La Cina in seconda classe – Verso Pechino

Lasciamo la comune alle 18.30, con l’ultima corsa di giornata, il sole invade i vetri sporchi e l’aria polverosa dell’autostazione con la sua onda dorata. Gioco con il figlio seienne dell’edicolante e profondo sorrisi a destra e a manca. Ci prendono in simpatia e, come altre volte, il nostro passaggio vede stringersi attorno una piccola comunità. Ci fanno domande usando il traduttore del telefonino e ne viene una conversazione comica, strampalata, incomprensibile.

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L’autista della nostra corsa non ci vuole sul suo bus, ma non capiamo perché, i nostri freschi amici del luogo insorgono a nostro favore, disquisicono con il conducente in camicia hawayana e ci invitano ad accomodarci sul pullman (attimi di panico, essendo per noi l’ultima corsa possibile).

Il sole si spegne nelle brume serali della campagna e presto si fa buio. Verso le 21 siamo alle porte di ZhengZhou e comprendiamo i motivi dell’iniziale rifiuto del nostro autista: non intende fermarsi all’autostazione della città, arresta la sua corsa nella oscura e caotica periferia e ci chiede di scendere lì.  Dopo qualche momento di agitazione, con noi che non abbiamo la minima idea di dove diavolo ci troviamo e con tentativi di spiegazione vani ambo i lati, ci arrendiamo e scendiamo dall’autobus. L’autista non ci lascia in panne, ferma un taxi, ci paga una corsa e ci dice da qui arrangiatevi voi. E noi ci arrangiamo.
Torniamo a casa giusto in tempo per fare una bella fila e prendere l’ascensore: due ragazzi pronti a caricare i loro scooter fino al ventesimo piano. Non credo sia questione di microcriminalità o paura di furto, penso piuttosto che in questa zona della cittá, densissima e piena di lavori in corso, sia davvero difficile trovare uno spazio in cui lasciare il mezzo.
Salutiamo ZhengZhou con ultimo sguardo serale al suo skyline pieno di luci colorate e insegne tamarre.

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Il mattino dopo, sul presto, attendiamo l’ultimo treno del nostro viaggio, quello che ci dovrebbe portare nella capitale, ma aspettiamo da due ore e ancora niente, grande ritardo.
Nella estenuante coda in attesa conosciamo una studentessa di Pechino, nativa di Zheng Zhou: ci tiene a rimarcare la sua nuova cittadinanza e il completo disprezzo per la città di origine che definisce: “sporca e ignorante, un vero schifo“, di Pechino dice che è più civile, salvo poi specificare che là c’é più tecnologia.
Mi vengono in mente di seguito due parole: stereotipo, pensiero unico. Mi dà sinceramente fastidio trovarmi a sei fusi orari da casa e ritrovare gli stessi scialbi ragionamenti di sempre,  l’illusoria sovrapposizione tra civiltà e tecnologia. Questa ragazza non ha letto e probabilmente non leggerà mai quelli della Scuola di Francoforte o nemmeno il più recente Bauman. Non è colpa di questa ragazza, né dei miei studenti in Brianza, se le condizioni sociali in cui sono cresciuti non hanno offerto possibilità di sviluppare una qualche forma di pensiero critico.

A metà del nostro tragitto ferroviario incontriamo una vastissima area di produzione energetica, centrali nucleari e  camini delle centrali a carbone svettano in una pianura senza aggettivi qualificativi. Sono i muscoli e il ringhio di questo colosso, gli organi che sostengono la crescita con costi ambientali esorbitanti.

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Arriviamo a Pechino dopo la solita interminabile sequenza di palazzoni e viadotti, otto ore dopo il nostro ingresso in stazione e, come altre volte, vittime di un viaggio affollatissimo e devastante. La città ci accoglie con un sole cerchio rosso in un mare di nebbia, rimirando l’orizzonte sembra di guardarlo indossando una maschera per saldatori. Emersi dalla metropolitana, davanti al mausoleo dedicato a Mao – che ci osserva dal grande ritratto con sguardo, questa volta, liquido e ambiguo – subito ci si accorge che si tratta di una città diversa da tutte le altre, persino dalla Cina in sé, in cui, almeno in centro, l’elemento storico saldato alle grandi sedi del potere si è conservato, è vicino, presente e la fa da padrone.

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