La Cina in seconda classe – Cooperazione internazionale

Il sole sorge su Shangrao verso le cinque del mattino. Alle 8, fuori, tra le strade e i palazzoni, il termometro sfiora già i 35. Scendiamo alla reception che ci sembra di aver appena lasciato nel delirio notturno. Nonostante le luci del giorno rendano l’ambientazione dell’International meno enigmatiche e le inservienti non siano più quelle della sera prima, ci troviamo in una nuova impasse. Dobbiamo sapere come arrivare alla stazione degli autobus e, nonostante la domanda apparentemente semplice e i nostri sforzi per ‘provare a dirglielo in cinese‘, niente, non ci vogliono capire e in preda al panico corrono a svegliare la piccola traduttrice, sole dell’avvenire e luce di speranza per questo popolo in transizione.

La piccoletta arriva, si stropiccia gli occhi, ma risolve la situazione e ci permette di proseguire il gioco per le seconda volta in 12 ore. Quando la tua vita è nelle mani di una sedicenne di una remota provincia con gli occhi a mandorla inizi a farti domande esistenziali e capisci come tutto il grande gioco del mondo sia relativo.

La nostra ragazza è intraprendente, capisce al volo, ci porta in strada, ferma un tassinaro e fornisce le istruzioni sul luogo a cui condurci. Ci saluta ripetendo più volte che è stato un piacere conoscerci. Strani questi cinesi.

Il taxi è la solita esperienza da far west stradale, ma giungiamo interi.

Primo passo fatto, siamo all’autostazione.
Passo numero due (qui bisogna essere metodici): cercare di farsi fare dei biglietti e saltare su un furgone diretto verso un remoto villaggio di contadini, tra le montagne, a 200 km da lì.
La partita mi sembra un tantino complicata e visti i deludenti risultati del primo mattino decido di tagliare corto (sì, ciao) e chiedere a una ragazza, che, mi pare, per analogie lombrosiane, possa parlare inglese. La ragazza si agita, inizia a sudare (davvero!), e io penso: no, ti prego no, anche tu?! Ma poi si riprende, estrae il super telefono che qui ormai hanno tutti  e, come le signorine della reception, chiama i rinforzi. In questo caso al telefono risponde il suo ragazzo, un giovane ingegnere che ha studiato un po’ di inglese ai tempi del liceo. Il tentativo di mediazione linguistica non va: la ragazza in vaga confusione cerca di farci dire delle cose dal telefono in vivavoce, dimenticando di essere in mezzo a una strada cinese, col passaggio di mille motorini/minuto. Risultato: nessuno capisce nulla. Fallito il tentativo, attua una inaspettata soluzione-due, dimostrando enorme gentilezza: entra nell’autostazione e ci guida nell’acquisto dei biglietti per Wu Yuan, paesotto da cui dovremo poi prendere una seconda corsa per Xiaoqi, il piccolo remoto villaggio in mezzo alla campagna.

Ci assiste, si assicura che i biglietti siano corretti, ci dice dove aspettare. Poi scappa a rincorrere il suo pullman, che forse nel frattempo è partito. Non sappiamo come sdebitarci di tanta premura e iniziamo a sentirci in debito per la grande accoglienza che ci stanno riservando molti cinesi in questi giorni.

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Manca un’ora alla partenza, ci appisoliamo in mezzo alla sporca e confusionaria stazione degli autobus. Al risveglio faccio un salto in bagno e anche da lì, dalle toilettes, si nota che il paesaggio attorno a noi sta cambiando, mutando velocemente: dai grandi centri verso la provincia rurale. I bagni della stazione di Shangrao non hanno pareti né sanitari, sono composti da un canaletto di cemento in pendenza con posti separati da quattro assi di legno; i bisogni si fanno nel canaletto e l’acqua che scorre li porta via pian piano. Senza porte. Un bel pugno nello stomaco per me delicato occidentale, ma – volendo proprio trovare un lato positivo alla cosa – anche occasione per riflettere sul rapporto che le diverse culture hanno con il corpo e la vergogna.

Faccio ritorno dal bagno, mi prendo una cosa da bere e poco dopo ecco sopraggiungere un ragazzo cinese con degli occhialini, una polo rossa e dei pantaloni da anziano. Sembrerebbe un ingegnere, da un sommario studio estetico. Si siede vicino a noi e prende a parlarci in un inglese stentato. Infatti stentiamo a capirlo.

Avete parlato prima con la mia ragazza – dice – è dovuta scappare per prendere l’autobus, mi ha detto di venire qui e assicurarmi che per voi tutto vada a buon fine“. Ci guardiamo sempre più esterrefatti dalla gentilezza e disponibilità di questa gente. Ringraziamo calorosamente.

Pur con le difficoltà della lingua si avvia un dialogo in cui scambiamo molte informazioni: cosa fa lui, cosa studia lei, che si sposeranno ad agosto. Poi tocca a noi presentarci.
Un’ora passa in fretta scavalcando gli ostacoli della comunicazione ed è tempo di saltare sul nostro furgone. Ci lascia e-mail e  numero di cellulare, nel caso in cui, ci dice, aveste bisogno, lasciamo a lui i nostri recapiti e lo ringraziamo un’altra volta. Ma niente, ci segue ancora, Luo Fu Ping – così si chiama, un nome che significa qualcosa come ‘salute e benessere’ – ci tiene a portare a Silvia lo zaino fin sul pulmino. Ci risalutiamo di nuovo. Fantastico.

Ma il viaggio (con il general Mattavelli) riprende sempre, ha i suoi ritmi, e l’asfalto corre già veloce sotto al nostro furgone, che si invola rapido sui curvoni, tra montagne verdissime.
La Cina è un paese enorme, lo si capisce dalla quantità di persone e situazioni che abbiamo incontrato in questi pochi giorni, lo si capisce ancora meglio da queste alte curve. L’autista tira dritto, come sempre ama i sorpassi al sopraggiungere della curva, regala brividi. Ma dà più brividi ancora il paesaggio verdissimo e vuoto, che si stende desolato e brillante sotto il cielo blu; si fa via via più tropicale e scopre pian piano una Cina che a Shanghai si crede perduta, la Cina reale, quella dei più. Delle microattività economiche di sussistenza, delle risaie, delle zattere sui fiumi. Per duecento chilometri non troviamo altro.

Arrivati a Wu Yuan l’autista si gira verso di noi e ci rivolge tumultuose (il tono di voce in campagna si eleva moltissimo!) domande in cinese. Attimi di panico. Salta fuori dalla prima fila un ragazzotto che parla un po’ di inglese e ancora una volta sblocca la situazione. Gli dei della geografia devono essere dalla nostra oggi .

– “Vi sta chiedendo dove volete andare, per lasciarvi nel posto giusto” (questa, ve lo posso assicurare, è una versione molto più lineare e ragionata rispetto al collage sino-inglese proposto dal tizio).
– “A Xaoqui“, diciamo noi.
Alla parola Xaoqui il nostro pilota tira un’inchiodata, suona tre colpi di clacson a un pulmino che sta a bordo strada, si accosta e confabula con l’altro autista. Si effettua un rapido scambio di passeggeri e, tran, in un nano secondo ci troviamo su un nuovo furgone insieme a una comitiva che va a fare rafting, non si sa bene dove, e che promette, a detta dell’autista, di lasciarci a Xiaoqui. Noi, con fiducia, pensiamo a quanto sappia essere efficiente, in certi momenti, questa Cina.

Il nostro viaggio sul secondo furgone intanto diventa corale. Che cazzo ci fanno due italiani una domenica pomeriggio a Wu Yuhan? Questo si legge sulle loro facce. Nessuno in questa tornata parla inglese, ma ci fanno comunque un sacco di domande, ci fanno capire che considerano il nostro itinerario un po’ bizzarro, e ci offrono molte cose, tra cui dell’uva e di andare a fare rafting tutti insieme. Tempo di declinare l’invito e siamo a destinazione.

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Scene già viste in questi anni di viaggi ad est: abbandonati sopra un polveroso piazzale a 40 gradi centigradi, vuoto intorno, silenzio. Davanti a noi una sorta di dogana con al fianco quel che sembra l’ufficio dello sceriffo. Stringiamo il cinturone (dello zaino), ci facciamo coraggio e avanziamo.

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