La Cina in seconda classe – Quel treno per il Guangxi (Parte II)

La sala d’aspetto della stazione povera di Shangrao è già un ottimo antipasto. Anzitutto, è uno di quei tanti posti in questo paese che ti fa capire quanto i cinesi superino ogni quantità accettabile, immaginabile. La stazione ha due enormi sale d’aspetto, una al pian terreno e una al primo piano, file e file di sedie. I posti a sedere sono tutti continuamente occupati, nonostante passino treni ogni quindici minuti. Ci sono vecchi, bambini, scatoloni, cassette, gente buttata per terra, gente che mangia polli arrostiti, che dorme, che non piglia pesci. Ai lati, grandi ventilatori fanno quel che possono contro la massa umana, la grande umidità, l’afrore. Dai bagni esce un odore di latrina che si spande vomitevole per tutta la stazione, sul pavimento ogni genere di schifo, acqua nerastra che sbrodola ovunque sotto il calpestìo.

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Alcuni cinesi, in questo scenario, si aggirano a piedi nudi, nessuno storce il naso alle condizioni dei bagni, se ai neonati cade una cosa di mano semplicemente la raccolgono senza pulirla. E’ l’Oriente, il suo diverso rapporto con lo sporco: qualcosa che è parte della vita, che c’è, che va in certa misura (una misura culturalmente determinata) accettato.

Noi sudiamo e inveiamo, il treno non è nemmeno tra i prossimi dieci in tabellone. Pensiamo a che viaggio ci aspetterà osservando il brulicare stanco e accaldato di quella enorme massa umana davanti a noi.
Nel tempo d’attesa teorizziamo un po’, ci soffermiamo a lungo a guardare i loro (tanti, nonostante le politiche di limitazione delle nascite in parte operino ancora) bambini. In Cina la prima cosa che si fa notare è l’assenza di passeggini: si gira coi bambini in braccio o fasciati al corpo della mamma e del papà. Non esistono ciucci, né pannolini. Eppure questi pargoli non piangono mai, né danno segni di insofferenza, sembrano perfettamente educati alle arti della pazienza e del silenzio. Lo abbiamo visto tante volte in questi giorni e le domande sui modi di educare la prole e le loro determinanti culturali si sono fatte più insistenti. Perchè i nostri bambini frignano per tutto? Il passeggino serve davvero? E abituarli a gestirsi senza pannolino? Come funziona?

Domande figlie dei trent’anni, dirà sornione qualcuno. Io, v’assicuro, registro solo fatti di particolare interesse geografico. Le illazioni le lascio tutte a voi.

Saliamo sul treno esausti e appicicaticci, scalziamo dei cinesi dai nostri posti e ci accomodiamo per la lunga notte. Uno dei problemi dei convogli di bassa categoria in Cina è che vengono emessi una miriade di biglietti anche per la categoria “posti in piedi”: finisce che c’è gente seduta sullo sciacquone della toilette, in mezzo al corridoio e tra le valigie. Io mi sistemo davanti a due ragazzine che, a mezzanotte, stanno mangiando dei noodles in brodo in gigantesche monoporzioni pre-cucinate; di fianco un tizio dorme, puzza di aglio e mi cade addosso ad intervalli regolari. Silvia è contornata da quattro ragazzotti che giocano ossessivamente ai video-game (hanno pure i joystick da viaggio!) sgranocchiando le peggiori cose. Di particolare rilievo – grande must dell’alimentazione con gli occhi a mandorla – zampe di gallina in pratiche confezioni sottovuoto. Apri, scarti, sgranocchi. Sputi le parti più gommosine. Bambini, come piccoli macachi, stanno arrampicati sui poggia testa dei sedili, giocano, si spulciano e osservano a branchi i movimenti dall’alto.

Bisogna attendere le due del mattino affinché i nostri numerosi compagni gialli terminino di nutrirsi e cadano nel sonno piú profondo in stravaganti posizioni. La fa decisamente da padrona “braccia conserte e testa sul tavolino”. Pare gliela insegnino alle elementari. Il tizio di fianco mi cade addosso per l’ennesima volta, lo risollevo, non si sveglia, deve aver mangiato pesante; anche lui dovrebbe imparare ad appoggiarsi al tavolino quando si sta per addormentare.

Alle tre, mentre sto ascoltando L’era del cinghiale bianco di Battiato, nel tentativo di isolarmi dal mondo che russa, proprio mentre Giusto Pio sta per attaccare uno dei suoi dinamitardi assoli di violino, sento un’esplosione e un crack. Dalla cappelliera strapiena si è staccata una slavina di valigie e un trolley da quaranta litri mi è finito dritto in testa. Apro gli occhi, ci metto un po’ a rendermene conto, resto fermo immobile per un paio di secondi guardandomi attorno stralunato (tipo Will il Coyote prima di cadere nel precipizio). Gli altri mi vedono nel dormiveglia, ma non accennano a movimenti. Io mi alzo rimetto a posto le valigie (di altri) e mi assicuro che il crack avvertito non riguardi il mio cranio. Mi porto da quella caduta, come souvenir, un piccolo taglio in testa.

Viene chiaro presto qui ad est, io non ho chiuso occhio, e non siamo neanche a metà strada. Ora alla mia sinistra c’è una bella ragazza seduta sul suo trolley nel mezzo del corridoio. “Ma s’appoggi pure volentieri, fino all’alba livida di bruma che ci asciuga e ci consuma..” Vinicio Capossela on air.

Intanto il grande popolo si sveglia e… inizia a mangiare. Registro nuove paste in brodo e una signora che, un paio di file avanti, tira fuori dei fogli di giornale appallottolati. Scarta un paio di fogli e salta fuori un polletto arrostito di quelli visti la sera prima fuori dalla stazione. Lo azzanna che son le sei e mezza.

Silvia dorme in mezzo a gente che prosegue a masticare zampe di pollo e altre frattaglie. Il rutto, come sempre in Cina, è libero e abbondante.

Ho la pessima idea di tentare di raggiungere il bagno. Mi alzo scavalco la ragazza col trolley, poi delle valigie, schivo la testa a penzoloni di un bambino che dorme, dribblo le gambe ad incrocio di altra gente sparsa per il corridoio: praticamente è come fare stretching. Raggiunto il bagno ovviamente c’è della coda da fare, si aspetta con pazienza tra la latrina e quelli che ti fumano attorno. Eh sì, perchè, altra chicca, in testa al vagone, in Cina, nelle classi basse, si fuma liberamente.

Il pomeriggio sembra non arrivare mai. Dalla metà del mattino riprendono le canzoni corali di regime che cullano il viaggio verso il sol dell’avvenire in filodiffusione e anche il continuo andirivieni di gente che sale sul treno e vende pendagli, giocattoli, verdure, portafogli, così, giusto per guarnire la torta. Il capotreno ogni paio d’ore passa con uno scopettone di saggina, di quelli che mio nonno usava per pulire il pollaio – tra l’altro, nelle medesime condizioni igieniche – e scopa la quantità inumana di rifiuti, gusci, lattine, scarti che il grande popolo ha lasciato per terra. Nella sua opera, il capotreno, è impietoso e chi non si leva dal corridoio viene sommerso dai rifiuti in arrivo.

Sono quasi le tre del pomeriggio e tocchiamo terra a Guilin. Non mi sembra vero, al posto delle gambe abbiamo due zamponi, che comunque ci portano fino all’ostello, dove ci laviamo e addormentiamo incuranti, come non ci fosse un domani.

 

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