La Cina in seconda classe – Dalla Grande Muraglia

Il vento spazza la grande muraglia, passa tra le sue pietre, accompagna il nostro cammino che segue il grande serpente mentre sale e scivola giù da ogni altura, su e giú da ogni cocuzzolo. Siamo in solitaria, davanti solo lontanamente si scorge nel pomeriggio qualche altro pellegrino, dietro: nessuno. Mai mi sarei aspettato di arrivare qui e poter dialogare in intimità con il luogo, la più grande opera che una comunità umana abbia costruito; avevamo scelto uno dei tratti più remoti e malconci, meno turistici, ma mi sorprende essere qui da solo e ammirare, per una volta vuoto e silenzioso, il grande spazio cinese, le sue montagne brulle.

Mi piace ancor di più poiché per vizio necessito sempre di punti di arrivo simbolici, di un confine, geografico, o storico, o naturale, che stia bene per chiudere un itinerario e far quadrare il cerchio del senso. Una questione di grammatica e geografia: per dare significato è importante sapere dove mettere il punto al periodo e andare a capo.
E oggi mettiamo il punto camminando su uno dei confini per eccellenza, uno dei primi che impariamo da piccoli.

Io la lezione sulla Muraglia, quando parlo della Cina alle mie quinte, non la faccio sempre, ma quando la faccio la ritengo una delle più importanti dell’anno (ammesso di essere ispirato ed imbroccarla): essere qui, camminarci sopra, be’, fa una certa impressione.
Voglio arrivare alla fine di quella lezione cercando di passare a tutti un’idea: stiamo camminando sopra a un simbolo e non a un dispositivo di sicurezza militare, sopra al più enorme confine culturale e non a un gigantesco confine amministrativo.

Cina nella traduzione dei suoi ideogrammi significa “Terra di mezzo”: quello stare in mezzo non indica una spiccata attitudine alla diplomazia e alla mediazione, ma una chiara visione del Paese al centro del mondo. E’ un difettuccio che abbiamo anche noi europei, che infatti ci disegnamo i planisferi mettendo quella piccola  penisola dell’Asia che è l’Europa al centro.

I cinesi, società sedentaria basata sul sofisticato uso dell’irrigazione in agricoltura, se la sono sempre dovuta  litigare con i nomadi che scendevano da nord e da ovest, dalle steppe dell’Asia centrale.
Ad un certo punto a Pechino hanno deciso di tirare su un muro che proteggesse la capitale e si prolungasse fino  ai deserti dello Sinkiang, non per la via più facile, ma connettendo tra loro con un sistema di torri e camminamenti i picchi e le catene montuose più alte. Il muro è stato incessantemente rimodellato e ampliato, ma l’opera non ebbe mai una conclusione concreta, restarono sempre centinaia di chilometri di muraglie scollegate le une dalle altre. Militarmente un dispositivo di difesa ridicolo: là fuori avevano a che fare con l’impero Mongolo, non esattamente dei dilettanti.
Noi stanziali i nomadi li definiamo anche ‘errabondi’, mischiando l’errare all’errore, parole che hanno comune radice, attribuiamo insomma un pregiudizio negativo a quello stile di vita: gli erranti, quei poco di buono. Ma l’impero Mongolo pur essendo popolo di tradizione nomadica aveva consolidate strutture istituzionali e di potere, nel periodo d’oro ha unito quasi l’intera Asia e messo in piedi lo yam, una rete postale che connetteva il Mar Nero all’estremo oriente in sessanta giorni di cavalcate (un decimo del tempo medio impiegato all’epoca). Figuratevi voi che importava di trovare un muro ai cavallerizzi delle steppe: quelli prendevano armi e bagagli e correvano fino alla prima interruzione della muraglia e da lì facevano irruzione. Penetrarono più volte fino alla capitale.
E allora perché sforzarsi tanto in quell’opera mastodontica?

La conclusione dell’opera è nello stesso gesto di pensarla e costruirla, è l’istituzione e la dimostrazione eloquente di un confine culturale tra ‘noi’ e ‘loro’. Noi civiltà stanziale di raffinata cultura millenaria e loro barbari, senza lettere e senza dimora. I greci, ai tempi della Magna Grecia, erano soliti chiamare barbare le popolazioni senza scrittura; i cinesi usarono il criterio della stanzialità, gli occidentali oggi usano il metro della tecnologia.

Al di là della misura utilizzata, in ognuno di questi casi il muro sta lì a simboleggiare la civiltà che si distingue dalla barbarie,  il fatto che siamo diversi e non vogliamo mischiarci, crea un’idea di noi, una mentalitá e un conseguente modo di agire.

Ecco perché ritengo fondamentale quella lezione lì, parla di ogni geografia e parla anche di noi, degli uomini e dei loro difetti: mettersi al centro, usare i propri parametri per misurare gli altri, sentirsi migliori, vedere negli altri solo mancanze. Lo dico, sia chiaro, senza moralismi: è qualcosa in cui più o meno consapevolmente cadiamo tutti e tutti giorni. Questo diario a rileggerlo è pieno di punti di vista viziati dalle mie categorie culturali, dal mio punto di vista. La geografia trova uno dei suoi compiti proprio nel rendere il più evidente – e quindi consapevole – possibile questo meccanismo. Il viaggio è un ottimo strumento di aiuto alla comprensione costringendoci al costante confronto con altri punti di vista.

Camminare sul muro, al confine, guardare di qua e di là, mi sembra quindi la migliore posizione per concludere il nostro viaggio nella terra del dragone.
Non aggiungerei altro a quanto scritto nei giorni scorsi; per chi ci ha seguiti dedicandoci un po’ del suo tempo, spero che nelle pagine abbiate trovato interesse e elementi utili per avere un’idea meno vaga di quanto succede quaggiù.
Niente epiloghi quindi e niente giudizi finali: sarebbero stupidi, specie per un paese che sta cambiando così rapidamente. Le nostre sensazioni, i nostri timori, il fascino provato, quelli li avete vissuti con noi metro dopo metro nelle pagine passate: istantanee scritte tutte al cellulare, senza pretese. Lì c’è quanto basta,  quanto può ambire un periodo così breve di perlustrazione.

Noi rimaniamo qui ancora un po’ sulla schiena del drago  a sentire il vento, con la maglietta ormai sdrucita e senza colore e i piedi (che non vedono scarpe da un mese) liberi. Alla fine di un itinerario intenso e faticoso rallentiamo, assaporiamo per quel che resta il gusto di una certa libertà da viaggio.

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