La Cina in seconda classe – Mezzanotte a ZhengZhou

Attracchiamo verso le 10.30 al porticciolo e siamo giá in lieve ritardo, un treno alle 14 ci aspetta dall’altra parte di Yichang per portarci a Zheng Zhou, nell’industriosa provincia dell’Henan, nuova tappa della nostra risalita verso nord.

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Superiamo indenni la coda in uscita dall’imbarcazione: i cinesi hanno fretta e paura di rimanere un passo indietro,  in fila il posto va tenuto marcando fisicamente lo spazio vitale e facendo forza sugli altri affinché se ne stiano dietro, è soppressa ogni gentilezza quando si è nella massa.
Saliamo sul pullman ricordando gentilmente alla guida i nostri risicati margini di tempo, la guida ci rassicura con gesti polisemici. Speriamo abbia inteso.

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Il bus tarda, ma verso le 12.30 mettiamo di nuovo piede a Yichang. Cerchiamo un taxi, lo troviamo in fretta – qui ne circolano a migliaia – cerca di fregarci sul prezzo della corsa, ma siamo in stazione con un discreto anticipo. Un’ora ormai ci sembra un tempo lento e signorile, roba da Grand Tour.
La stazione di Yichang est è a chilometri dal centro urbano e da fuori ha un aspetto avvenieristico. Nei luoghi di trasporto, meglio che altrove, si nota la transizione del paese dall’età rurale a quella industriale: certe stazioni sono povere e vetuste, altre sono enormi, moderne e luccicanti di insegne e pubblicità. Inutile dirvi che preferisco le prime: mettono meno ansia, sono ancora ‘a misura d’uomo’.

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Dopo aver consumato la consueta scodella di riso, ci infiliamo sul nostro bianchissimo treno profilato. Oggi – in parziale contrasto con il titolo di questo diario – ci siamo concessi un treno ad alta velocità. La Cina è lunga signori e dobbiamo arrivare a ZhengZhou in serata, entro un’ora accettabile e utile a cercarci un letto per la notte. Tenete presente che, in termini di distanze, siamo come quel viaggiatore che sceso a mezzogiorno al porto di Genova deve raggiungere Napoli entro sera.

Il siluro bianco sfreccia a trecento all’ora in mezzo a una campagna collinare e poco abitata, interrotta dagli enormi ammassi urbani e industriali, aree che riproducono sempre lo stesso mix di degrado e modernità, case fatiscenti e palazzoni lanciati verso il cielo, strutture abbandonate al loro destino e cantieri aperti in ogni dove. Restiamo impressionati da certe periferie color topo, in cui palazzi di una ventina di anni fa presentano distanze di costruzione tra i muri inferiori al metro con le finestre praticamente ridotte a prese d’aria.

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Sbarchiamo a ZhengZhou alle 20.40. La stazione è anche qui enorme e ipermoderna, ma stranamente per questo tipo di costruzioni – per solito poste fuori dai nuclei ‘storici’ – situata esattamente nel cuore della città. La metropoli di svariati milioni di abitanti – ormai ci siamo abituati – è stata per tempo  centro industriale secondario, descritto dalle guide di solo qualche anno fa come città inquinata e dall’aspetto cadente, oggi si trova in piena fase di terziarizzazione e ammodernamento. Scesi dal treno si sbuca in un enorme piazza dove campeggiano le luminose insegne dell’impero dei consumi: KFC, McDonald’s, Starbucks e via dicendo. I grattacieli sono orlati di luci colorate, ampi sono gli spazi pedonali (forse i primi visti in Cina, almeno con queste dimensioni). Per le strade un mare – e qui la metafora davvero non esagera – di persone e una sala d’aspetto ferroviaria molto particolare: per chi non vuole stare all’interno della stazione, nel piazzale antistante è stato montato un megaschermo con gli orari e vengono distribuiti teli in plastica per sedersi o sdraiarsi a terra. Ci sono centinaia di persone sbragate qua e là per la piazza, altro strano costume di questa  popolazione sovrabbondante.

Noi nel frattempo giriamo con il frasario a destra e a manca chiedendo indicazioni per una pensione economica: non riconoscendo nemmeno le insegne l’unica via è quella della richiesta di informazioni passo dopo passo. Ad un certo punto, veniamo intercettati da una ragazzotta che, vedendoci alla ricerca di sistemazione e carichi come due somari, ci propone un volantino con delle camere a novanta yuan (undici euro in due). Ovviamente accettiamo, sia quel che sia.

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Non senza una certa curiosità, ci troviamo ad addentrarci in uno dei famosi grattacieli della modernità. Si deve – ovviamente! – fare la fila per prendere l’ascensore (e sono quattro gli elevatori all’opera), saliamo fino al tredicesimo piano, seguiamo la ragazza per un corridoio storto e mal finito, su cui danno porte semi aperte con gente buttata a letto, bucati stesi, individui persi a giocare davanti al computer. Superiamo una prima porta, saliamo un’altra scala – e io inizio a farmi domande sulla razionalità progettuale degli  interni – entriamo in un’altra stanza in cima a un pianerottolo secondario e ci siamo. Ci arrangiamo a segni con la ragazza tracagnotta: la stanza non è poi male, ampia, abbastanza pulita, le chiediamo di stare due notti.

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Scrivo mentre Silvia dorme. Abbiamo cenato, ci siamo lavati e abbiamo fatto il bucato, che ora penzola davanti a noi. Fuori la metropoli con le sue luci e i suoi boati, dall’alto del tredicesimo piano la città si perde nella solita umidità, resta plaga indefinita, metafora del domani, il cui orizzonte si intuisce,  immagina, disegna, attende, ma non si può sapere mai. Un aspetto che accomuna, a benpensarci, l’indagine dello stare al mondo a quella dei territori; anche in questo il viaggio si fa metafora.

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