L’ebola e la nostra mentalità colonialista

«Solo la pura e trasparente constatazione che se lasciamo morire l’Africa pensando che, vabbé, in quel cuore di tenebra virus e batteri non possono che avere la meglio, necessariamente ci troviamo anche noi con la febbre emorragica senza nemmeno sapere come è accaduto. Mi spiego.
Noi europei, così come gli americani o i giapponesi siamo convinti che le procedure di sicurezza siano così ben congegnate e così rigide che le malattie orribili che falcidiano il continente nero – così come molte zone rurali dell’Asia (remember Sars? o aviaria?) – non abbiano la forza di penetrare nei nostri immacolati territori. Ci dimentichiamo della malattia che ha cambiato il mondo nel XX secolo, l’Aids. Diciamo che se a Milano o a Torino ci sono casi di Tbc è colpa dei migranti e dei barconi. Pensiamo a un mondo lindo e immunizzato contro tutto grazie alla chimica e alla farmacologia. Non è così.
I virus e i batteri viaggiano innanzitutto a bordo degli uomini e delle donne, ma anche a bordo delle navi, degli aerei, dei camion. Non li fermi. Non si può costruire un cordone sanitario attorno al Cuore di tenebra. La storia lo ha dimostrato. E non parlo della storia lontana di pesti lontane. Ma di quella recentissima di Hiv, della malaria, di Ebola.
L’unico modo per evitare che ci contagino è contagiarci noi culturalmente. Renderci conto che non c’è una separazione tra il sud e il nord del mondo quando si tratta di difenderci dalle epidemie.»

Continua qui.

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