La Cina in seconda classe – Il cielo sopra Pechino

Per avere un’idea chiara delle dimensioni di Pechino dovreste prendere un compasso immaginario, puntare il centro in piazza Tienanmen, aprire il raggio di trenta chilometri e tracciare una circonferenza. Entro questa circonferenza distribuire disomogeneamente  venti milioni di abitanti.

Se non vi fosse una così alta densità di popolazione, se non vi fossero così tante auto, così tante code, check in, controlli, se il cielo non fosse ancora più offuscato di quello di tutto il resto del paese, sarei quasi propenso a dire che Pechino, in cinese Beijing, sia quasi una città piacevole, ospitale, certamente il centro di maggiore civiltà urbana, laddove all’urbanizzazione mostruosa e alla modernizzazione si sono affiancati anche processi di sviluppo sociale: le buone maniere, la regolamentazione del traffico, la capacità di godersi la vita, l’iniziativa culturale. Se Shanghai ad un breve sguardo m’era parsa provinciale, Pechino risulta diversa e in qualche misura rivendica ed ottiene il suo ruolo capitale.

La Pechino dei turisti si stende in una striscia di edifici e piazze affetti da gigantismo. Piazza Tienanmen è una pista da elefanti e oggi si presenta sotto un cielo color di schiuma da cui filtra una luce pallida che illumina il chilometrico serpentone che, dopo aver zizagato per tutta la spianata, entra ed esce dal rettangolare mausoleo di Mao; il ‘Grande timoniere’ ancora oggi (e nonostante i cambiamenti di costume in atto) considerato padre fondatore della patria e ispiratore dei suoi valori di fondo, tanto da essere come tale espressamente citato nelle prime righe della costituzione. La fila ha forma di processione e non quella di coda poiché davanti al corpo imbalsamato del presidente le guardie dell’esercito permettono solo di dare un veloce sguardo, poi cacciano avanti.

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La Città Proibita, storica sede del potere imperiale, e i complessi storici che le stanno attorno sono con grande probabilità l’immagine della Cina che viene in mente a chi in Cina non è ancora stato. Una serie di antichi palazzi costruiti e arricchiti in particolare dalla dinastia Ming e conservatasi intatta fino a noi. Il sito si sviluppa su un’area vastissima che occupa il centro della moderna capitale.

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Spiace pensare che la vecchia corte imperiale, davvero di enorme bellezza, sia uno dei pochi esempi di conservazione incontrati lungo la nostra strada e non sia oggi minimamente rappresentativa del paesaggio della Cina reale.

Mi spiego meglio attraverso un esempio: a Milano il complesso di piazza Duomo è una dimostrazione del potere spirituale non riprodotta altrove nella regione, almeno per dimensioni; eppure in qualsiasi piccolo comune che visiterete in Lombardia potrete ritrovare elementi ricorsivi: la presenza di una chiesa, il campanile, certe fattezze, certe abitudini ad essi collegate, una piazza e così via. Elementi che sono segno del potere della Chiesa, ma anche della cultura e della prassi di quelle comunità. Il paesaggio si accende quindi di un livello simbolico che avvicina e connette tutti i luoghi.

Arrivare a Pechino dalla provincia e trovare la Città degli imperatori suona come trovarsi davanti ad una artificiosa ricostruzione, un esempio esclusivo, perfettamente a se stante: nel resto della Cina i segni del potere temporale o le manifestazioni della spiritualità, e ancora il vecchio tessuto urbano e i tradizionali modi di abitare e costruire rurali, per le rivalità tra dinastie o per l’intervento di normalizzazione attuato dal Partito Comunista sono scomparsi o stanno subendo un sistematica opera di rimodellamento. Non solo i paesaggi dell’uomo vengono sostituiti o rimodellati, ma – pensate al caso appena incontrato della diga delle Tre Gole – anche paesaggi naturali (di ampiezza regionale) vengono ridisegnati.

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Lo stesso discorso vale per gli hutong, impropriamente potremmo definirli i “quartieri popolari”, che costituiscono ancora oggi il centro storico della città e si estendono attorno alla Città proibita.
L’hutong non è il barrio, non è un bassofondo malfamato, le sue origini e le sue fattezze lo avvicinano di più al vecchio villaggio rurale, nei secoli addensatosi di abitazioni e baracche. Oggi gli hutong sono quartieri poveri ma dignitosi, solo qui sopravvive una Cina che si muove in bicicletta: nelle sue piccole stradine irregolari le auto non arrivano. Le case si alternano ad alberi secolari, segni della ruralità che fu, alcune sono in muratura, altre sono poco più che baracche, tutto è costruito all’altezza del solo piano terra. Aggirandosi per queste strade è evidente come sia ancora presente la vecchia comunità cinese, c’è relazione, c’è scambio, un mutualismo smarrito negli anomici paesaggi dei grattacieli.

Perché ho detto che il loro destino è analogo a quello della città degli imperatori?
Semplice, gli hutong sono stati smantellati in tutto il paese, anche le più remote città di provincia oggi vedono abbattere i vecchi quartieri per far spazio ai palazzoni (rileggere le puntate da Yichang o Zheng Zhou). Perché si salvano proprio qui? Perché Pechino è la città del turismo occidentale e al contempo la faccia del paese e sia i turisti in vacanza che i cinesi quando si guardano allo specchio vogliono continuare a vedere questa Cina, che altrove, in ogni dove, i programmi urbani del Partito smantellano. Dovremmo fare serie riflessioni rispetto a questo comportamento bipolare e all’importanza del paesaggio – del nostro riconoscerci nel paesaggio – sulla nostra qualità di vita.

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A riprova di questa fosca trama basta camminare un poco oltre i primi hutong: quando i vicoli più ripuliti, più tranquilli, più funzionali al turismo, terminano, ecco aprirsi davanti ai nostri occhi interi hutong in fase di demolizione, cimiteri di macerie in cui operai con cappello di paglia, come formichine, asportano pietra dopo pietra, consegnando l’anima di Pechino a qualche processo di rinnovo urbano. Non ci fosse la mediazione dell’interesse turistico e l’esigenza di continuare a riallacciare almeno qui, nel centro, il nuovo delirio consumistico ai vecchi ideali comunitari, tutto questo, probabilmente, non lo vedremmo già più.

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Proseguiamo il nostro giro esplorando parchi urbani progettati secondo le antiche regole del feng shui, con i graziosi specchi d’acqua, le belle forme geometriche degli alberi di gynko, le colline realizzate con riporti di terra qui e là a rendere mosso l’andamento piano del terreno.

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E’ poi la volta del tempio buddhista e del vicino tempio confuciano, luoghi troppo affollati per ricordare i loro originari intenti di raccoglimento.

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Ci concediamo una cena al ristorante buddhista e, usciti di lì, già al buio, ci accorgiamo di aver percorso parecchi chilometri dal mattino e dover affrontare molta strada per tornare indietro.

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La prima metà del percorso la facciamo ancora tra gli hutong: sono piacevoli anche di sera, ci si sente immersi in una comunità più che minacciati dai vicoli bui. Proseguiamo poi su vialoni più grandi al cui fianco corre un lungo parco urbano; qui come nella bella Bulgaria ritroviamo una grande vita nei parchi serali, pur  privi di illuminazione: inconcepibile per noi una simile libertà, per noi il parco urbano non illuminato è simbolo inquietante di microciminalità e rischio o perlomeno di disagio. Qui scopriamo con piacere la Pechino più urbana, più vitale, più moderna: intere piazzette sono occupate da signore che in penombra ballano al suono di piccoli stereo a batteria, giovani suonano, altri provano rappresentazioni in costume, o ancora fanno jogging e ginnastica.

La notte sopra Pechino il cielo è bianco e la vita si placa d’un tratto; come ci fosse un coprifuoco silenzioso, anche i viali affollati di turisti si svuotano, svanisce di colpo il chiacchiericcio dei ristoranti e le luci si spengono una dopo l’altra. Forse solo a quest’ora, sgattaiolando fuori dalle case di legno scuro, guardando dietro ai gelsomini, è possibile scorgere il grande sguardo a mandorla dell’Asia. Eccola lì tra le fronde che ride beffarda di tutti questi piccoli uomini, delle loro costruzioni, dei miei ragionamenti. Forse con una scossa delle spalle tutto un giorno sparirà, niente andrà perduto.

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