Un silenzio preoccupante

Il 12 ottobre i Consiglieri Comunali e i Sindaci dei Comuni della Provincia di Lecco saranno chiamati ad esprimere il loro voto per definire, sulla base del decreto Delrio, la composizione del nuovo Consiglio Provinciale e il nuovo Presidente. Sono eleggibili alla carica di Presidente, i sindaci dei Comuni della Provincia (il cui mandato non scada prima dei 18 mesi dalla data delle elezioni) e i consiglieri provinciali uscenti, mentre alla carica di Consigliere provinciale sono eleggibili i sindaci, consiglieri dei Comuni della Provincia in carica e consiglieri provinciali uscenti.

La premessa potrebbe sembrare inutile, ma, nelle ultime settimane, parlando del tema a colleghi e amici (in qualche caso persino ad altri amministratori locali) ho incontrato tante reazioni di sorpresa, stupore o risposte vaghe. Questo silenzio attorno alle “elezioni pasticcio” di domenica credo sia un indicatore della crisi culturale in cui stiamo precipitando. Dopo anni di “uomini soli al comando” in questo Paese è venuta meno quella sensibilità utile a salvaguardare i sempre minacciati confini di un pensare ed agire pienamente democratici. Di possibili minacce, oggi, non si coglie più pericolo.

Proprio per questo, credo ci siano alcune sottolineature che valga la pena di fare, alcuni punti su cui fermarsi un attimo e riflettere.

  • Anzitutto, in barba alle parole d’ordine di moda e pronunciate sopra ogni palco (vedi: sussidiarietà, partecipazione) andremo a sostituire un organo finora eletto dai cittadini con uno che, in sostanza, sarà emanazione diretta dei partiti. Vista la quasi totale assenza di informazione fuori dai palazzi municipali (ma talvolta anche interna…), si tratterà di un voto espresso per pura appartenenza o affiliazione. Non mi spingo a parlare di “furto” di democrazia, ma certamente si tratta di un passo indietro in termini di partecipazione e vicinanza all’ormai mitologico “territorio”.
  • In secondo luogo, eleggeremo un presidente che dovrà assumersi l’intera responsabilità delle scelte, senza una giunta con cui possa condividere decisioni. Tra l’altro, questo martire, non riceverà un soldo di indennizzo. Un sindaco che ha chiesto aspettativa dal lavoro per poter rivestire il suo incarico potrà in termini di tempo, economia e indipendenza, adempiere ad un impegno del genere?
  • Il ridisegno Delrio, inoltre, non prevede un bilanciamento tra forze politiche di maggioranza e minoranza: l’esito dello spoglio potrebbe, almeno in linea teorica, generare una assemblea di eletti monocolore. Ricordando che “in democrazia la forma è sostanza”, non prevedere un bilanciamento della rappresentatività a me pare un passo falso da non sottovalutare. Segnale di un’epoca in cui, nella pax renziana, si annulla l’idea di dialettica – ogni richiesta di confronto è sempre rintuzzata con battute o ‘lasciateci lavorare in pace’ – e ci si affida tutti insieme sereni al pensiero unico.

Ma qui non voglio entrare troppo nel merito del decreto – sarebbero note quantomeno intempestive – ciò che mi preoccupa è la linea politica del governo e il retroterra culturale da cui questa riforma deriva: la necessità di dimostrare attivismo a tutti i costi (fretta, populismo, atti raffazzonati, scarso senso complessivo / assenza di un disegno generale e un tasso di disonestà nella comunicazione che avrei sperato di non rivedere più dopo il ventennio belusconiano). Queste elezioni nascono dallo sbandierato annuncio della cancellazione delle province. La fretta di arrivare a poter mettere un titolo in prima pagina ha generato una legge di rinvio che non risolve, ma complica la situazione. L’unica cosa che otterremo dopo il voto di domenica sarà un consiglio provinciale meno incisivo, che i cittadini non conoscono e su cui non hanno avuto voce in capitolo.

Al momento, dunque, la rivoluzione nelle province comincia lasciando tutto al proprio posto, con costi e funzioni confermate. Per ora, l’unico taglio che avverrà è quello – molto di moda, ma molto stupido – degli indennizzi destinati agli amministratori: un taglio che vale secondo le stime 100 milioni di euro. Giusto per rendere comprensibile la modestia di questa cifra è sufficiente osservare che, in Italia, il debito pubblico aumenta di 200 milioni di euro al giorno (dati 2013). Praticamente, con la trasformazione delle province in enti di secondo livello risparmieremo mezza giornata di debito pubblico.
Se questa riforma fosse stata portata a termine in un altro momento storico e da un’altra forza politica, i militanti di centro-sinistra sarebbero scesi in piazza indignati, parlando di “affronto” alla democrazia. Invece oggi questo non avviene, forse per quella fedeltà “alla ditta” di cui parlava Bersani qualche giorno fa.

Spero, per il bene di tutti, ci sia una minima ripresa della capacità di pensiero critico, in particolare, all’interno del Partito Democratico; una ripresa che argini la linea di azione randomizzata del suo leader pasticcione. Un leader che non c’entra niente con il Partito Democratico e, più profondamente, non c’entra niente con la mediazione della forma partito e con un popolo. Il  modello culturale a cui Renzi si rifà è quello di tante singole individualità connesse dalla televisione o dalla rete, non quella di una società che si costruisce prima nei luoghi pubblici e poi nelle istituzioni che si è data. Con buona pace dei cittadini.

Come consigliere comunale sarò – è qui il caso di dirlo – uno degli “eletti” che domenica potrà esprimere il suo voto. Ho meditato a lungo – davanti a una modifica che ritengo sbagliata – sul da farsi. Andrò a votare per senso di responsabilità rispetto al mio ruolo di rappresentante, ma credo che, soprattutto in seno al centro-sinistra, ci sia parecchio da meditare.

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