La Cina in seconda classe – Sulla schiena del drago

Le risaie a quota mille metri sul livello del mare della dorsale del drago sono un caso paesaggistico particolare. Il regime ha posto il sito sotto tutela probabilmente per farne in passato uno dei gioielli di famiglia, un campione materiale e morale da mostrare ai visitatori cinesi ed esteri, un modello di Cina rurale, comunitarista, laboriosa, in pieno stile maoista. Curiosa scelta visto che a modificare nei secoli il paesaggio dell’area di Longsheng sia stata una minoranza etnica.

Per accedere all’area delle risaie bisogna superare un paio di dogane e pagare un biglietto. Noi svolgiamo la nostra tratta con un pullman di locali e questo agevola il nostro ingresso.
La tutela del regime impone una specie di anti-modernismo a senso alternato (la strada è lasciata in condizioni disastrose, agli abitanti è impedito l’uso di mezzi a motore dentro l’area delle risaie, ma si sono appena conclusi i lavori di costruzione di una funivia turistica…) e la completa asportazione, verso le casse di stato, dell’intero valore generato dai biglietti di accesso. Soldi che vanno a Pechino e non tornano più, con qualche sommessa rimostranza della comunità locale.

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Lasciata Guilin si percorrono un centinaio di chilometri privi di altri centri urbani, solo casolari o case cantoniere disseminati in un ambiente che si fa via via più montano e povero. Qui c’è la Cina che vive nelle case di legno, ferma a cinquant’anni fa: di fianco alla casa la stalla, davanti alla stalla una piccola aia dove razzola il pollame. Mentre registro il paesaggio dal finestrino, mi colpiscono i pochi ponteggi edili incontrati: sono di sola corda e bambù, nei cantieri improvvisati i carichi si portano a spalla o si bilanciano i pesi facendo poggiare un’asta di legno dietro il collo.

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Negli ultimi dieci chilometri si entra in una gola selvosa e fluviale. La strada si arriccia attorno al tortuoso (e impetuoso) percorso del fiume, seguendo i suoi balzi, le curve, le cascate, i piccoli e grandi dislivelli; sale stretta e curvosa in mille tornanti – il doppio di quelli che fareste per raggungere Morterone, il comune meno abitato d’Italia.

La carreggiata paga le piogge torrenziali delle ultime settimane, che hanno investito e allagato buona parte della Cina meridionale. La sede stradale, già limitata dall’orografia, deve fare i conti un tornante si ed uno no con piccoli o grandi smottamenti, frane i cui detriti sono stati semplicemente accantonati ai bordi della via, creando continui colli di bottiglia in cui l’autista deve infilarsi con estrema attenzione, misurando le distanze e chiedendo il passo a  colpi di clacson. Alcuni di questi smottamenti, dopo la lunga notte di piogge, sono freschi di giornata e ci tocca fare un po’ di cross tra tronchi, massi e detriti o attendere fermi per mezzora il termine delle operazioni di pulizia. Dopo alcune curve sorprendono o spaventano vere e proprie cascate che dal costone roccioso piombano sulla strada: in alcuni momenti fanno temere per i cristalli dell’autobus.

Non bastasse, l’asfalto, a strapiombo sulla gola fluviale, in diversi punti è completamente ceduto, lasciando vere e proprie voragini ai lati della strada. Ad ogni ostacolo i passeggeri coralmente si lasciano a boati o sospiri di sollievo. Qualcuno sul lato sinistro copre con le tendine dell’autobus la vista del precipizio, altri stanno male e ballano su e giù per il corridoio. L’ennesimo viaggio della speranza lungo la Cina e le sue faticose distanze. Speriamo fra due giorni di poter scendere senza intoppi: le previsioni danno pioggia.

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Arrivati alle risaie il clima, la vegetazione, i piccoli villaggi in legno, osservati con sguardo ampio, distrattamente, potrebbero sembrare uno scorcio valdostano, ma sono subito le temperature e i tassi di umidità a ricordare che il Vietnam è vicino.

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Noi alloggiamo a Tiantou, un gruppo di case in quota, da cui è semplice intraprendere i vari itinerari per la visita dell’intero sito. Per arrivarci ci vogliono quaranta minuti di scalini in pietra che lentamente permettono di risalire i terrazzamenti.

Gli Zhuang, che vivono e lavorano qui oggi come un tempo, con la loro millennaria opera di sistemazione del terreno e regimazione delle acque diedero origine a uno dei più imponenti paesaggi agrari del mondo, quello definito, appunto, dei terrazzamenti irrigui; piccole balze utilizzate prevalentemente per il riso, ma non solo. Per garantirsi l’autonomia alimentare in condizioni d’isolamento gli Zhuang dovettero sempre mantenere un regime agrario policolturale, in cui coltivare tutto quanto di cui la comunità necessitasse. Verdure e frutti oltre i cereali da granella facilmente conservabili.

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Arriviamo all’ostello non senza esserci smarriti un paio di volte tra case diroccate e terrazzi, sudati come sempre e cotti a puntino.

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L’ostello guarda sulla vallata punteggiata dai cappelli di paglia dei contadini, profuma di pane (anche se il pane non c’è), è gestito da una coppia di giovani cinesi gentili; le camere sono in legno, piene di fessure, da una parte danno sulle risaie, sul retro affacciano sopra un pollaio. Noi ovviamente siamo sopra il pollaio, e la cosa, sapete, non mi dispiace: mi sento a casa.

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