La Cina in seconda classe – Ginnastica del viaggio

Silvia smanetta abilissima sul piccolo ipod e trova tutte le informazioni che ci porteranno in salvo alla prossima tappa. Tang chiama per noi un ostello di Yichang, negoziando in cinese il nostro prossimo tetto per la notte. Salutiamo il Southern Hostel – un posto che, se mai verrete da queste parti, vi consiglio di annotarvi nel vostro personalissimo taccuino – ringraziamo Tang e la sua famiglia terragna, quasi con una punta di nostalgia. Ci siamo trovati bene.

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Sul pulmino di metà mattina corriamo già verso una lunga due giorni ferroviaria: da Guilin a Wu Chang,  18 ore di treno, da Wu Chang a Yichang, altre 4; si inverte il senso di marcia e si inizia la lenta risalita verso il grande nord, prossima fermata le Tre Gole lungo il corso del Fiume Azzurro e la loro famosa diga, la più grande mai costruita dall’uomo.

Il furgone taglia una campagna bagnata dalle piogge monsoniche, piove ininterrottamente e copiosamente dalla sera precedente, la terra è inzuppata, dove non zuppa è sommersa, contadini e animali oggi lottano nel fango. Lungo la via per Guilin, ancora una volta, mezza sede stradale ceduta, un tir a gambe all’aria e tonnellate di ghiaia sparse nei campi. Penso al poverino che dovrà ripulire il terreno: qui in campagna si fa ancora tutto a mano e ci metterà giornate intere di lavoro.

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A Guilin ritentiamo l’acquisto della tratta ferroviaria che ci manca: Wu Chang – Yichang. Siamo al terzo tentativo. Facciamo quaranta minuti di fila e, a proposito della Cina e i suoi imprevisti:  da un istante all’altro, quando mancano due persone al nostro turno, il bigliettaio tira la tenda e chiude il suo sportello. Per un attimo non ci vedo più, vorrei tirare un sasso contro la grande vetrata della biglietteria. Gli altri, più saggi o forse solo più avvezzi, sciamano velocemente verso altre file da cinquanta persone e altre ore di attesa da sostenere. Riprendiamo fiato e ripartiamo da capo anche noi. Alla fine, dopo un’altra mezzora di coda e le solite pantomime con la bigliettaia, riusciamo a recuperare un posto in piedi e uno seduti, faremo a turni.

Mangiamo riso e verdure piccanti ad uno scalcinato baracchino davanti alla stazione: salta le verdure su una fiamma da camping alta trenta centimentri, tira fuori il riso da una pentolaccia, serve al nostro tavolino di legno sul piazzale, lava la pentola con uno scopino di saggina e l’acqua verdognola di un bidone. Dall’altra parte della strada galline in gabbia. Che i santi del viaggio siano con noi.

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Teminato il pasto frugale ci addentriamo nella sala d’aspetto. In Cina non si accede ai binari se non nel momento in cui il treno è già fermo in stazione. Questo strano popolo è quindi aduso a mettersi in coda da ogni angolo verso i tornelli che poi ‘regoleranno’ l’ingresso alle banchine.

Il nostro treno parte proprio da Guilin, la scena è epocale: gente che si mette in coda da ogni angolo di una stazione grande come quella milanese di Porta Garibaldi, migliaia di persone da ogni angolo. Riuscite a immaginare? Fiumi che convergono e spingono tutti verso quattro tornelli e anelano impazientemente all’uscita verso le banchine. Epocale e senza senso, visto che ognuno di noi ha un posto prenotato, che potrebbe occupare comodamente in ogni momento. Noi rimaniamo avvolti nel serpentone e proviamo nuovamente l’ebbrezza di essere trasportati da un grande fiume umano. Le scene di isteria collettiva non mancano: spintoni, gente che cade, gente che esulta. Riuscire a salire su un treno in Cina effettivamente ha il sapore dell’impresa sportiva.

Questa volta abbiamo una confortevole cuccetta a pian terreno, ci sentiamo dei signori, fraternizziamo con i vicini: gente di città, che viene da Pechino, si vede dall’abbigliamento, dai modi.
Io invece mi sento sempre più un perfetto cinese di campagna: giro tutto il giorno in infradito, metto senza ritegno i piedi nelle pozzanghere, indosso la mia maglietta slavata e sdrucita, accetto il disordine, abbraccio e mi struscio come un gatto sui sedili, mangio in ogni dove.

Capiamoci: penso si debba ambire a una società più igienica, più pulita, più giusta, più funzionale di questa. Non farei cambio. Ma, con uguale fermezza, credo nel benefico effetto di questa ginnastica da viaggio, che aiuta a scrostarci di dosso un po’ di inutili rigidità, alcune paranoiche ossessioni igienico-sanitarie, quel modo di vivere la realtà così distaccato che abbiamo.

Dovremmo mandare ogni giovane occidentale a fare qui, in Asia, i conti con la realtà, un po’ di vera ginnastica del viaggio. I miei studenti di quarta e quinta, al posto che nelle civilissime Londra e Francoforte, qui, a provare a cavarsela, senza una lingua e senza le nobili convenzioni della vecchia Europa. Tornerebbero migliori, con più consapevolezza civica e molto probabilmente con più voglia di parlare il tedesco e l’inglese.

Ora il treno vaga nella notte cinese, buca il nero come un serpente di lucciole. E’ un treno di classe ‘L’, uno dei più lenti, uno di quelli che vengono aggiunti nei periodi di punta per soddisfare la famelica domanda di spostamento di un miliardo e mezzo di abitanti, con gli occhi a mandorla e senz’auto. Il nostro convoglio dà il passo a qualsiasi altro treno di classe superiore. Fermi nel buio, diamo la precedenza a cinque, dieci, ho contato fino a quindici treni. Lo giuro. Quindici. Pause interminabili, senza nemmeno il film proiettato al finestrino, le ampie vedute che nelle ore di luce permettono di guardare, rendono il treno strumento di indagine, permettono di cogliere i grandi tratti dei paesaggi.

Di notte il panorama si spegne, restano solo le luci dei palazzoni e delle insegne nelle città ad indicare gli intervalli tra una immensa silenziosa campagna e l’altra.

Gli scompartimenti aperti mettono in comunicazione tramite il corridoio tutte le brande del vagone. Nel cuore della notte, questi respiri, questo russare, sembrano uno stagno con i grilli e le rane. Solo talvolta il passo d’oca del gendarme buca la luce dal fondo del corridoio e passa a controllare. La grande madre Cina si prende cura di noi, ci culla tra le sue braccia, tra i cigolii, i suoi uomini vegliano il nostro sonno.

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