Il Vertice Asia-Europa non è (solo) un pranzo di gala

Non se ne parla molto, ma da domani andrà in scena a Milano il vertice Europa – Asia. Qualcuno potrebbe pensare al solito meeting da vetrina per oliare i meccanismi dell’economia eurasiatica, e così sarà, ma in tempi di crisi Ucraina non è difficile comprendere come l’incontro celi dietro di sé movimenti ben più rilevanti. Cercherò di rendere chiara la questione nelle righe che seguono.
Alcuni commentatori si sono spinti a parlare di nuova guerra fredda. Hanno ragione? Sì, qualcosa di molto simile. Ci troviamo davanti a un nuovo conflitto silenzioso, una guerra con tanti campi di battaglia che gli Stati Uniti d’America hanno ormai iniziato ad ordire più di una decina di anni fa, seguendo una loro personale strategia di contenimento, tesa a mantenere la Cina nella sua posizione di potenza regionale (o, di converso, a non farla diventare una potenza globale; una potenza che, ad esempio, si in grado di influenzare le scelte che vengono prese in Europa). Se questo era l’obiettivo, qualcosa sta andando storto e i movimenti cinesi in campo economico lo fanno comprendere benissimo. Ma andiamo con ordine.

Gli USA temono l’Eurasia

Il 2014 è stato l’anno dell’Ucraina spezzata (il 6° paese d’Europa per numero di abitanti, non esattamente un’inezia) e la guerra alle porte di casa. Niente è accaduto per caso:  l’Unione Europea al momento di usare il guanto di velluto della diplomazia nelle delicate trattative sulla risoluzione della crisi ucraina (una crisi costruita negli anni anche grazie  all’intrusione di attori internazionali come USA e Russia) è invece intervenuta irrigidendo le sue posizioni e sostenendo la formazione di un governo di soli ucraini filo-europei. In una situazione dove ci sono due squadre che si affrontano all’interno dello stesso paese formare un governo con persone di una sola delle due squadre non è un grande esempio di democrazia e non è nemmeno un buon modo per mantenere la calma in città. E infatti, è scoppiata la guerra “civile”. L’Europa di questa guerra non ha alcun bisogno, come nessuno nella vita ha bisogno di appiccarsi un incendio nel giardino di casa. E allora perché? Perché l’Unione Europea è tutto meno che un unione politica e i suoi membri, anche in questo caso, non hanno trovato un accordo sul da farsi, lasciando campo libero alla risoluta diplomazia americana, che ha facilmente eterodiretto tutta la vicenda.

Gli USA in questa questione che interessi hanno? Hanno l’interesse di contenere la Russia e la sua ripresa guidata – nel bene e nel male – da Putin. Ma ecco il punto, credo che qui ci sia un passo in più da fare. La Russia per quanto potenza in ripresa dopo le sventure post sovietiche e gli scellerati anni di Eltsin, non è di per sé un avversario temibile. Dobbiamo guardare alle mosse degli States in centro all’Asia per capire che l’Ucraina è solo un tassello di un mosaico più ampio, un passaggio per troncare sul nascere l’eventualità di un infittirsi dei rapporti, anzitutto, tra Asia ed Europa e in secondo luogo tra le grandi potenze regionali asiatiche tra loro (vedere le dichiarazioni di Obama che entro pochi anni vuol far arrivare in Europa lo shale gas a stelle e striscie). La caccia a Bin Laden, le incursioni in Afghanistan, le ricercate collaborazioni e appoggi strategico-militari in Asia centrale, che abbiamo visto andare in scena negli scorsi anni sono solo i primi passi. La crisi Ucraina idealmente per Washington doveva servire a portare le basi NATO a distanza ravvicinata da Mosca e rallentare le collaborazioni che gli attori economici (imprese tedesche su tutte) hanno cucito in questi anni grazie alla sponda di una rinvigorita leadership russa.

La Cina è vicina e muove passi di velluto

Se questo quadro è chiaro, passiamo all’esame della seconda parte della questione: le mosse cinesi. La Cina ha un corpo da elefante, ma sul piano internazionale e geopolitico si muove come un gatto. Lo può fare soprattutto perché, grazie alla progressiva attivazione dei consumi di massa, continua a crescere al galoppo. E’ attualmente come un corridore che ha molto fiato e per ora corre in discesa. Alla prima salita capiremo qualcosa di più, ma nel frattempo Pechino, silenziosamente, mette le mani ovunque.
Milano da questo punto di vista offre diversi obiettivi per la dirigenza cinese. Il forum euroasiatico che parte domani è, anzitutto, il naturale proseguimento delle intese strategiche firmate con la Russia (400 miliardi di dollari sulla fornitura di gas)  a fine maggio. Inoltre, è la seconda tappa di un piano di avvicinamento al mercato europeo cominciato un po’ in sordina il 9 ottobre, quando la Banca popolare cinese ha dato il via libera alla negoziazione diretta tra yuan ed euro sul mercato valutario, tagliando fuori il dollaro dalle transazioni con i Paesi dell’Eurozona.

L’Italia al centro  (per tanti motivi e non solo geografici)

L’Italia come sempre, dalla sua posizione geografica naturalmente centrale, cuore del Mediterraneo, è un paese che ha già destato l’attenzione cinese. Lo dicono i dati: nel 2014 i cinesi hanno investito da noi 3,5 miliardi di euro. China investment corporation (Cic), giusto per fare un esempio strategico, è azionista niente meno che di Eni ed Enel (energia). La Banca popolare di Cina ha già fatto ingresso nel capitale di Telecom, Generali, e Fiat. Shanghai Electric ha acquistato il 40% di Ansaldo Energia e soprattutto State grid of China il 35% di Cdp Reti (che controlla Terna e Snam, quindi energia). Guardando quanto succede in paesi in cui Pechino ha già allungato le sue mire da tempo, noi, qui, siamo solo all’inizio. Da mesi, ad esempio, si parla di interessamenti cinesi su Saipem, quest’ultima, articolazione di Eni, coinvolta tra le altre cose nel progetto del gasdotto Southstream destinato a portare il gas russo nell’Europa del Sud. Quindi, ancora energia: uno dei problemi più delicati del nostro paese totalmente dipendente dall’esterno per le forniture di gas e petrolio.
Gli imprenditori cinesi hanno tra l’altro anticipato, proprio durante lo scorso week-end, l’arrivo dei politici al meeting milanese. Si è svolto infatti il 13 e il 14 ottobre a Cernobbio il Global China business meeting, con la presenza di numerosi attori economici con gli occhi a mandorla.
Del resto le riserve di liquidità cinesi sono enormi e da qualche parte bisognerà pure orientarle. Basti pensare che a metà del 2014, secondo la Heritage foundation, che traccia tutti gli investimenti della nuova potenza, Pechino ha riversato  in Africa centrale 150 miliardi di dollari, in America del Nord 124  e in Europa 104.

Il vertice milanese e i segnali per il futuro

Ecco qual è la partita che gioca uno dei suoi tanti passaggi al meeting milanese. Una partita che interessa l’Europa occidentale e, in particolare, noi italiani molto da vicino. Gli Stati dell’Asia rappresentano da soli il 45% della popolazione mondiale e il 24,6% della ricchezza mondiale, a fronte di un’Unione europea con il 7,3% degli abitanti e il 26,1% del Pil globale.  Per dirla in breve: è ora di iniziare a pensarci. Rivedere la nostra cieca dipendenza dagli USA potrebbe essere uno dei prossimi passi da compiersi se vogliamo assicurarci un futuro meno agitato: gli avvenimenti che hanno caratterizzato la crisi ucraina sono un buon indizio. I tempi cambiano e le scelte fatte dopo la seconda guerra mondiale potrebbero non essere le scelte giuste per il nuovo millennio. La posizione geografica dell’Europa, piccola penisola dell’Eurasia, qualche pensiero lo potrebbe evocare.

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