Café con leche para llevar – Da Ronda a Malaga

Lasciamo l’umida pensione verso le 10 del mattino. Dall’uscio semibuio basta un passo lungo il selciato della piccola calle e subito il sole, giallo come un limone e già alto nel cielo, ci immerge nella luce del mattino. Dopo la Noche Vieja il paese sembra ancora addormentato e a quest’ora si vedono solo pochi anziani occupare le panchine assolate dell’alameda principal.

La giornata con la sua volta tersa si annuncia buona per le escursioni, la brezza è  spumantina, ci fermiamo a fare provviste in un piccolo negozio di alimentari subito dopo il ponte. Un ragazzo del posto, alto e con un maglione a righe demodé, si accinge a prepararci due bocadillos della tradizione locale. Con entusiasmo declama le qualità di prosciutto a disposizione. La scelta cade sul prezioso prosciutto di Patanegra, affettato che prende il nome da un maialetto  allevato allo stato brado nei boschi d’altipiano di tutta la Spagna.

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Ronda presenta opportunità di cammino da una parte e dall’altra del paese. Si scende a levante per visitare il ponte arabo e quello romano, costeggiando maneggi e piccoli stazzi per il pascolo delle pecore. Oppure si prende a ponente e, lasciandosi alle spalle la Puerta de Los Molinos, si arriva prima a uno spiazzo usato dai turisti per fotografare il ponte nuovo dal basso, per poi proseguire lungo una strada di campagna, mezza asfaltata, che avanza per chilometri lungo un pianoro coperto di viti e ulivi. Lungo queste carrereccie si possono disegnare passeggiate circolari che durano anche mezza giornata. La maggior parte dei turisti si limita a scendere per fotografare il ponte e questo ci incoraggia a proseguire oltre.

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Ci immergiamo così in una campagna a cui fanno da cornice notevole pareti di roccia rossa e, più in fondo, le vette del Parque Natural de Grazalema.

La prima giornata dell’anno è benedetta: l’aria è tiepida e la luce scende su di noi come acqua di cascata. Sembra un pomeriggio di aprile da qualche parte nel centro Italia. Togliamo la giacca, togliamo la sciarpa, slacciamo le felpe e ancora non basta.

Ad un tratto, la strada, divenuta sentiero, entra ed esce da un corso d’acqua largo quattro o cinque metri. Un breve studio topografico dell’area e non sembrano possibile alternative: dobbiamo guadare. Chi più coraggioso toglie le scarpe, raggomitola i pantaloni e cammina a piedi nudi nell’acqua, chi più pigro salta da un sasso all’altro cercando di non bagnarsi.

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Proseguiamo costeggiando muretti a secco e campi arati, con terreni sistemati prevalentemente a ritocchino. Gli ulivi in lontananza formano linee di colore più scuro che fanno da contrasto con una terra chiara che non conosce pioggia, solo avvicinandosi il fogliame torna a ricordare le variazioni dell’argento.

Ci fermiamo per pranzo tra alcuni di questi uliveti, pare che nessuno dei turisti presenti in città ci abbia seguito. Un dettaglio che, sul mondo e le sue sorti, dà da pensare. Solo il gheppio gira in tondo silenzioso sopra le nostre teste, in cerca di qualche piccolo roditore d’altipiano.

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Tutto è notevole qui attorno, tutto sembra avere un colore, una vibrazione, tutto sembra concreto, denso nel tempo. L’altroieri abbiamo attraversato cento chilometri di questa campagna in pullman e mi è parso di vedere uno dei paesaggi agrari piu belli di sempre, oggi ci si sente dentro un quadro. Solo l’Appennino, forse, mi ha emozionato tanto in certi suoi angoli: una emozione palpabile, quasi fisica, quasi fosse fame di spazi, di quelle curve e colori.

Verso le 18 il sole si spegne e in breve ritorniamo in paese. Il borgo è in una posizione scenica, ma è sciupato dall’atmosfera eccessivamente turistica. Torme di orientali al tramonto stanno sul ponte tentando di scattare e scattarsi fotografie mediante aste telescopiche che forse sono la nuova destinazione d’uso di tante antenne di auto o televisioni degli anni ’80. Rifugiarsi in una delle tante pasticcerie per una merenda, però riconcilia col mondo e fa dimenticare la massa.

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Il giorno successivo sveglia di buonora. Alle 8 il paese è ancora immobile ostaggio delle tenebre e della notte. Il freddo è pungente qui in alto; tiriamo su il bavero della giacca e ci dirigiamo verso la stazione degli autobus attraversando strade completamente deserte. Solo qualche bar sta aprendo e riceve i fornitori che consegnano il latte.

Sull’autobus per Malaga siamo in pochi. Noi e una solitaria viaggiatrice orientale gli unici turisti. L’autobus lascia la città per inoltrarsi lungo le sinuose piste della Sierra de las nieves. A dispetto del nome neve non ce n’é, ma in compenso è una sensazione particolare sfilare in mezzo a ulivi pieni di brina. La Sierra de las Nieves, rispetto al Parco della Grazalema, è più vicina al mare, settanta chilometri qui ci separano dalla costa. Le umidità che arrivano sospinte dalle correnti del vicino Atlantico addolciscono queste terre e le rendono, almeno in questa stagione, più verdi. La strada corre tra paesini perduti in un altro tempo, pueblos bianchi isolati da tutto meno che dalle pale eoliche: Cueva dal Becerro, Cueva de Aldares, e cosi di seguito.
In un paio d’ore siamo a Malaga. Città del sud, più grande, caotica, adagiata ai piedi delle ultime sierre. Traffico, palazzacci, palme, pappagalli e un bel sole.

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Il pomeriggio vogliamo riposarci – del resto, basteranno pochi giorni a curarci dai mali di un anno? nell’incertezza… – prima di visitare la città e tiriamo dritti verso la Malagueta, la spiaggia alla sinistra del porto, la più frequentata dai malagueñi e la più vicina al centro.

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Un incanto: il secondo di gennaio la sabbia è tiepida e color delle nocciole, l’aria a 20 gradi.
Il mare, di un blu scintillante, fa due o tre lunghi sorrisi lungo le baie stese davanti all’abitato, che verso est lentamente si dirada tornando roccia e macchia del Mediterraneo. Ci fermiamo a mangiare qualche filetto di sardine condite olio e aceto a un chiosco lungo la spiaggia. Una bionda beverina accompagna bene e rinfresca gambe e gola.

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Poco più in là, una coppia sulla ventina, arriva sulla spiaggia, butta le biciclette nella sabbia, abbandona i vestiti su un asciugamano e si getta in un bagno di acqua e di luce. Sapessi farlo con quella sfrontatezza, penso.

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Sopra la spiaggia una fila di palazzi, sopra i palazzi la città vecchia – il Castillo de Gibralfaro e l’Alcazaba, con i loro muri che da qui sembran di sabbia – sul fondo il monte Sant’Antonio termina la veduta e  dall’alto placido controlla i traffici mediterranei.

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