Café con leche para llevar – Da Jerez de la Frontera a Ronda

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Lasciare Tarifa tutta sole, nuvole e vento e dirigersi verso Jerez, significa  risalire scogliere su lingue d’asfalto nere e sinuose  che corrono tra rocce e macchia mediterranea,  poi tagliare altopiani zizagando tra mille pale eoliche bianchissime, e arrivare infine alle porte di Cadíz, perdendosi tra saline, rotonde con palme e traffico periurbano.

Jerez è una città di provincia che si ricorda per tre cose: le distillerie che producono ettolitri di sherry, il circuito del motomondiale, le peñas dove si suona il flamenco.  Io aggiungerei: mezzo litro di birra o di vino a un euro, che non fanno civiltà, ma certo fanno accoglienza e migliorano il ricordo (o , al peggio, gli regalano contorni più sfumati).

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Jerez per noi significa un cielo senza una nuvola, significa luce fino alle 18.30 e la nostra piccola e graziosa Pension SanMartín che regala un soggiorno regale in una stanza con colazione per 10 euro a testa.
La città è composta di piccole piazze che sono nuvole di verde – principalmente ficus enormi e filari di aranci – incastonate in architetture che mescolano sempre il moresco con il cattolico.

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I quartieri del flamenco (San Miguel e Santiago), come quelli delle distillerie, non sembrano godere di grande salute; ad una prima occhiata, molti ‘se vende’ sulle porte, molte finestre chiuse e persino qualche rudere. Sono vecchi barrios affascinanti, ma rimasti quasi vuoti, abbandonati al loro passato elegante. La città vive altrove, la gente si trova in centro, ma dorme fuori, in palazzi anni Settanta. Sarebbe bello avere piú tempo per approfondire, ma noi siamo solo di passaggio.

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Il giorno seguente prendiamo una corriera verso Ronda. La stazione degli autobus si trova di fianco al grande e colorato edificio della stazione ferroviaria, quasi sproporzionato rispetto alle modeste misure della città.
Il nostro bus prende subito la via di Arcos, in una campagna spoglia e aridissima, che sembra non vedere una pioggia come si deve da dieci anni.
Palme, ulivi, quercie, eucalipti, punteggiano o al massimo rigano – quando sono a filari – un paesaggio di terra arsa, pallida e levigata. Un paesaggio, mosso, collinare, curvilineo, che crea piani, giochi di onde, un paesaggio seducente che, fin dall’inizio della nostra corsa, mi sembra uno dei paesaggi agrari più belli che io abbia mai visto.

Arrivati ad Arcos, un pueblo blanco arroccato su una parete di roccia rossa a strapiombo su una vallata di polvere, spighe, casolari e ulivi, ecco all’orizzonte si aggiungono picchi rocciosi di infinita armonia estetica. I piani del paesaggio si moltiplicano, sono le fattezze distanti della Sierra de Grazalema, e più vicino un grande lago blu elettrico.
Bianco, blu, giallo: un paesaggio d’agosto, ma è l’ultimo giorno dell’anno;  guardando al finestrino, bisogna dirselo dandosi un pizzicotto ogni tanto.

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Si sale ancora e le colline curvano sempre più sinuosamente e le montagne selvose si fanno più vicine, fino a inghiottirci in ampi canali e valloni in parte coltivati e in parte selvaggi: Villamartín, Bornós, Ubrique, Olvera.

Siamo nel cuore del parco naturale di Grazalema, ci fermiamo a Puerto Serrano dove inizia la via verde che porta in 40 km ad Olvera. In Spagna molte vecchie ferrovie abbandonate sono divenute percorsi di trekking attraverso paesaggi incantevoli. Semplicemente, una buona idea.

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Arrivati a El… non mi ricordo, ormai nelle vicinanze di Ronda, la corriera, su cui ormai siamo rimasti noi e due anziane (che discutono con l’autista, da circa un’ora, sugli imperfetti orari delle compagnie di trasporto pubblico), vira verso una stradina a tornanti, che prende a salire in direzione di una punta rocciosa. Sopra la enorme cima di pietra, la luna bianca è un disco di sale fermo nel cielo azzurro del pomeriggio e un gruppo di aquile volteggia lento disegnando cerchi nell’aria.

Arriviamo a Ronda che le ombre sono ormai lunghe e il sole conclude il suo arco d’oro sull’orlo blu scuro dell’orizzonte. Abbiamo giusto il tempo di apprezzare la posizione panoramica dei suoi 800 metri d’altitudine, passare sul ponte nuovo (ma del 1700) e vedere l’alto crepaccio formato dal rio Guadalevín, fiume e crepa su cui la città si fonda e divide in una parte ‘nord’, che guarda verso il parco di Grazalema, e in una parte ‘sud’, che dà sulla Sierra de las Nieves. Poi calano le tenebre e inghiottono le ultime luci del 2014.

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Prima di ritirarci come ci piace, in pieno stile francescano, in una stanza fredda che puzza di piedi alla mesta Pension Rondasol, ci concediamo un pasto antico, da viandanti, un menú che ricorda la povertà dei pellegrini per Santiago, che da queste parti conoscono bene. In un ristorante che sa di canfora e vecchie credenze iberiche, Jamon serrano e queso rondeño, prosciutto crudo e formaggio della sierra, qualche birra e tanti auguri per l’anno che verrà.

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