La Cina in seconda classe – L’ultima comune

L’obiettivo di giornata è spingerci fino all’ultima comune maoista in attività, si tratta di prendere un autobus in direzione della campagna e tirare dritti per un paio d’ore. Come la sera prima, alle otto, troviamo coda davanti agli ascensori (tra cui gente che vuol scendere dal tredicesimo piano portandosi uno scooter…). Al terzo passaggio a cui le porte si aprono mostrando una scatoletta di persone fatte acciughe decidiamo di cercare le scale e scendere da quella parte.

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Le scale son rimaste allo stato di cantiere e se perlomeno in alto sono luminose e decenti più si scende e più si fanno buie e sporche. Ai piani più bassi, ad ogni pianerottolo, ci sono posti letto di cartoni e stracci lasciati poco prima del nostro passaggio, un odore di urina insopportabile. I finestrini sono stati oscurati con dei cartoni e restano (alcune) fioche lampadine ad illuminare il percorso: senza luce la tromba delle scale diviene scantinato e tutto somiglia in modo inquietante a certi incubi di quando eravamo bambini. Ahinoi, la Cina è anche questo mondo poco visibile e parallelo: nullatenenti che occupano nicchie, habitat interstiziali, pianerottoli secondari, androni, sotterranei, cantine, che vive in case abbandonate, in cantieri, tra le macerie. Sono molte le persone che vivono queste condizioni di margine adesso, un fenomeno recente per la Cina comunista.

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Siamo stanchi dei numerosi trasferimenti e la giornata si presenta calda sin dal mattino, il pullman incaglia il suo tragitto in una periferia tumultuosa e disordinata dal traffico più indisciplinato che io abbia visto durante queste settimane: strade polverose e sciami di auto, camion, risciò e motorini che vanno in tutte le direzioni, senza nessuna – nessuna! – regola. Gente che scarica sacchi di cemento, patate, bancali di legname piantandosi in mezzo alla strada, senza farsi il minimo scrupolo della selva di clacson e rombi che la attornia. Superato l’ingorgo metropolitano, ZhengZhou mostra la sua periferia in violenta trasformazione: le strade sono polvere e fossi, un continuo cantiere, interi vecchi quartieri giacciono completamente rasi al suolo, sono pianure di macerie. In mezzo a questo disastro, ecco i (soliti) nuovi grattacieli in costruzione, viadotti e infrastrutture. Oltre la linea del disastro, la campagna fuori ZhengZhou invece ci riporta in Lombardia, qui tornano a farla da padrona due colture care alla bassa padana: quadrati di mais si alternano a vaste pioppete. Lodi non è mai stata così vicina.

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Arrivati alla scalcinata stazione degli autobus di Lianying compriamo i biglietti di ritorno – tra l’altro mostrano orari diversi, anche se la bigliettaia sostiene vadano bene per lo stesso pullman. Fuori dalla stazione simpatici vecchietti dormicchiano sui loro motocarri rossi, ci basta indicare il nome della comune (Nanjiecun) e sederci ai nostri posti. Con lentezza – e in contromano! – ci avviciniamo a questo vecchio microcosmo industriale che ci viene promesso come un’immersione nella Cina degli anni Settanta.

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Mao, con sguardo benevolo e sognante, ci guarda dall’alto dei murales presenti su fabbriche e palazzi. Una volta lo ritraggono in mezzo alle risaie, una volta tra verdi vallate, in un’altra scena mentre incontra e conforta contadini ed operai. Veniamo scaricati sulla piazza principale, dove a una grande e luminosa statua di Mao si affiancano enormi murales con i faccioni di Lenin, Marx ed Engels. Chissà cosa pensa lo zio Karl davanti a questa Cina che pare  perdersi in una modernizzazione senza sviluppo.

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La comune ha l’aspetto ordinato e un po’ triste di certi piccoli quartieri industriali brianzoli in battuta d’arresto. Le strade sono pulite e prive di auto, anziane puliscono ad ogni angolo con scope di saggina, guardiani girano ancora in bicicletta. Ci sono una scuola, molti giardini, case piccole a ringhiera modeste, ma dignitose. Gli altoparlanti diffondono canzoni di regime e stralci di discorsi maoisti. Al circolo del dopolavoro gli anziani giocano a carte, i ragazzi più giovani si sfidano a ping pong – sport nazionale -, un grande gruppo pratica il tai chi. C’è un clima sereno, mi verrebbe voglia di ingaggiare un duello Italia – Cina a ping pong, ma c’è – e in Cina come potrebbe essere diversamente – una fila di gente in attesa del proprio turno.

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Fuori il cielo è quasi azzurro, lo apprezziamo dopo tanti giorni di cieli senza colore. Le ciminiere e gli acquedotti colorati creano un bel contrasto cromatico. Si vedono l’ombre  sull’asfalto. Qui nel profondo entroterra il clima si è fatto anche più asciutto. E’ davvero un bel pomeriggio d’agosto da tenersi stretti, visti i tanti cieli sciapi e le notizie che arrivano dalla Brianza.

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Visitiamo alcuni stabilimenti di noodles. Al pomeriggio la produzione è ferma, pare che la comune oggi fatichi a tenere il passo del mercato e che i problemi di produzione e scarsa domanda si moltiplichino. Si lavora mezza giornata. Meglio la fabbrica della birra, produzione in corso e un bell’odore di fermenti: compriamo due bottiglie per ingannare un po’ la calura estiva.

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Non so. Spiace vedere gli impianti invecchiare, alcuni edifici abbandonati al loro destino, sapere dei problemi di produzione, perché non è solo questo. Questo posto è uno scampolo di Novecento,  la fotografia di un mondo che dava ancora una certa impressione di stabilità; è altresì una metafora conclusiva, la morte di un’ideologia in una delle sue culle deformi, un’altra possibile idea di mondo che oggi viene annientata da quella unica e dominante, che bussa anche qui, appena fuori dalle recinzioni.

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Non trascuro, quindi, quanto il comunismo cinese abbia prodotto un regime lontano dalle idee di Marx – che erano un manifesto in primo luogo di  liberazione e (ri)nascita dell’uomo – il tono venato di nostalgia è per un’epoca in cui si avvertiva ancora l’esigenza di pensare altrimenti, di sottoporre a riflessione e critica l’esistente. Ho nostalgia di una società dove si immagina la possibilità di scelta, non dei prodotti della storia.

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