La Cina in seconda classe – Il destino di Xing Ping

Il pulmino corre tra bufali e piantagioni in mezzo alla campagna assolata. Sui sedili, noi, con i nostri zaini colorati, contornati da uno stuolo di mondine che prendono il furgone delle 18 per tornare in paese. Braccia robuste, mani brune, terra sotto le unghie, gente abituata a lavori sotto la pioggia e sotto il sole. Rustiche, mangiano cetrioli lungo la via del ritorno.

Arrivati nei quaranta gradi di Xing Ping veniamo scaricati in un piazzale pieno di bancarelle cariche di frutta tropicale.
Nel trambusto di clacson, polvere e occhi a mandorla, dopo sette ore di pulmini, ci guardiamo attorno disorientati; una ragazza, forse mossa a compassione, ci chiede se abbiamo bisogno di una mano e, gentilmente, ci indica la via per l’ostello. Assistiamo sbigottiti ai miglioramenti fatti nelle interazioni senza una lingua in comune.

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All’ostello solo uno della famiglia parla inglese, non si vedono occidentali, un anziano con una mannaia trita aglio e peperoncino seduto sulla porta d’ingresso; subito ci viene incontro una signora e ci offre dei frutti piccoli e rotondi (di cui ancora non siamo riusciti a ritrovare l’identità). Un gesto di accoglienza che vale più di mille parole.

La famiglia che gestisce il posto è numerosa, solare, la camera colorata con stencil di farfalle e fiorellini sui muri, il balcone guarda sulla stazione degli autobus (rumore garantito dalle cinque del mattino). Siamo gli unici turisti alloggiati.

Nel tragitto per arrivare fin qui abbiamo fatto scalo a Guilin con una missione: cercare di acquistare una nuova corsa in treno che, nel nostro itinerario sempre ‘under construction‘, si è resa necessaria. Un’ora di coda per poi sentirci dire che oggi si emettono solo i biglietti fino al 14 di agosto, per i giorni successivi bisogna aspettare. Bizzarrie delle ferrovie cinesi e del loro rutilante modo di assegnare biglietti.

La coda ci serve per fare conoscenza con una ragazza di Guilin che studia lingue a Genova. Ci scambiamo un po’ di impressioni, le raccontiamo del viaggio. La coda è lunga, si offre di darci una mano una volta alla biglietteria. Nel frattempo, provo a domandarle se c’è condivisione e felicità  davanti alla mostruosa crescita urbanistica e economica che si vede in ogni angolo del paese. Si  vedono ora i primi soldi girare, mi dice, e questo crea euforia tra la popolazione, ma questo fenomeno non c’entra direttamente con la crescita delle città. Si stanno costruendo più case di quante ne servano, una grande speculazione edilizia come forma di investimento di grossi gruppi economici: case moderne e costose certamente fuori dalla portata della Cina popolare, che per il 70% è ancora fatta di gente di campagna con redditi bassissimi.

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La sera prima di cena usciamo a fare una passeggiata fino al porticciolo di Xing Ping, a quest’ora i turisti spariscono sui pulmini e fanno rientro alle città più importanti. In paese rimangono solo pochi turisti silenziosi.

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Lungo le strade di pietre le porte delle case sono aperte, interni in penombra dove si svolgono, su sfondi scuri e poverissimi, scene di vita familiare d’altri tempi: il rito del té, il gioco a carte, la monda della verdura, famiglie riunite in cerchio sotto i grandi poster di Mao che in ogni stanza osservano dall’alto la quotidianità che scorre. Appena fuori dal paese una lussureggiante campagna; lungo la capezzagna arachidi, pompelmi a fette e funghi stesi per terra, davanti alle case, ad essicare.

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Arrivati al porto il selvoso paesaggio a guglie fa da cerniera tra cielo e terra, si staglia scenico davanti ai nostri nasi all’insù. Gli ultimi barcaioli all’imbrunire rientrano con le loro zattere a motore. Di quelle a remi di bambù, qui non se ne vede piú una.

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Peccato, questo villaggetto di pescatori si sta trasformando – siamo solo agli albori – in località turistica.
Arrivati oggi, Xing Ping ci ha dato l’idea di un posto in cui si sta ancora bene, un posto dove finalmente godersela un po’, un angolo di pace in mezzo a questa Cina delirante.

Spiace pensare che anche questa comunità di gente semplice verrà investita dalla furia cieca e il loro paesino di tre vie polverose trasformato in un baraccone per viaggi organizzati. Già si colgono i primi segni di colonizzazione: l’arrivo del bancomat (assente fino all’anno scorso), le zattere a motore, i pulmini elettrici, il rifacimento della passeggiata sul fiume, i negozi che vendono tutti le stesse cose insensate per turisti, le file di turisti in ingresso e uscita dal porto, un grande inquinamento.

Ho girato un po’ in questi anni e quasi sempre ai confini dell’impero: tutti posti che mi son sembrati segnati dal medesimo destino: l’infezione da mercato. I luoghi di cui mi sono affascinato destinati praticamente ad essere inghiottiti e sparire. In molti di questi posti sarà impossibile tornare.

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