Café con leche para llevar – Da Malaga a Siviglia

Malaga, tardo pomeriggio. Entriamo in un vecchio bar, che sembra uno di quei circolini ancora oggi esistenti da qualche parte nella bassa pianura padana, quelli con i campi da bocce e gli ombrelloni ‘Sammontana’ di fianco. Tavoli neri, sedie di legno, pavimenti a scacchiera. Ai quattro angoli, ventilatori in finta radica vecchi di trent’anni, una foto del centro urbano di Malaga visto dall’alto, in un bianco e nero primo Novecento.

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A gestire il posto, donne. Signore fiorate del torrido sud, di tempra e chioma corvine, antiche giovani ragazze del meridione, a cui il tempo ha raggrinzito la pelle, ma non ha tolto energie. Si muovono nel locale fiere, in grembiule, convinte di fare un servizio alla comunità che va ben oltre la caffetteria. Roba d’altri tempi, purtroppo; ma non qui.
In Italia ormai amiamo sempre di più quei locali pallidi che, un celebre cantore della strada di queste parti, Antonio de la Cuesta (leggere: Tonino Carotone), non esiterebbe a definire “da fighetti”; tutti uguali: perfetti, quanto vuoti. Senz’anima, né tempo.

In Spagna, da nord a sud, dalle Asturie all’Andalusia, si ha sempre l’impressione che ci sia una resistenza maggiore a questo lento e corrosivo degrado, che ci sia più salute e gusto tra la popolazione.
Churros e Colacao bollente sono su ogni tavolo, vera specialità della casa. Il grande orologio in fondo alla sala segna le 19, da queste parti si tratta esattamente dell’ora della merenda, di uno dei tanti piccoli riti alimentari che questo paese condivide e nei quali si riconosce. Il locale è gremito, si chiacchiera e si mangia,  popolato di un pubblico trasversale: coppie di ragazze, famiglie, nonni con nipoti, compagni di scuola, agenti di commercio. Una señora con i suoi occhi sorridenti, scuri come il corvo, dal bancone si avvicina e domanda. Niente churros per noi, ma due café con leche.  Alle nostre indicazioni, appunta col sorriso: “qui facciamo il caffé in dodici modi diversi. Quando chiedi un café con leche “normale” (dovete pensare a un cappuccino senza la schiuma) devi chiedere un “sombre”, capito? Chiedi un sombre”. Ringrazio sentitamente, anche questa è educazione in fondo. Dodici modi diversi, toccherà rivedere anche il titolo, ora un po’ generico, che abbiamo dato a questa breve serie di racconti.

Il giorno successivo il cielo sopra la città è di un blu nautico, una o due nuvole bianche sembrano chiglie di navi nel mare. Dal Castillo de Gibralfaro guardiamo dall’alto il corpo steso della città. Malaga, 500.000 abitanti (ma se si considera l’area metropolitana si supera velocemente il milione) sembra una vecchia tunica bianca distrattamente adagiata sulle ultime colline prima del mare. Abi(ta)to bianco sporco, accrocchio di palazzine anni Settanta da cui, anche con un cinquantino malmesso, si potrebbe fuggire  in fretta.
La città offre ripari: si può trovare  nascondiglio al suo interno, seguendo i sentieri attorno al castello; viottoli che si arrotolano su colline polmone verde dentroa città. Oppure ci si può spingere ai margini frastagliati dell’abitato, che, correndo con l’occhio all’orizzonte, s’incontrano presto e subito lasciano spazio alle colline. Se si ha tempo, poco fuori città, tra queste alture di terra e arbusti, si possono trovare polverose piste  da seguire, per raggiungere le cime e ammirare la grande massa urbana dalle sue spalle.

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Guardando a meridione, verso il mare, invece si può osservare la recente ristrutturazione dell’area portuale. Malaga era candidata ad essere capitale europea della cultura nell’edizione 2019, titolo recentemente assegnato a Matera e Plovdiv. I lavori di sistemazione del vecchio porto erano stati avviati con l’intento di presentarsi meglio in qualità di concorrenti. Il risultato è – parere poco informato di chi scrive – la solita modesta autoreferenzialità dell’architettura contemporanea: il paseo del porto coperto con una bianchissima struttura simile a un’enorme lisca di pesce. Di per sé un disegno gradevole, ma complessivamente decontestualizzato  e di un candore hi-tech che, tempo dieci anni, sarà giallognolo e  richiederà un grande intervento di ristrutturazione. O, più facilmente, sarà un inequivocabile segno di appassimento delle aspirazioni un tempo velleitare della politica cittadina.
Nel frattempo, attorno alla grande lisca di pesce, il capitale internazionale ha riprodotto velocemente se stesso e il suo habitat. Così, nel porto gentrificato, le grandi compagnie straniere hanno colonizzato lo spazio a disposizione rendendolo simile ai grandi viali di mille altre città. Destini di impoverimento globale, sottrazione di comunità, città e cittadinanza.

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Certo questa Malaga resta una città di quel tipo che mi piace e piano piano mi convince. Forse per la sua posizione, forse per il suo non farsi trovare, per la sensazione di non essere atteso, di non ricevere un’accoglienza turistica. Del resto, nel circuito delle città spagnole, Malaga è un po’ snobbata a favore di altre piú in vista e questo la rende sincera, meno in posa. A me, lo sapete, piace arrivare in posti così, onesti, senza ambizione di mercato (i  prodotti della quale sono al massimo quelli visti per il porto: espropriato ai poveracci, per affidarlo a McDonalds e pochi altri. Era un luogo di tutti ora è un  luogo di pochi).

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Infine, basti questo mare che ho davanti agli occhi: Malaga è una città diabolica. Uno scende in spiaggia, una bella spiaggia, ampia e morbida, e si siede davanti a un mare calmo, senza un filo di vento, dentro un bel tepore meridiano. E nonostante questa placidità, quel mare attiva il moto ondoso dei pensieri, li richiama  davanti alla sua distesa blu. Da dove sono iniziate le cose, perché sono andate così, quanto potremo cambiare ancora: ci si interroga. E certe sere, come le nostre, si rimane seduti a guardare le grandi onde verdi e gialle della vita. Verdi. Gialle. E alte, molto più alte di quanto possibile ad ogni uomo. Si rimane, in silenzio. Una città diavolesca. Poi si vola via.

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Lasciano tracce impercettibili le traiettorie delle mongolfiere
e l’uomo che sorveglia il cielo non scioglie la matassa del volo
e non distingue più l’inizio di quando sono partite
sopra gli ormeggi e la zavorra sono partite
tolti gli ormeggi e la zavorra sono partite

A guardarle sono quasi immobili lune piene contro il cielo chiaro
e l’uomo che le sorveglia adesso non é più sicuro
se veramente sono mai partite oppure sono sempre state lì
senza legami, colorate e immobili così

Anche noi, anche noi con gli occhi controvento al cielo
abbiamo cercato e perso le tracce del loro volo
dentro le nuvole del pomeriggio nei pomeriggi delle città
ma chissà dove é incominciato tutto chissà

Anche noi, anche noi con le mani puntate al cielo
abbiamo inseguito e perso le tracce del loro volo
anche noi, anche noi nelle nuvole del pomeriggio
nei pomeriggi delle città
ma chissà dove é incominciato tutto
chissà

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