata lungo il lago, affollato il sabato pomeriggio di spettacolini musicali improvvisati, karaoke stradali (stonatissimi) e bancarelle che friggono pesci e granchi da asporto.

Buona parte del tempo, anche oggi, lo dedichiamo alla ricerca di biglietti ferroviari per i prossimi giorni. In particolare, ci preoccupa non riuscire ad acquistare il biglietto per la lunga tratta notturna che da Shangrao ci dovrebbe condurre a Guilin, giro di boa del nostro viaggio. Dopo Guilin cambieremo rotta e punteremo verso nord.

Una bigliettaia non è in grado di comprenderci(!), una ci dice che le prenotazioni sono effettuabili solo due giorni prima della partenza(?), un’altra sostiene che i posti siano esauriti(??). Silvia intanto potenzia le sue qualità di copista e diventa sempre più esperta nella produzione di biglietti bilingue per la richiesta di informazioni.

Alla fine, poco prima di ripartire alla volta di Shangrao, superata la decima coda di giornata, riusciamo a trovare una bigliettaia più collaborativa che ci illustra la situazione: tutti i treni sono pieni, rimangono però dei sedili su un treno il giorno 6 agosto, il convoglio parte alle 23 e arriva alle 14 del giorno dopo. Venti ore su un sedile in mezzo alla varietà umana del popolo cinese: ci guardiamo, non abbiamo scelta, diciamo di sì. E buon viaggio a tutti.

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Mentre scherziamo sulle sorti dei prossimi giorni, ci (ri)mettiamo in coda per prendere il nostro treno serale – perchè sì, si fa coda ai tornelli anche per accedere ai binari!
Sul treno ci toccano due cuccette al terzo piano: ci si arrampica pericolosamente, tra la branda e il soffitto si scoprono cinquanta centimetri. Bene. Le cuccette a sei posti, diversamente da quelle italiane, hanno scompartimenti aperti sul corridoio. Una solerte ufficiale di carrozza si premura di annotarsi la stazione a cui dovremo scendere; ci avvertirà col dovuto anticipo. Intanto i cinesi mangiano. Mangiano sempre, ruminano, scatarrano, sputacchiano e fanno un sacco di altri versi strani; e ci guardano, ci guardano come fossimo dei vichinghi con la lunga barba, l’elmo e le corna. Problemi signore? Un ragazzino si avvicina e ci osserva come fossimo colorati pesci della barriera corallina, i più piccoli passano e ci salutano con la mano, la gentile ragazza ufficiale di vagone arrosisce e si scusa ogni volta per non sapere l’inglese.

Non abbiamo idea di che troveremo a Shangrao al nostro sbarco: arriveremo verso le 23, abbiamo una prenotazione all’unico hotel trovato su internet, ma pare disti chilometri dalla ferrovia. Vedremo.

Arrivati, scendiamo nella calda notte di Shangrao, abbandonare il treno significa sempre passare dall’aria condizionata eschimese al brodo caldo di pollo esterno.
ShanGrao è una “piccola” cittadina di 4 milioni di abitanti, senz’arte né parte, ma un po’ più vera di Shanghai. Superati i corridoi da stazione degradata speriamo non ci sia il deserto ad accoglierci.

Salite le ultime scale, come in un western notturno, ci si apre davanti uno schieramento di tassisti e gente che propone alloggi pronto ad aggredire. Accettiamo l’offerta di un tizio che per pochi spiccioli si propone di portarci all’albergo, ci scrive il prezzo su un foglietto. Il nostro uomo ha tratti da narcotrafficante messicano e guida come Nigel Mansell dopo una serata passata a tracannare in un’osteria di Ballycastle. Le cinture sono rotte, Silvia è rinchiusa dietro un’inferiata, lui suda, guida e non parla. Sfrecciamo lungo i deserti vialoni del sabato notte di Shangrao, l’aria che entra dai finestrini spalancati è calda come un phon. La città sembra fatta di palazzoni e strade vuoti, solo in certi piazzali o slarghi a bordo strada gente con griglie, sedie e gazebi, arrostisce e chiacchiera svaccata su sedie da campeggio: mangiate organizzate in luoghi quantomeno bizzarri.

Corriamo verso la meta e io mi godo il paesaggio a contrasti della Cina reale, l’aria entra dai finestrini e mi asciuga il sudore di una giornata; ormai, penso, devo aver l’odore di una rosticceria di Guang Zhou.

Sfioriamo altri taxi, sorpassiamo follemente in curva, in contromano, ci infiliamo in mezzo a una gara di motorini. Che esperienza la Cina automobilistica(!), anche se dal fondo della nostra stanchezza (siam a spasso dalle cinque del mattino) tutto arriva ovattato, comprese le forti emozioni che il driver ci regala.

Arrivati in centro c’è più caos: i cinesi sono tanti e sono generosi col clacson. Appaiono per le strade nuovi mezzi, i motocarri a tre ruote, che da qui in poi diventeranno una presenza costante nelle nostre vite cinesi.

Intanto anche il centro è passato e stiamo per riprendere altri vialoni periferici: ehi Narcos, dove ci stai portando? La domanda sorge spontanea.
Nemmeno il tempo di preoccuparsi e ci fermiamo davanti a un megapalazzo lungo lo stradone. Tutte le luci spente: chiuso, chiuso da tempo, polvere sui vetri. Verifichiamo rapidamente, non c’è dubbio, è l’hotel a cui avevamo prenotato ieri sera, il nome e l’indirizzo sono quelli, ma è chiuso. Che dire, la Cina mantiene anche così i suoi spazi di mistero!

Il nostro autista non si stupisce e, al termine di questa giornata, non so come, nemmeno noi. Ci facciamo dei segni con le mani, un dialogo riassumibile in due battute:
– vi porto in centro? ad un altro hotel?
– grande, bravo! Ok, e che costi poco.

Narcos ci lascia ad un bell’hotel in centro alla città, lo salutiamo, ma la giornata, credetemi, non è ancora finita.

Entriamo dalla porta laccata e dietro un bancone aureo stanno due eleganti hostess vestite di rosso. Formuliamo la classica domandina in inglese: avete una camera per due poveri pellegrini? A queste parole, scatta un momento di gelo: nessuna delle due parla inglese. Zero, niente. E pensare che l’hotel si chiama International. Va be’.

Noi proviamo con i gesti, ma si ostinano a dirci di no adducendo strane, incomprensibili motivazioni in lingua. Noi teniamo duro e mostriamo, con l’aiuto del nostro piccolo frasario, la stessa domanda scritta in cinese. Le due, nonostante siano di coccio, si ammorbidiscono, si fanno più possibiliste. Chiamano la proprietaria, ripetiamo il siparietto, ma anche lei non sa l’inglese. Sopraggiungono così altri avventori e inservienti, che si fermano a guardarci con la solita curiosità e partecipano al workshop indetto per ospitare “i due occidentali”: ormai siamo in una decina intorno alla reception e ognuno dice la sua.

Le due dell’inizio continuano a ridere e ci scattano pure qualche foto. Noi tra il divertito e l’incredulo aspettiamo sapendo che da quel clima di festa una soluzione potrebbe fra poco apparire.
Dopo pochi minuti sopraggiunge una ragazzina sbucata da non si sa dove, ma in grado di spiaccicare tre parole in inglese. Scopriamo essere la figlia sedicenne della proprietaria. La situazione si sblocca grazie a parole come ‘room‘, ‘how much‘, ‘great!‘. La ragazzina ci accompagna finalmente alla stanza e in ascensore ci racconta che di turisti stranieri, da quelle parti, se ne vedon pochi, che vuole migliorare il suo inglese, che è una cosa importante. Lo pensiamo anche noi.

Il viaggio continua…

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