La Cina in seconda classe – Quel treno per il Guangxi (Parte I)

Di nuovo a Shangrao. E’ qui che dovremo aspettare l’inquietante treno che in sedici ore ci condurrà a Guilin, tappa meridionale del nostro viaggio, regione del Guangxi: banane, manghi, zanzare e scimmie. Risaie, ovviamente.

L’autista del furgone  ci chiede: dove vi lascio esattamente? Non ce lo chiede ovviamente in questi termini, ma ormai conosciamo certe dinamiche cinesi e leggiamo meglio la mimica facciale. Autista lasciaci in centro, gli diciamo, facendogli leggere ‘centro urbano’ sul frasario. Ci lascia a una pensilina su uno stradone a sei corsie. Asfalto, quaranta gradi; primo pomeriggio e il treno è alla sera, ore 23. Bene.

Proviamo a percorrere il lungo vialone per trecento metri e siamo lavati come fossimo finiti sotto una doccia. Non c’è l’ombra di un bar con una birra fresca. Ce ne accorgiamo solo oggi, giorno in cui dobbiamo fermare per qualche ora la nostra lunga marcia: non hanno i bar, questi cinesi. Fuori dalle grandi città occidentalizzate,  non c’è luogo dove ammazzare il tempo. Un fatto che indubbiamente parla del recente passato di questo paese: negozi di ogni tipo, ma non un posto per rilassarsi e cacciar quattro balle, darsi al vizio. Tempo da ammazzare, da queste parti, non ce n’è mai stato.

Optiamo allora per fermarci in un ristorante, non abbiamo fame, ma si tratta del primo posto dove ci si può sedere e bere una birra.
I ristorantini hanno una decina di tavoli al massimo e cucine minuscole, non più grandi di quelle domestiche. Al nostro ingresso, come già altre volte, sembra che dalla porta appaiano due marziani. Da queste parti non devono essere abituati ad avere ospiti dell’estremo occidente.

Ci si fa subito incontro un ragazzotto brillante, un po’ alticcio, che parla un discreto inglese e recita la parte del padrone di casa. Si alza da un tavolo, ci fa accomodare, ci chiede da dove arriviamo e dove stiamo andando, che ci facciamo lì. Deve essere un cliente di routine.

Chiediamo di lui: insegna in un’università qui vicino e dice di chiamarsi William; come molti altri cinesi più avvezzi a frequentare la società occidentale, anche lui si è dato (anche) un nome anglosassone.

William ci porta in cucina e ci fa scegliere direttamente davanti alla cuoca gli ingredienti da cucinare. Siamo al centro dell’attenzione e dell’allegria di tutti gli astanti e davvero trattati come ospiti speciali del giorno (e forse anche dell’anno).

Al termine della sua pausa, William ci lascia il numero di telefono e ci dice di chiamarlo in caso di bisogno o se vogliamo che ci guidi in visita alla città. Noi lo ringraziamo e lui chiosa: “non dovete preoccuparvi se un cinese vi offre il suo aiuto, qui siamo abituati così e faremmo di tutto per darvi una mano“. Non possiamo contraddirlo, vista la grande gentilezza incontrata in questi giorni.

Passiamo il pomeriggio in un bel parco urbano, dotato di piccoli spazi di lettura e riposo in stile taoista. Laghetti, sentierini, siepi e arbusti curati. Intorno la città fragorosa, piena di motori, ruspe e gru pronte a tirar su e giù, qui come altrove, alti palazzoni. E’ questo lo scenario urbano, in tutta la Cina interna.

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Mentre il pomeriggio passa leggo le riflessioni di Pasolini sulla modernizzazione senza sviluppo dell’Italia del dopoguerra; non le trovo lontane, ahimé, da quel che vedo succedere qui in questi giorni. Rischi che stanno correndo anche loro: vendere le radici, una tradizione millenaria, per una jeep e l’aria condizionata.

Il parco resta desolato fino alle 17, poi il nostro spazio di lettura, riposo e meditazione, viene invaso da dei ragazzini; arrivano alla spicciolata e aumentano fino a diventare una ventina. Noi li guardiamo interrogativi, loro anche. Cosa ci fate voi qui?

Dopo una decina di minuti, mentre i ragazzini stanno già provando pesi, spade e bastoni, come se si preparassero a una guerra, ecco il loro maestro. E’ lui ad annunciarci che stiamo per finire in mezzo a degli allenamenti di kung fu. Ci dà il benvenuto in qualità di spettatori offrendoci due bottigliette di acqua fresca.

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I piccoli atleti marziali per un’ora abbondante monopolizzano piacevolmente l’attenzione di tutti i visitatori del parco che piano piano si riempie.

Calato il sole, scomparsi i ragazzini, comparse le zanzare, decidiamo di intercettare un taxi per andare in stazione. Arriviamo alle 20.30. Le 23 sono ancora lontane, il caldo asfissiante. Davanti alla stazione di Shangrao – in una desolata e polverosa periferia dove non ci sono alberi, ma rade gru e qualche cantiere per nuovo grattacieli – c’è una kasbah fatta di tende di ambulanti, friggitori, grigliatori. Pezzi di porco, pezzi di piovra, zampe di pollo, brodi, zuppe, spezie, si può trovare ogni tipo di cena in questa tendopoli. Noi ci prendiamo altre due birre e allunghiamo il tempo da passare all’aria aperta, sotto le stelle.

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Quando anche la birra finisce non abbiamo più alibi e dobbiamo farci coraggio ed entrare in stazione. Sappiamo che usciremo da un’altra stazione, ma solo dopo un intero giorno di viaggio. Su un sedile. Nel delirio.

(continua...)

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