La Cina in seconda classe – Biglietti cinesi (parte II)

Xiaoqì si sveglia presto. I galli cantano, gli uomini iniziano le loro attività, si leva un confuso vociare e con esso svaporano le brume tropicali del mattino. Sono solo le cinque.
Noi ci alziamo alle otto, svegliati più per preoccuoazione che per fretta, con quattro bruschi colpi alla porta, dal nostro padrone di casa. Quando ci rechiamo in cucina per la colazione veniamo guardati come degli eccentrici. Vi pare l’ora? Stavamo in pensiero!

Le colazioni cinesi, non so voi, ma io non le distinguo bene dagli altri pasti. Verdure fritte, riso, carne arrostita; se proprio, al posto della birra serale, latte di soia caldo e qualche dolcetto. Bacchette alla mano e buon appetito.

Meglio essere stati svegliati di buon ora comunque: il sole fuori avvampa l’aria sopra le risaie. Il termometro sale. L’umido appiccica. Facciamo una passeggiata lungo il fiume in una bella pace e realizziamo un ricco reportage agronomico.

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Verso il primo pomeriggio passiamo all’ufficio del turismo (o quel che è), salutiamo e ringraziamo il piccolo gruppo di accoglienza, le signore vestite da guardiacaccia, i motocarristi, la nostra padrona di casa, la piccola traduttrice dai capelli neri, profondendo sorrisi e piccoli inchini.

Aspettiamo sul piazzale un furgone che non passa. Il sole è opprimente. Dopo una ventina di minuti sopraggiunge un taxi di fortuna e non ce lo facciamo scappare. Trenta yuan per fare trenta chilometri. Tre euro. Ci facciamo lasciare alla stazione degli autobus di Wu Yuan.

Con strana, sorprendente, rapidità recuperiamo due biglietti, questa volta per Yushan (la Cina e i suoi scioglilingua), che sarà il nostro campobase per esplorare il Parco nazionale del San Qing Shan nei prossimi giorni.

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Dopo tre ore di viaggio arriviamo a Yushan: abbiamo perso altitudine e fuori, se possibile, fa ancora più caldo. Con lo smog densissimo e la grande umidità l’atmosfera è soffocante. Troviamo un accomodamento vicinissimo alla stazione dei pullman, l’entrata è tra due garage riadattati a fast food che arrostiscono carne. Una mamma e una figlia di massimo quattordici anni gestiscono un affitta-camere. La ragazzina con le sue doti informatiche ci agevola le mosse. Si mette al pc, attiva l’equivalente cinese di google translate, e pian piano ci dà tutte le informazioni che le chiediamo.

Dobbiamo recarci di corsa alla prima stazione ferroviaria per acquistare i biglietti dei prossimi giorni: le future tappe si avvicinano. Abbiamo tutti i dati, sappiamo ormai tutti i treni desideriamo prendere da qui per giungere poi fino a Pechino, nostra tappa d’arrivo. Abbiamo fatto uno sforzo organizzativo notevole e insolito, ma i posti in questo formicaio umano vanno a ruba e i treni sono quasi tutti pieni anche acquistando con anticipo.

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Con indicazioni alla mano, sperimentiamo una corsa in motocarro verso la stazione, un’esperienza da fare.
Stiamo seduti nel retro semicoperto dell’Apecar, su due assi di legno, sobbalziamo a ogni buca e osserviamo la città. Yushan è una cittadina di un milione di abitanti, inquinata, caldissima, verticale. Palazzoni e insegne come fossimo a Tokyo, mentre siamo nelle più profonda provincia. Appena dietro i palazzoni del centro, le case povere, oltre le case povere, un tessuto industriale di piccole medie imprese fittissimo. La campagna si apre a qualche chilometro dal centro: mi colpiscono le bufale che stanno, come in Africa, annegate dentro pozze di fango nero a combattere il caldo e le mosche. Un’immagine che non mi aspettavo e che mi ha impressionato.

Arrivati in stazione, momento di dramma personale: siamo esausti dalla giornata di viaggio e intensi calori, abbiamo fatto la strada in motocarro fino a lì e io non ho con me il passaporto (fondamentale affinché si possa ottenere un qualsiasi biglietto ferroviaro, anche agli stessi cinesi ogni volta è chiesto di presentare un documento di identità). Ho un attimo di sconforto: nel portafogli solo la tessera studenti dell’Università di Bergamo. Cazzus.

Silvia mi dice proviamo. E, per follia, gioco o sfinimento, rispondo: ok, proviamo.
La solita coda e arriva il nostro turno. Post-it con i dati pronti, li consegnamo alla bigliettaia; con la collaborazione di uno studente locale aiutiamo la cassiera, lenta, lentissima, a cogliere le informazioni essenziali e azzeccare i treni da prenotare. Ci mette il suo tempo, ma pare che le destinazioni e gli orari alla fine siano corretti; lo studente dietro di noi ci fa segno che è tutto giusto, di procedere. Vai, passaggio due: documenti prego. Silvia allunga la carta d’identità e io la tessera studenti. La disorientiamo. La cassiera è esausta, ha lavorato quindici minuti per selezionare i biglietti corretti e dei nostri documenti in alfabeto latino non capisce nulla. Guarda la tesserina aggrottando la fronte – brividi lungo la nostra schiena – poi procede. Deve inserire i codici dei documenti e i nomi per ogni biglietto e sul programma, sostiene, non può fare copia e incolla. L’attesa si allunga, lei fatica a inserire i dati, noi sudiamo e tratteniamo il respiro: butta bene, ma non vorremmo esultare troppo in fretta.

Il sistema non accetta la matricola dell’università, di nuovo attimi di panico. Ci riprova due, tre volte. Fuori intanto ha fatto buio, la coda dietro di noi è chilometrica. La matricola viene accettata. Si procede. Lentamente, ma si procede. Paghiamo il malloppo 120 euro in due, per farsi tutta la Cina da nord a sud.

Dopo mezzora di sportello, che a noi è sembrata eterna, usciamo dalla stazione con i biglietti tra le mani. Ricontrolliamo tutte le carte come stessimo giocando a Scala Quaranta.
E’ ufficiale: la buona notizia è che d’ora in poi di code in biglietteria non ne vedremo più, la cattiva è che per il tragitto più lungo, quello che ci condurrà a sud, fino a Guilin, ci siamo beccati gli ultimi posti rimasti sui sedili di classe più bassa. Il viaggio durerà dalle 23 alle 15 del giorno successivo…

La strada è ancora lunga, buon viaggio a tutti.

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