La Cina in seconda classe – Sul grande fiume Lì

Seconda giornata escursionistica a Xing Ping. Scendiamo e annunciamo le nostre intenzioni a Tang: costeggiare il fiume Li e spingerci fino a Yangdi. Lui ci avverte con un sinistro ammonimento: non tornate tardi, a una certa ora i traghetti finiscono e per il ritorno rimangono solo le zattere. Si fan pagare care.

Bene, penso tra me e me, camminare con l’ansia.

Il cielo oggi è plumbeo e immobile, da pomeriggio di dicembre, incredibilmente anche le temperature sono moderate: si cammina senza sudare. Dalle informazioni raccolte attraverso le guide, il sentiero, della durata di quattro ore sola andata, dovrebbe costeggiare il fiume, essere organizzato e a pagamento, prevedere quattro trasbordi da una parte all’altra inclusi nel prezzo del biglietto di accesso. La maggior parte di queste informazioni si rivelano forvianti o completamente false.

La prima parte del sentiero è una normale strada a due corsie, all’inizio piena di traffico e bancarelle turistiche, poi via via desolante in una campagna bruttarella lontana dal fiume. Fortunatamente non c’è il sole, altrimenti preparatevi a cuocere, in strada non c’è l’ombra di un filo d’erba. Insieme a noi sul grande sentiero ‘organizzato’ di tutta la bolgia iniziale non è rimasto nessuno.

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Nei pressi di Nine horse fresco hills (bizzarro nome inglese della località), la carrereccia termina annegando nel fiume; di biglietti di ingresso nemmeno l’ombra. Alla riva del fiume troviamo però ad aspettarci il previsto traghetto che, per 10 yuan, ci conduce all’altra sponda, dove il nostro percorso? strada? sentiero? dovrebbe proseguire la sua corsa.

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Ed effettivamente dall’altra sponda riparte una chilometrica sterrata che si inoltra in campagna tenendosi sempre ben lontana dal fiume Li. Visto il traffico fluviale del mattino meglio così, alle undici la densità del traffico nautico è da tangenziale est, smog e rumore li lascio alla vostra immaginazione.

Sopra di noi verdi picchi svettano nel cielo grigio, sembra la Val Gardena quando piove.

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La strada di campagna diventa ad un tratto sentierino acciotolato che vira netto verso il fiume. Ora proseguiamo sui ciottoli poco sopra la riva del fiume, immersi nella selva. Il sentierino però, al passare dei metri, prende a stringersi. Scena già vista. La Cina e i suoi imprevisti… non sto a ripetermi.

Dopo un quarto d’ora camminiamo strusiandoci tra le frasche tropicali. Il sentiero si sta completamente chiudendo e lo crediamo bene: questi turisti cinesi vanno tutti in barchetta, dopo tre ore a piedi non abbiamo ancora incontrato nessuno. Nessuno.

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Avanziamo ancora, i ciottoli sono segno di un’opera umana pensata: condurranno certamente alla meta. Ci crediamo. Per le grandi piogge ora una cascata si riversa esattamente sul sentiero, ostruendo il passaggio. Bene, fuori le scarpe, piedi nella fanghiglia e si guada. Riprendiamo dopo esserci asciugati alla bell’e meglio. Ancora un chilometro e finiscono la foresta, ma anche i ciottoli. Ci troviamo in mezzo alla campagna su un sentierino di fango che poco più avanti si dirama tra i campi senza indicazioni. La nostra fede nella missione vacilla, ma proprio in quel momento arriva una indigena con delle borse dal fitto della boscaglia. Chiediamo indicazioni e proseguiamo facendo strada insieme. Arriviamo così al nuovo attraversamento fluviale, il traghetto d’ordinanza è fermo abbandonato a se stesso. La signora con rapidi gesti ci spiega che è inutile aspettare, non arriverà nessuno. L’unica è fermare una zattera. Ci chiede cento yuan (poco più di dieci euro) per fermarne una; non vediamo molte altre possibilità. Ci si impiega un po’, non è semplice farsi raccogliere. La signora urla ai barcaioli come una matta.

Saltiamo sulla prima bagnarola che si ferma, saltando così l’ultimo pezzo di sentiero (allagato, a detta dell’anziana). Da soli non so come ce la saremmo cavata. I dubbi restano molti, ma come insegna il fiume, in certi momenti, bisogna lasciarsi alla corrente degli eventi e farsi portare.

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Yangdi si rivela un villaggio senza grandi spunti di interesse. Solo un gran casino di turisti cinesi che si fanno foto sulle zattere, tutte uguali, o comprano nuove cover per i loro super smartphones alle bancarelle turistiche.

Mangiamo qualcosa seduti su dei gradini di cemento, assediati da venditrici che ci propongono gite in zattera. Le mie risposte in italiano non sembrano convincerle circa il nostro disinteresse. Non va meglio con i gesti o  l’inglese. Dovremmo farci preparare da Tang un bigliettino in cinese con scritto: ‘non siamo interessati’. Un cane e degli anziani frugano gli scarti nei cestini.

Tornare; comunque dovremo tornare. Di traghetti ne passano tanti, ma non ce n’è uno fermo al porto. Mentre ci spostiamo lungo il molo procede a infastidirci uno sciame di venditrici: Bamboo, Xing Ping, Bamboo, Xing Ping, Bamboo, Xing Ping. Sanno prenderti per sfinimento i cinesi.

Si vecchia, va bene, mi hai esasperato, fammi un prezzo. Inizia la contrattazione. La fermo a 300 yuan in due per il ritorno, non ho forze per proseguire in quel dialogo di matti. Trentacinque euro in due e ora sparite da qui. Silvia dice che mi sono fermato troppo presto, forse ha ragione, ma piuttosto che buttare a mare qualche signora…

Il barcaiolo del ritorno tenta di farci fermare a tutti gli spiazzi turistici lungo il fiume: le solite bancarelle. Lo preghiamo di tirare dritto verso casa che di bancarelle ne abbiamo le palle piene. In due ore giungiamo a meta, il lento viaggio di ritorno consente comunque di recuperare un po’ di gusto e attenzione per l’aspetto importante: uno scenario naturalistico unico e impressionante.

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Alle 19, con le nuvole, da questa parte del mondo, inizia già a fare buio.

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