La Cina in seconda classe – Crociera sul fiume

Se arrivate ad Yichang e volete navigare sul fiume Azzurro tra le Tre Gole un buon posto a cui fare riferimento è l’ostello Yidou: le camere sono belle e spaziose, il personale parla un buon inglese e può procacciarvi i biglietti per ogno sorta di navigazione voi vogliate intraprendere.
Noi scegliamo la prima classe della crociera più economica, si parte sabato sera, si torna lunedì mattina, si visitano due delle Tre Gole più altri siti di interesse, pasti compresi.

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Veniamo abbandonati dal nostro ostelliere anglofono alla stazione degli autobus di Yichang alle 18: ‘ecco quella è la vostra guida, incollatevi a lei e non perdetela mai d’occhio. Ah, una cosa: non sa una parola d’inglese‘. Bene, le cose si fanno da subito divertenti. Inizia ad accalcarsi intorno a noi  un eterogeneo pubblico con gli occhi a mandorla, cominciano ovviamente i risolini, i saluti, i commenti, i gesti di fratellanza. Anche qui, ancora una volta, deve essere insolito vedere due occidentali. E noi, effettivamente, non ne vediamo. Nei loro occhi si vede proprio sorgere la domanda: ma perché siete qui tra di noi? Cosa vi porta a fare questo? Noi non lo avremmo mai fatto al posto vostro! Verissimo: il pubblico cinese di oggi è molto simile al pubblico italiano del dopoguerra, c’è molta poca dimestichezza col viaggio, molte ridicole apprensioni. Ricorda la modalità di girare dei nostri nonni o in qualche caso le famose gite INPS che coinvolgevano il ragionier Fantozzi.

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Alla stazione degli autobus il cinese medio arriva con: albero genealogico al completo, dal nonno ai nipotini, borse della spesa per affrontare un campeggio in alta quota della durata di quindici giorni, macchine fotografiche e telefoni di ultima generazione pronti a scattare. Mentre aspettiamo, nell’orrendo piazzale degli autobus, molti si scattano foto della famiglia in partenza…

La guida ci imbuca su un pullman, poi sale ci indica ad alta voce ai nostri compagni di crociera e dice a tutti che non sappiamo il cinese e di darci una mano, di tenerci d’occhio. Intorno risate e segni di conforto. Bene, ora avremo una ventina di osservatori speciali che cureranno ogni nostra mossa!

Si parte nel buio e nella nebbia, si oltrepassa la solita infinita serie di nuovi grattacieli appena fuori città, si inizia a salire per strade di montagna, fino a scorgere in lontananza il mastodontico muraglione illuminato della diga delle Tre Gole, una delle poche opere umane che si vedono ad occhio nudo guardando la Terra dallo spazio. La mega opera mette soggezione, quando la si scorge nella notte: un chilometro illuminato d’oro. L’area è nascosta al pubblico da alti muri presidiati dall’esercito e se la si vuol vedere da vicino si deve pagare un biglietto: come fare di un disastro ecologico un’attrazione turistica. Fantastico.

Scesi dal pullman, al porto, le navi sono tante, i bus in arrivo di più, le comitive si intrecciano nel piazzale buio e sembra molto facile perdersi. Ci sentiamo molto in balia degli eventi, ma… neanche il tempo di preoccuparci e alcuni dei nostri compagni di autobus ci vengono a recuperare e ci accompagnano verso l’imbarco corretto.

Arrivati alla nave ci intendiamo con le hostess di bordo utilizzando il linguaggio dei segni: ragazze giovani, ma niente inglese e pure un po’ di difficoltà di comprendonio. Facciamo vedere loro sul frasario la parola ‘colazione’ gli facciamo il segno dell’orologio, giusto perché vorremmo sapere a che ora alzarci l’indomani. Loro nulla, vanno in panico, non capiscono. Al che scriviamo sul foglio in fila verticale le ore del mattino e chiediamo di indicare con una x a che ora scendere in sala da pranzo. La x con nostro grande sconcerto cade sulle ore: 6.00. I cinesi anticipano tutti i pasti di un paio d’ore (6.00 – 11.00 – 18.00), sono orari convenzionali, tanto poi mangiano in continuazione a qualsiasi ora del giorno e della notte. Dimenticatevi lo stereotipo dei cinesi magri, nelle aree urbane le pancie crescono ormai abbondanti.

Lasciata la ‘hall’ procediamo senza farci domande ulteriori e arriviamo alla nostra stanza di prima classe al piano più alto dell’imbaracazione. La stanza è una stamberga, una topaia sudicia, la moquette è impiastrata di ogni cosa, tanto che quasi è annerita, il bagno non pulito è pure rugginoso, il balconcino pavimentato di gusci e insetti morti. Evviva la prima classe!

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Dall’altoparlante della stanza continui ripetitivi annunci in sola lingua cinese. Al primo ci interroghiamo sui contenuti, al secondo non facciamo caso, al terzo cerchiamo il modo per spegnere l’altoparlante. Dicessero pure di abbandonare la nave per incendio rimarremmo beatamente sdraiati nelle nostre brande.

Sono quasi le 21 e usciamo in corridoio per monitorare l’atteggiamento dei nostri vicini: niente, sono già tutti chiusi nelle loro celle a ingoiare spaghetti di soia in brodo (emettendo abominevoli suoni di risucchio). Che strano popolo.
Noi approntiamo una cena a base di birra e crackers: i carboidrati vanno sempre bene in queste situazioni di emergenza.
Ci addomentiamo a mezzanotte ancora vestiti della giornata – il luogo non invita a mettere abiti puliti – cullati dal mormorio dei grandi motori diesel.

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Ad un tratto della notte echeggia in tutta la nave ‘Per Elisa’. Guardo l’ora senza capire bene se sogno o son desto. Ore 5.40: questi cinesi hanno provvisto anche alla sveglia collettiva. Ci riprendiamo lentamente dal breve sonno. Quando decidiamo di farci una doccia, dopo la notte in topaia, la guida ci bussa energicamente annunciando a gesti che sta per essere servita la colazione. Ok, un attimino e arriviamo, replico con un asciugamano in vita. Fuori, nella consueta umidità, sorge il sole.

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Se non avete fatto colazione con dieci cinesi al vostro tavolo, alle sei del mattino, ragazzi, della vita non avete ancora provato niente.
La colazione cinese da crociera consta di: riso in brodo (da mettere nella scodella al posto del latte), un panino all’alcol di sola mollica (per fare la pappa nella brodaglia), arachidi, giardiniera di livello infimo, peperoni sott’aceto, uova, posti in pratiche terrine al centro della tavola. Pronti via, il cinese a colazione si comporta come alla guida, o come  in coda: sembra li per vincere la gara della vita e non ha regole. In tre minuti come le cavallette i nostri commensali  si siedono, buttano tutto insieme nelle scodellina, trangugiano, sputacchiano eventuali resti sgraditi sul tavolo, se ne vanno. Non esiste principio di lentezza o piacere a tavola, figuriamoci parole. Fast & furious. Basti dire che noi siamo gli ultimi ad andarcene, nonostante la maggior parte delle cose presenti in tavola non siano esattamente di nostro gradimento.

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La prima visita di giornata è a un tempio taoista (ahinoi trasformato in mercatino). Giù dalla nave si sale su un pullman, visita di corsa dietro la bandierina della guida, shopping, pullman e di nuovo nave. Tempo impiegato: due ore, trasferimenti compresi.  I cinesi mangiano e comprano, comprano tutto, qualsiasi stupidaggine che costi poco proponiate compreranno. E dal tempio si torna con ventagli di plastica, pesci che nuotano con carica a molla, bracciali, pettini.

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Al pomeriggio la guida viene a cercarci per una seconda escursione programmata ma, vista la prima esperienza, decidiamo di declinare l’invito optando per una autonoma visita alla città di attracco.

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Il cielo è perla come sempre, indefinito, sfuggente, il sole ormai un ricordo lontano, i confini all’orizzonte sfumati nella densa umidità. Ci beviamo una birra in piazzetta, tra signore sedute per terra che vendono susine, patate fritte e pesce secco.

***

Si riparte alle 18 scivolando lentamente a ritroso sopra il manto grigio dello Yangzi.

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Ci sediamo sul tetto della nave e guardiamo col naso all’insù le selvose rupi della gola allontarsi e stringersi, le forme delle pareti di roccia impressionanti e il fiume che si incurva e vira seguendo morbidamente i loro fianchi spigolosi. Quando la costa si fa più vicina si vedono le poche presenze che si accampano sullo strapiombo: piccoli monasteri incastonati, capanne abbarbicate, una famiglia di scimmie sedute in riva al fiume che scruta curiosa il passaggio delle navi.

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La sera fa l’aria più dolce e fresca, sul tetto siam rimasti in pochi, silenziosi e assorti. Il cielo di perla al tramonto si vena di lievissimi riflessi rosa, il traffico fluviale rallenta il ritmo, incrociamo qualche solo qualche nave carboniera che brontolando risale la corrente.
Resta il rumore dell’acqua che va coi pensieri e io avverto  il momento in cui il viaggio finalmente trova una sua distensione matura, forse guardando e mimando l’impetuoso ma placido scorrere del fiume Azzurro. Nell’aria  Pocahontas

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