La Cina in seconda classe – In sandali nella foresta

Xing Ping si sveglia sotto il cielo albuminoso e umido di agosto e noi, che dormiamo sopra la stazione degli autobus, ci svegliamo con il suo trambusto assortito di uomini, attrezzi e motori.
La prima escursione segnata sul taccuino prevede di dirigersi verso Yùcan, villaggio di pescatori situato una valle più a sud della nostra.
Prima di partire chiediamo a Tang, il nostro disponibilissimo ostelliere, qualche delucidazione circa il percorso. Ci dice che si tratta di una via facile, quattro ore andata e ritorno, non è indicata, ma basta chiedere alla gente del posto. Ci scrive sul taccuino in cinese il nome della nostra destinazione di modo da poterlo mostrare per eventuali richieste di informazioni. Colazione con manghi freschi di raccolto e si parte.

Superate le due principali vie che compongono il centro del paese, ci addentriamo per una carrereccia in mezzo a orti e agrumeti. Qui e là le case bianche dei contadini orlano il percorso, in ogni aia, graticci, essicatoi, rottami, polli che razzolano, bucato steso ad asciugare. A bordo strada, signore intente a pulire arachidi da poco raccolte ce ne offrono un mazzetto.


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Si arriva ad un vecchio lavatoio ed è tempo di svolta: vediamo un sentiero dipartirsi verso la montagna, chiediamo agli indigeni, confermano: sì, per Yùcan, proseguite di lì.

Il sentiero che Tang ci aveva presentato come facile inizia a zizzagare tra cespugli di bambù alti venti metri e inerpicarsi. In pochi minuti le ultime voci del villaggio non si avvertono più, inghiottite dall’intenso frinire della macchia tropicale. Mezzora di salita e siamo sudati come due anguille.

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Il sentiero sale, si arrampica in mezzo alle guglie selvose tipiche del paesaggio regionale del Guangxi, da Guilin fino a quaggiù. Sembra di stare dentro ad una nuvola vegetale; entrarci in mezzo è una sensazione strana, diversa da quella provata entrando in un bosco europeo. Banale dirlo, difficile non provarlo.

Arrivati in alto alla salita il sentiero spiana, troviamo una piccola radura e tiriamo un attimo il fiato, sostiamo all’ombra vivisezionando con il coltello un pompelmo rubato in campagna.

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Alla fine della radura incontriamo un primo piccolo problema. Il problemino è il seguente: il sentiero si divide in tre camminamenti, che esplorati nei loro primi metri si biforcano ulteriormente; e non c’è anima viva a cui chiedere.

Abbiamo camminato tanto e in tanti posti diversi in questi anni, abbiamo un po’ di esperienza e una dignità da tenere alta: non possiamo fermarci qui. Allora iniziamo a fare tutti i ragionamenti possibili: quello è più battuto, quello prende una direzione che ha più senso, questo presenta tracce di passaggio recenti. Una teoria tira l’altra, il tempo passa e così decidiamo di provarli uno a uno. Partiamo dal primo, ma al terzo bivio valutiamo non sia saggio proseguire: in mezzo a questa selva umida, fitta e rumorosissima, saper tornare sui prorpi passi potrebbe non essere semplice. Per il secondo, stessa cosa, la storia si ripete. La terza traccia parte bene, ma dopo una decina di minuti si chiude sempre più, perdendosi nel verde: la vegetazione ci avvolge completamente. Tra l’altro – sulla scorta delle rassicurazioni in merito alla facilità del sentiero – noi ci troviamo in braghette e sandali in mezzo a una foresta di insetti e bestie di ogni sorta.

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Ci arrendiamo e discendiamo il crinale.
Appena rimettiamo piede sulla strada a benedirci d’un tratto ecco uno splendido acquazzone monsonico. Ci ripariamo sotto la tettoia di una casa di campagna destando la curiosità dei bambini che davanti ai nostri musi occidentali sgranano sempre gli occhi.

La sera andiamo a cena dopo una bella passeggiata al porticciolo: al tramonto miriadi di piccole zattere ronzanti rientrano al molo portando a terra gli ultimi turisti; scene da alveare.
Un ristorantino con menù in inglese e dei piatti vegetariani è un lusso quasi aristocratico. Ne approfittiamo.

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