La Cina in seconda classe – Di passaggio a Guilin

Guilin, altri stradoni, altri palazzi, altro traffico, molti più negozi. Rimini senza mare.
Si tratta di una delle tante mete turistiche da indagare con occhio geografico, restituendo un’immagine più veritiera del luogo rispetto alla sua presentazione commerciale.
In giro una gran quantità di immagini turistiche della città richiamano in continuazione elementi paesaggistici spettacolari, zattere, cormorani, silenzio; in una parola, la Cina tradizionale. Peccato che quelle atmosfere stiano almeno a trenta chilometri da qui. A Guilin ci sono solo scampoli di quel mondo scomparso, resti che perdono la loro residua grazia appena si alza, anche di poco, lo sguardo verso il cemento, lo smog, il rumore che gli sono attorno.


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A Guilin, di nuovo, mi scontro con uno dei pochi lati che non mi piace della Cina: è un paese con pochi spazi per vivere, respirare, incontrare il piacere di un momento. Le grandi città cinesi sono deliranti, la provincia – come abbiamo visto – è priva persino di bar, la campagna è remota, faticosa da raggiungere. Non viaggio per affliggermi né per espiare colpe, colmare vuoti, viaggio per guardare e vedere e se si riesce, quando capita, per piacere. Ecco, in Cina, almeno fino a qui, mi sono mancati momenti di sosta e piacere lungo l’itinerario, mi manca l’incontro con cittadine che regalino qualche senso di vivere, che insegnino altri ritmi, altri trucchi per godersela. Le stiamo cercando.

Ci rifugiamo in uno dei grandi parchi naturali per fuggire al traffico, il Parco delle sette stelle. Al suo interno spazi artificiali costruiti dall’uomo, piccoli templi, cascate, si alternano a zone di foresta tropicale che ancora avvolgono diversi colli, alture da cui si godono vedute dall’alto sul parco e la città.

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Tutto il parco è disseminato di cartelli che invitano a stare lontani dalle scimmie selvatiche.
E infatti… risalendo un sentierino ci troviamo in men che non si dica attorniati da un gruppetto di scimmie che corrono nella nostra direzione. Ci fermiamo, ci guardiamo un po’ perplessi: dopo l’orso bulgaro ci mancavano le scimmie cinesi!

Sembrano mansuete, ma tutti quei cartelli di pericolo? Che fare? Siamo attorniati.
Finisce che stiamo fermi per un po’ a far qualche foto e poi proseguiamo; anche il gruppo di pelosi riprende la sua corsa verso il lato opposto della boscaglia.

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Arrivati ad un laghetto nel cuore del parco vediamo due anziani intenti a seguire dalle sponde il nuoto di una carpa. Una scena classica da stampe cinesi.
Il vecchietto ad un certo punto fa segno alla moglie di aspettarlo un momento ed entra nel bosco, sbuca poco dopo con un lungo ramo in mano. Si tira su le braghe, arrotola fino al ginocchio, e si immerge nello stagno con la sua nuova arma. La moglie dalla sponda (più alta) gli indica dove si muovono le carpe e lo incita, lui si avvicina come un gatto e con tre mosse da antico samurai tira delle gran mazzate nell’acqua per ucciderle. Siamo in un parco naturale. Bene.

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Usciti dal parco, sudati, sfatti e semoventi nei quaranta gradi del pomeriggio, veniamo fermati da padre e figlio che ci chiedono una foto. Noi ovviamente diciamo ok, facciamo segno di sistemarsi. Loro ci fanno degli strani gesti: no, non avete capito, la foto la voglio con voi. Ah, ok, se è questo che vi interessa… ci prestiamo con un po’ di imbarazzo. Ci ringraziano infinitamente.

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A non più di un chilometro, un’altra ragazza si fa incontro e chiede di potersi fare una foto con noi. Questa almeno ha diciassette anni. E va bene: sorridete, clic e via. L’occidentale, insomma, è trendy anche sfatto, sudato e senza roba di Prada addosso.

Data la parziale delusione di Guilin, la nostra tappa meridionale, prima del giro di boa, si sposta a Xing Ping, un paesino di pescatori lungo il fiume Li, in cui ci fermeremo per tre giorni. Prima però si sale alle risaie della dorsale del drago per qualche nota da un paesaggio millenario. A domani.

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