La Cina in seconda classe – Libellule

Entrati nell’ufficio dello sceriffo, che sarebbe poi una specie di ufficio del turismo, troviamo non una, ma quattro receptionists vestite a metà tra la hostess di bordo e la guardia forestale.
Vediamo se avete studiato. In quante parlano inglese? Nessuna. Bravi, ci seguite con attenzione. Due: chi salva la situazione? Una sedicenne che sa parlare un poco d’inglese. Bene. Lo schema ormai, con mia sorpresa, è consolidato.

Cerchiamo di spiegare le nostre non semplici intenzioni agli astanti. Vorremmo andare a piedi per villaggi e necessiteremmo di indicazioni, riferimenti, dritte e una mappa. L’argomento accende i partecipanti e ognuna delle signore vestite da guardiacaccia dice la sua. Presto, come sempre, l’arrivo dell’occidente diviene un affare di stato e tutta la comunità si stringe attorno ai due poverini capitati nella terra del dragone. Qualcuno ci offre passaggi in motocarro, qualcuno con la mano fa segno che siamo matti, si azzuffano tra di loro, concordano assemblearmente che no, è meglio un taxi. Ma signori noi siam venuti fin quassù per camminare, anche; per vedere con calma! Ma va be’, ci penseremo domani.

Un’amica della nostra pseudo-interprete, una bambolona alta e tracagnotta, vestita come una bomboniera, ci dice che, se intendiamo trascorrere la notte al villaggio, i suoi genitori ospitano.
Ci addentriamo in Xaoquì lentamente dietro i risolini delle due amichette, che ci scortano alle nostre brande per la notte. Mi sembra un’immagine metaforica, una sintesi geografica eclatante: un paese giovane, ancora cooperativo, che cresce e che riserva ottimismo nel futuro.

Seguiamo la gonnellona rosa confetto della nostra nuova proprietaria di casa per le vie del piccolo villaggio, un drappello di casa bianche, in parte diroccate e in parte risistemate. In mezzo alle case spuntano qua e là vecchie architetture, fasti di un passato in cui la Cina somigliava ben di più a quella raffigurata sulle sue infinite e belle stampe.

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Passiamo sotto a un porticato di bambù, pieno di piccole bancarelle e drappi d’oro e rossi e porpora. Ci addentriamo tra le case, fagiolini stesi su di un ponticello ad asciugare, riso e sesamo su ampi setacci tondi ad essicare, galline che coabitano e spuntano da ogni dove. Un fiume, grande come il Lambro all’altezza del Parco di Monza, fa da colonna vertebrale al paese e innerva la vita della comunità. Gente che lava i panni, gente che lava la frutta, pescatori, bambini che sguazzano.

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Dietro il borgo, il fiume prosegue il suo corso dentro una lunga valletta tropicale accompagnato da una florida campagna, a fiancheggiarlo una antica via postale che collega tra loro vari villaggi, la guardiamo splendere bianca in mezzo alla verzura rifulgente: potrebbe essere il nostro itinerario di domani.

Arrivati alla casa che ci ospita, sotto un silenzioso e secolare albero di canfora, conosciamo i genitori della ragazzina bomboniera. Mi stupisco ancora una volta della cordialità sincera di questa gente. La madre ci apre una stanza di casa, semplice ma onesta, e ci fa i letti mentre la figlia e la nostra interprete ci chiedono se ceniamo da loro. Certo, rispondiamo.

Uscendo la sera a far due passi prima di cena in campagna il sole è ormai basso, vien buio presto qui. La sua luce affogata nell’umido tropicale riempie tutto di riflessi dorati. Per le strade del villaggio, alle 18 sono già tutti in cerchio, seduti per terra o su piccoli sgabellini, con la loro ciotola di riso. Il clima è povero, ma appare dignitoso e sereno. Ci salutano tutti cordialmente. I bambini alla vista dei due strani esseri occidentali sghignazzano. La nostra interprete ci aveva confessato che qui arriva un po’ di turismo interno, ma di occidentali non se ne vedono molti.

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Ci addentriamo in campagna seguendo il sentierino. Verdure rigogliose di ogni sorta: peperoni, peperoncini, fagioli, fagiolini, zucche, zucchine, cetrioli, angurie, piante dalle foglie enormi e non meglio identificate, ma soprattutto riso. L’aroma caldo e intenso delle piante di riso, una delle cose che più ci impressiona.

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Sopra le risaie luccicano illuminate dall’ultimo sole le ali di mille libellule, mai viste così tante in un posto solo. Ci accompagnano con un continuo valzer attorno al nostro cammino e ci fanno un gran servizio: non c’è ombra di zanzare.

Intorno dai versanti boscosi delle colline, su cui si mischiano, bambù, alberi di canfora, querce e abeti, in uno strano mix, ci raggiunge un paesaggio sonoro diverso dai cinguettii a cui siamo soliti nella nostra campagna. I suoni, i canti, i fischi, i richiami assumono già qualcosa che parla di altre latitudini.

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Nel fiume la vita è placida, una ragazza accompagnata dalla sua sorellina raccoglie lumache dal greto fangoso, zattere di bambù stanno ormeggiate poco più avanti. Cappelli di paglia, come piccoli tetti di pagode, spuntano qua e là nelle risaie, presi a ultimare i lavori serali, testimoni di una agricoltura che usa ancora le braccia. Linee semplici. Sembran davvero i paesaggi delle antiche stampe.

Ma con senso di geografia non voglio e non posso cadere nel cliché del paradiso bucolico, della piccola dimensione comunitaria ed egualitarista che non avremo più. Infondo alla campagna stanno cumuli di rifiuti che vengono inceneriti e le cui ceneri vengono buttate nel fiume, gli scarichi fognari confluiscono nel fiume, lo stesso in cui la gente del posto pesca e si lava, molte case pur affascinanti pongono dei seri pericoli per la loro precaria stabilità.

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Mentre vediamo pensiamo alla cena che consumeremo tra poco, con verdure lavate in quelle acque lì; e che i grandi dei del viaggio ci siano favorevoli. Quindi, no, non si tratta di stabilire quale sia la forma meno difettosa del vivere insieme, ogni comunità ha i suoi problemi e ne risolve una parte, come può. E’ l’ambivalente e irrisolvibile natura degli uomini.

Volevamo un posto così semplicemente per trovare l’altra Cina, quella non in preda alle ottuse trasformazioni del mercato di consumo, quella che vive senza aspettarsi attenzioni e turisti. Un posto semplice, un po’ più vicino a quel che è stato.

Erri de Luca in sua piccola e intensa poesia che si intitola ‘Considero valore’, dice di trovare valore, tra le altre, nelle cose che oggi valgono ancora poco e nelle cose che stanno perdendo il valore che avevano. Ho da tempo fatto mie queste parole.

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E’ importante essere arrivati qui, stasera: mi riconnette al senso del viaggio e a questa terra. Anche a casa mia, in Brianza, cerco gli stessi posti. Mais, galline, attrezzi da lavoro manuali, stessi elementi, non veniamo da posti molto diversi, in un passato ancestrale eravamo uno, al contempo abbiamo entrambi dimenticato in fretta tradizioni, saperi, valori, le culture del fiume e delle radici. Le lucciole si sono spente di qui come di là. Noi su questa triste strada siamo più avanti – di spazi autentici nella nostra terra sempre meno, tutti smemorati, alcuni luoghi resistenti stanno forse nascosti in qualche valle d’Appennino e poco altro -, loro si sono lanciati al nostro inseguimento. Essere qui significa registrare qualcosa che scomparirà in un tempo che non saprei calcolare, ma di certo non lungo. La furia trasformatrice che sale dalle pianure è fortissima; e anche se non si vede ancora,  si sente.

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