La Cina in seconda classe – San Qing Shan

San Qing Shan significa letteralmente ‘I tre puri’, nome riferito ai padri spirituali del taoismo. Si tratta di un parco che tutela un sito culturale – antichi templi taoisti annidati tra le guglie di roccia – e un contesto naturale molto particolare, per certi versi simile a quello delle Meteore greche.

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Prendete un enorme monte di granito e fatelo levigare dalle piogge per secoli, avvolgetelo tra le nuvole, come un Olimpo, e costruiteci intorno una scaletta sospesa nel vuoto. Questo è il San Qing Shan.

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Potete camminarci per due giorni: attorno a questi enormi bastioni di roccia, disperatamente attaccata alle pareti, a strapiombo, corre infatti una chilometrica passerella, che con scalini e ponticelli consente facilmente di accedere al parco anche nelle sue zone più remote.

Noi giungiamo al parco con una lunga corsa in furgone, in pianura affianchiamo la campagna tropicale fatta di risaie e piccoli frutteti, bufale e venditori ambulanti parcheggiati ai bordi delle strade. Poi si prende a salire per il costone di montagna, ad ogni tornante la mano dell’uomo scompare sempre di più, lascia spazio a boschi, pini taiwanesi, bambù e altre sempre verdi di cui non so dire.

Non la stessa cosa si può dire del centro del parco, lì la mano dell’uomo si vede eccome. Gli uffici del parco sono sovrastati da una cabinovia e attorno da alcuni palazzacci con funzioni commericiali o residenziali. Altri mostruosi edifici sono in costruzione.

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Il tempo minaccia pioggia, una giornata tipicamente monsonica, optiamo quindi per evitarci i tre chilometri di scalini e arrivare nel cuore del parco usando la funivia. Valutando col senno di poi, si è rivelata una buona scelta quella di salire così: consente di esplorare tutto il parco sfruttando al meglio l’intera giornata.

Appena in cima la visibilità si riduce a una trentina di metri, siamo in mezzo alle nuvole. Esplode un intenso acquazzone tropicale e per un’abbondante mezzora stiamo sotto la veranda di un ristorante, in compagnia di molti cinesi e nessun occidentale, ad aspettare che spiova.

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Lasciamo finalmente la parte urbanizzata del parco e attacchiamo la prima di moltissime rampe di scale.
Nella prima parte – sarà che è agosto, sarà che la pioggia in precedenza aveva portato tutti al riparo – saliamo in colonna dietro torme di cinesi. Poi, avanzando un po’ di più, dopo un’ora di strada siamo praticamente da soli a camminare sulla passerella sospesa sopra nuvole e vallate. Il cielo sopra di noi è ancora grigio e minaccioso, ma vivo, le nuvole corrono le une sulle altre e tra i piccoli sempreverdi abbarbicati sul costone di roccia un’aria finalmente fresca spira e spande odore di resina. Mi vengono in mente certe umidità autunnali o l’Irlanda, il mare d’inverno, mi confonde questo tempo, non saprei dire bene.

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I templi taoisti stanno in alto, alla sommità settentrionale del parco, immersi nel silenzio, in uno scenario mosso solo dal vento. Paesaggi straordinari per la Cina delirante formicaio di oggi.
Spazi di contemplazione, fazzoletti rossi e oro, grandi bracieri per l’incenso, le passerelle di legno si moltiplicano, tratteggiano le rive di piccoli stagni, i piccoli sempreverdi richiamano le forme dei bonsai.

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Incontriamo, dopo giorni, una strana coppia di stranieri. Lui australiano, lei peruviana che vive a Roma e parla un ottimo italiano. Vale la stessa cosa: nel loro tour cinese, giunto dopo un mese quasi al termine, pochissimi gli incontri non cinesi.

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Nel cammino di ritorno su un piccolo ponte sospeso incontriamo anche in gioiosa fila indiana dei monaci taoisti, felici di farsi fotografare.

Discesi al piazzale dei furgoni ecco uno dei nostri soliti problemi: un’ultima corsa di furgone prevista per le 17.20 non si trova. Chiediamo un po’ in giro e pare che la corsa in questo periodo (a) non venga effettuata o, in alternativa, (b) sia già partita, (c) non sia mai esistita. Un nugolo di improvvisati tassinari e motocarristi ci è addosso pronendoci prezzi per coprire i cinquanta chilometri del ritorno. Mentre contrattiamo prezzi, che restano decisamente troppo alti, ci trae d’impaccio un gruppetto di studenti cinesi: “Siamo in cinque, venite con noi su quel furgone là infondo e ci dividiamo il totale!”. Puoi dirlo forte fratello. Detto/fatto ci troviamo in corsa verso casa, e di nuovo, da domani, verso sud.

La Cina è anche questo signori, alle prenotazioni (quando possibile) preferiamo lo stato brado.

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