Café con leche para llevar – Da Siviglia a Tarifa


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Prendiamo un pullman alle 17.30, in partenza dalla stazione Prado de San Sebastian, Siviglia. Lasciamo la città giallo ocra e i quartieri visitati in giornata,  el barrio de la Macarena, più di lotta, l’Arenil e il barrio di Santa Cruz, più di governo, più ripuliti. Inutile dirlo, preferiamo il primo.

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Uscendo dalla città simboli marinareschi sparsi distrattamente dalla politica locale tra rotonde e cavalcavia, un’ancora, una chiglia, una finta vela pacchiana, chissà poi con quali tristi finalità retoriche. Periferie popolari di palazzi bianchi e ancora più lontana dal centro qualche villa, palme e piscine. Tuttosommato questa città mi ha dato l’impressione di un insieme che resiste decoroso alla stupidità del sistema.

La corriera corre lungo l’autovia e una pianura fatta di terra rivoltata e pochi filari di alberi alti, che a quest’ora sono sagome nere davanti a un tramonto  che lascia in silenzio. Nuvole bianche e viola e altre di gialli intensissimi incastonano la corona del sole in un ampio squarcio chiaro sopra l’orizzonte, le cicogne a gruppi solcano questo acquerello migrando verso occidente e la fine delle terre emerse. Quando capitano queste cose all’inizio di un piccolo viaggio sembra sempre che il mondo voglia dirci qualcosa o perlomeno ci si sente molto fortunati e, come si dice, nel posto giusto al momento giusto.
Gli occhi  non riescono a non seguire le onde di colore che si disegnano sui vetri del pullman, a tratti sembra che sia il cielo a muoversi e noi col naso all’insù a guardare, fermi.

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Centoventi chilometri ci separano da Tarifa. Arriviamo che è buio pesto, piovigina acqua, è il saluto del grande oceano che si alza per venire ad abbracciarci. L’autobus ci lascia ad una pensilina alle spalle della città, dietro il piazzale di un benzinaio. Non ci sono altre luci guardando verso ogni punto cardinale, per chilometri di distanza.
Percorriamo la via alta, la più moderna e commerciale: è tutto chiuso e, tra la pioggia e il vento, non c’è anima viva per la strada. La città sembra poco più di un deposito portuale abbandonato.

Il mattino seguente la finestra della nostra stanza, che a guardarla la sera prima era nera come la gola di un pozzo, risplende di una luce solare potente. Fuori un cielo alto e terso sovrasta la città bianca con le sue calli strette, le palme e il vecchio castelletto di Guzman “Il buono”; piú in basso il porto, il braccio di mare che unisce il Mediterraneo all’Atlantico e, dall’altra parte, la costa e le prime catene montuose marocchine.
Facciamo colazione sulla terrazza della piccola pensione in maniche corte, sembra maggio. Passano davanti agli occhi immagini che mi riportano alla Grecia o a certe mattine di Marsiglia vive nei romanzi di Jean Claude Izzo.

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Tarifa è il punto più meridionale della penisola iberica, il più vicino alla costa africana, il vero stretto che separa simbolicamente le acque interne del Mediterraneo da quelle dell’oceano. Gibilterra (enclave inglese su suolo iberico) è famosa semplicemente perché figlia del peso geopolitico della Gran Bretagna a livello internazionale, la solita illusione mediatica; colonialismi contemporanei.

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Una giornata, da queste parti, si puó riempire semplicemente con una passeggiata di chilometri su una grande spiaggia bianca. Noi percorriamo la Playa de Los Lances. Si parte sulle ultime rive del Mediterraneo, si lasciano alle proprie spalle le sponde dell’Isla de Las Palmas, e si prosegue sulla riva atlantica. La spiaggia termina, dopo una decina di chilometri, con una grande duna di sabbia e con una  vista a distanza su Tangeri. Dietro montagne rocciose coperte di macchia e pale eoliche. Di questa stagione, questi posti, sono popolati solo da pochi surfer.

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Uno potrebbe portare davanti al mare le mancanze, celebrare i meriti, chiedersi il senso delle cose della vita. Di volta in volta ognuno porta qualcosa, come se fosse il mare stesso a chiederglielo. In altre occasioni mi sono chiesto il perché, oppure, davanti a queste forti bellezze, ho meditato sul luogo in cui vivo e sul dove invece mi sarebbe piaciuto vivere, sul come mi piacerebbe vivere diversamente. Oggi non porto niente con me, avverto solo l’amore per il luogo e in particolare per questo tipo di luoghi nei fuori stagione. Non porto domande, non tento  di rispondere. Lavo via le paure del mio percorso lavorativo che sento sempre più incerto, minacciato da una politica stupida, e ritrovo intatto lo spirito, il senso, della mia professione: condividere con gli altri questa scoperta, questa sensazione di respiro profondo, questo sentimento dello spazio e del tempo, farlo scoprire.
Mentre cammino, con i piedi nell’acqua trasparente e i pantaloni risvoltati, fantastico, mi lascio a pensieri molto giovani: penso a una specie di grande reunion con gli studenti più ‘vicini’ salutati negli anni passati per ipotizzare un grande viaggio insieme. Continuare l’opera di scoperta, il lavoro scolastico, dopo, fuori, condividendone il piacere.

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Il viaggio in Grecia organizzato con la Quinta D l’anno passato è stato frutto di un desiderio forte, coltivato per lungo tempo. Quando l’abbiamo realizzato è stato più bello di quanto potessi aspettarmi. Ha piantato un semino, che ora è germogliato e fa venire voglia di un nuovo progetto un po’ piu grande.

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Su queste grandi spiagge vuote, davanti a questi mari, sulle cui acque si intrecciano storie recenti e passate di uomini naviganti per gloria, fame o altra disperazione, sono richiamato al senso: sento meno paura nel proseguire il percorso, torna una sana voglia di desiderare, progettare.

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