Campi di comprensione

Ho lasciato passare appositamente qualche giorno prima di provare a fare un quadro sintetico sui fatti di Parigi della scorsa settimana. L’ho fatto volutamente, perché di questi tempi oltre agli attacchi terroristici dobbiamo sopravvivere a mente fredda anche alle ondate di piena dell’opinionismo e dell’informazione spazzatura. In questi giorni ho letto una quantità di cose sensate sui fatti di Parigi e anche una quantità di stupidaggini, senza spingerci fino agli appelli strumentali di Salvini; appelli che pure non vanno trascurati, perché ultimamente quel tipo di posizioni (razziste e neo fasciste) in Europa raccolgono sempre più consenso. Cercherò di seguito di mettere in fila alcuni dei contributi di maggiore qualità – ovviamente, dato che siamo chiamati a difendere un certo relativismo culturale, tengo a specificare: contributi di qualità secondo il punto di vista di chi scrive.

Anzitutto, parto dal panorama culturale in cui sono cresciuto e in cui mi auguro si possano formare anche i miei studenti, i nostri figli.   Un grande maestro del giornalismo e conoscitore dell’Africa e dell’Asia occidentale come Ryszard Kapuscinski, in una vecchia intervista, a una domanda circa quali fossero per lui i confini dell’Europa di fine Novecento, aveva già tracciato un orizzonte ideale:

«L’Europa deve trovarsi un nuovo posto sulla mappa del mondo. Per l’Europa il nuovo, planetario, ambiente culturale potrebbe anche rivelarsi stimolante, fecondo, aprire nuove possibilità. Uno dei fattori di forza della cultura europea è sempre stata la sua capacità di trasformazione, di riforma, di adattamento, qualità oggi più che mai necessarie perché il nostro piccolo continente possa svolgere un ruolo significativo in un mondo multiculturale. E’ solo questione di volontà, vitalità ed apertura.
Un criterio molto importante in futuro per determinare l’appartenenza all’Europa dovrebbe essere rappresentato dal livello culturale delle società. L’Europa si identifica con un sistema di valori basato su concetti quali democrazia e tolleranza. Se le società confinanti saranno società di stampo democratico e con un atteggiamento aperto e tollerante faranno parte dell’Europa. Quelle invece che si isoleranno, diventando società di dittature e purghe etniche, si staccheranno da sole dalla famiglia europea. Dobbiamo tracciare confini non spaziali, ma culturali. Ecco quali sono per me le frontiere d’Europa».

Credo che in queste parole ci sia un’indicazione lungimirante  circa quanto dovremmo chiedere, in qualità di cittadini democratici, al nostro sistema politico. Le molte persone in piazza ieri a Parigi, e nei giorni precedenti in tanti altri angoli del mondo, fanno ben sperare sul fatto che ci sia consapevolezza crescente circa i valori che fondano l’Europa migliore, quella che aveva in mente Altiero Spinelli ai tempi della fondazione della Comunità Europea. Sottolineava opportunamente Gilioli nei giorni scorsi, dovremmo tornare a discutere e definire chiaramente oggi quali siano questi “nostri valori”, formula di cui  si è fatto nell’ultima settimana un uso facile e distorsivo.

Purtroppo la realtà politica dell’Europa di oggi è lontana  da quell’inziale orizzonte ideale e credo sia il caso di provare a mettere in fila alcuni elementi di cui i confini, nel chiacchiericcio di questi giorni, potrebbero essere stati confusi.

Partiamo dalla reazione. L’allarmismo che si è creato dopo questo attentato mi sembra probabile figlio della disinformazione o forse, più profondamente, di diseducazione e scarsa dimestichezza all’uso corretto delle fonti di informazione. Poco credibile, infatti, attribuire a questo attentato la nascita di una situazione d’allarme per la sicurezza internazionale: un atto simbolico forte, certo, ma che è solo una piccola scintilla del grande braciere che arde a sud est del nostro continente e che ha spinto qualche commentatore, un paio di mesi fa, a parlare di Terza Guerra Mondiale.

Se qualcuno davvero tenesse a spegnere i tizzoni ardenti,  si dovrebbe occupare in primo luogo di rivedere le politiche a stelle e strisce che da vent’anni a questa parte dispiegano i loro effetti nell’Asia occidentale e centrale e così in nord Africa. Lo spiegava bene negli scorsi giorni l’economista Samir Amin. L’Europa – esattamente come nel caso dell’Ucraina – continua a non distinguere i suoi interessi e ad assoggettarli a quelli degli USA: i risultati sono sotto gli occhi di tutti e particolarmente preoccupanti per noi, visto che geograficamente siamo vicini alle aree colpite (tra l’altro con marchiani errori strategici  da parte degli Stati Uniti d’America).

A questo proposito, dal punto di vista del rapporto tra media e reazione sociale, è curioso notare  come una guerra vera e propria, che dura da un anno ai confini est dell’Europa,  preoccupi molto meno, stampa e popolo, di un attentato, dai contorni ancora imprecisati, che capita alle porte occidentali del continente. E’ chiaro, lo dico in tono provocatorio: Parigi è certamente il cuore culturale dell’Europa occidentale ed è normale che i fatti della capitale francese impattino su di noi con maggiore forza, ma fermiamoci un attimo e riflettiamo comunque attentamente su quanto le nostre reazioni siano condizionate dalle ondate di informazione, disinformazione o silenzi che riceviamo dai media.

Una seconda questione che mi sembra il caso di analizzare è relativa ai motivi che stanno alla base di questa tragedia. L’attentato di Parigi non mi pare, come tanto si è detto in questi giorni, l’inizio di una guerra dell’Islam contro l’Europa. Al più, se proprio si vogliono collegare scenari internazionali ed evento locale, i dodici morti di Parigi, come detto, sono uno dei sintomi collaterali delle politiche di devastazione che l’Occidente porta avanti dalla prima guerra del golfo ad oggi, con lo scopo di destabilizzare alcune aree strategiche per controllarne le risorse. Oppure, ad un livello ancora più semplice, si tratta di un problema di integrazione e del funzionamento del modello multiculturale francese. A tal proposito, dice cose chiare e precise in questo intervento l’antropologo Duccio Canestrini. Di certo, nel mondo islamico sono state importanti prese di posizione come quella di Igiaba Scego, ma è fondamentale che arrivino da sole e  non siano risposta a continue sollecitazioni occidentali e alla strisciante (e crescente) islamofobia.

Un’ultima questione sulla quale sarebbe meglio una riflessione lenta e attenta è relativa al significato dell’appuntamento di ieri con protagonisti in piazza molti liberi cittadini, ma anche molti rappresentanti di Stato. Mi piace guardare  più alla piazza vera e propria, quella della cittadinanza,  meno a quella congrega di personalità in prima fila. Il potere per quale libertà avrà sfilato ieri?

Non amo il complottismo e vorrei stesse ben  lontano da queste righe. Limitandomi però ai dati di fatto non posso non rilevare che in prima fila, ieri, a Parigi c’era Benjamin Netanyahu, leader di un governo che qualche mese fa, in nome  dello spazio vitale (concetto che andava molto di moda un secolo fa) ha ordinato il massacro di oltre 1.700 civili. Non era l’unico leader, tra l’altro, ad avere una posizione quanto meno ambigua sulle libertà individuali e i diritti civili, era in buona compagnia. Questo ha qualche importanza? Purtroppo, temo sia un segnale triste e chiaro: il sistema di potere  con quella manifestazione non ha voluto dare un segnale per espellere le tossine che contiene, ma  semplicemente ha difeso il suo funzionamento.  I capi di Stato occidentali ieri non manifestavano tanto per la nostra libertà di espressione o le garanzie circa le libertà individuali (che ultimamente hanno, anzi, messo sotto attacco in casa loro: politiche sulla sicurezza, sulla libertà di stampa, politiche restrittive sulle migrazioni, eliminazione delle elezioni dirette per province e senato, giusto per fare alcuni esempi dal panorama europeo), quanto per la libertà di perpetrare il controllo sugli equilibri e disequilibri globali a favore del grande capitale economico. La libertà di continuare a stringere accordi con le peggiori dittature – teocratiche e non – e imbastire al contempo missioni di pace a pochi chilometri di distanza.

Il rischio conclusivo quindi è che oltre ad essere tutti vittime di un folle attentato ad opera di fanatici, siamo anche spettatori di una sistema di potere che, in nome dei suoi affari amorali, è già pronto a condurci ad una nuova crociata. Ne abbiamo viste troppe in questi ultimi anni. Dichiarazioni di stato di guerra in questi giorni non sono mancate, e non solo da parte di esaltati militaristi o esponenti delle estreme destre. Purtroppo.

Voglio chiudere ribadendo la più bella idea di Europa. I valori di quell’Europa figlia di un orizzonte culturale ampio, che richiamavo all’inizio, io li trovo splendidamente sintetizzati  nella celebre risposta di Tiziano Terzani a Oriana Fallaci, dopo gli attentati alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. La giornalista, dopo quei fatti, scrisse che era tempo di non tollerare più, di incominciare una nuova crociata contro l’Islam radicale, in difesa dei nostri valori. Terzani rispose con questa lunga lettera che  trovo non sia  solo una intensa e luminosa risposta, ma  una  bussola da tenersi davanti in questi giorni confusi. Riportando parole di Edward Said, Terzani scriveva che il compito di chi informa  – e di chi si occupa di educazione, aggiungono quattro professori delle periferie parigine: genitori, insegnanti, fratelli maggiori o amici per la pelle che siate –  è di  “creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia”. Ascoltare, analizzare, comprendere, ragionare, e solo infine farsi una propria idea e sostenerla attraverso l’argomentazione, restando sempre aperti al dialogo: questi dovrebbero essere i valori di un buon europeo, per quanto mi riguarda. Per questi cerco di lavorare ogni giorno dentro la scuola. Ognuno faccia la sua parte.

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