L’Europa alla guerra?

Ucraina: dopo l’incontro a Washington con la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente statunitense Barack Obama ha detto che la Russia ha violato gli impegni presi negli accordi di Minsk e che l’Ucraina ha il diritto a difendersi.

Questa è una nota di agenzia diffusa ieri, che fa seguito all’incontro tra Merkel e Obama avvenuto poche ore prima. Poche righe dal significato profondo, come è profonda la spaccatura che stanno a indicare. Un elemento inedito sulla scena internazionale e segnatamente su quella inerente gli affari ucraini. Germania e Francia temono l’escalation di violenza – che potrebbe riportare anche le potenze occidentali in  una guerra interna all’Europa – e dicono no alla fornitura di armi che Obama vorrebbe inviare a Kiev per sostenere la riconquista delle zone attualmente occupate dai filo-russi.

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Merkel e Hollande non ci stanno, avvertono il rischio. Nei giorni scorsi si sono recati  a Mosca per incontrare Vladimir Putin e negoziare. La tensione della guerra alle porte di casa ha probabilmente dato da pensare alla diplomazia europea – finora poco accorta nei movimenti rispetto agli affari “interni” di Kiev – tanto da far muovere insieme la coppia franco-tedesca, che di certo non si ama, e farla parlare molto a lungo con Putin.

Il ripensamento ha prodotto insomma una spaccatura rispetto alla condotta mantenuta finora dall’Unione Europea, portando in evidenza quanto era stato sottolineato dagli analisti più attenti già dodici mesi fa (ne parlavamo qui e qui): che l’interesse statunitense e quello europeo, in questa partita, divergono ampiamente.

Una distinzione di condotta che dovrebbe apparire dall’inizio della vicenda scontata e salvifica e che, invece, visto lo storico guinzaglio che lega la UE agli USA e ai suoi apparati affini (NATO, FMI, ec), per emergere ha impiegato un intero anno di guerra.

Merkel, dopo la visita a Mosca, si è poi spostata a Washington per spiegare a Obama la situazione e il suo nuovo punto di vista, un punto di vista non gradito alla Casa Bianca, che deve fare i conti con la pressione dei poteri forti a stelle e strisce e la crescita di gradimento delle opzioni repubblicane.

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La situazione geopolitica attorno all’Europa, come illustra la carta qui sopra, tratta da Limes, è oggi quanto mai complessa. Siamo in una fase di disordine controllato(?) che è in corso da anni e va letto, a parere mio e di altri meglio informati di me, all’interno della strategia americana di controllo globale, ovvero teso a contrastare l’affermazione di altre potenze che possano esercitare un ruolo superiore a quello di potenze regionali.

Un piano avviato a partire dai primi anni ’90, approfittando dell’implosione dell’URSS e degli spazi di manovra creatisi  nell’Asia Centrale. Un progetto difficile sin dall’inizio e  che ora sta incontrando alcune grosse opposizioni. Assecondare questo progetto ancora una volta, per noi, noi europei, potrebbe avere un prezzo più caro del previsto.

In Asia bollono in pentola molte cose: c’è la Russia neo-imperiale di Putin, che tenta di recuperare spazio vitale,  la Cina, che vuole abbandonare presto il suo ruolo di potenza macro-regionale ed entrare di diritto sullo scenario globale, l’Arabia Saudita, che fa scendere il valore del greggio per colpire Iran e Russia, ma crea tensioni internazionali, anche con Washington, storico partner.

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Interessante, per inquadrare meglio anche la questione ucraina – e ve lo propongo per questo -, un passo che si trova in un ottimo libricino che ho appena finito di leggere: “Il Caucaso” di Aldo Ferrari. Sentite cosa scriveva Ferrari nel 2005…

Alcuni anni fa il sempre influente Brzezinski ha indicato con molta chiarezza quale debba essere in questa regione, definita i “Balcani dell’Eurasia”, la strategia degli Stati Uniti: “evitare il riemergere di un impero euroasiatico che potrebbe ostacolare gli obiettivi geostrategici americani”. Anche senza attribuire agli scenari disegnati in quest’opera il programma ufficiale dell’amministrazione statunitense, non v’è dubbio che, dopo la dissoluzione dell’URSS, Washington ha condotto, soprattutto a partire dal 1994, una politica di penetrazione massiccia nella regione.

[…] Il colossale progetto di un nuovo asse geo-economico mirante a collegare il petrolio e il gas dell’Asia Centrale con il Mediterraneo, tende in effetti a ridurre o eliminare del tutto il ruolo tradizionale di Mosca. E’ in questo senso che va letta l’insistenza degli Stati Uniti per la costruzione di vie di transito energetico miranti ad escludere la Russia.

[…] Secondo la maggior parte degli studiosi, proprio la competizione politica, strategica ed economica – non cruenta, ma reale – tra USA  e Russia nei paesi post-sovietici del Caucaso (e dell’Asia Centrale) costituisce il dato saliente  delle dinamiche dell’intera regione. Uno specialista tanto acuto quanto schietto come Stephen Blank ha scritto esplicitamente: “Gli Stati e gli analisti possono certo parlare di relazioni internazionali come se regnasse un  nuovo ordine liberale. Ma, come in precedenza, essi agiscono in base ai consolidati parametri del realismo e delle Realpolitik. La ricerca dell’energia, la fonte delle discussioni sul nuovo great game tra Russia e Stati Uniti, non può essere compresa o separata dalle più tradizionali e competitive geostrategie miranti a integrare la grande regione del Caspio in un’ecumene occidentale o russa”.

Si tratta di scegliere insomma. L’idea di un mondo governato da una sola superpotenza sembra al tramonto: siamo in troppi e con troppe ambizioni. E’ tempo di trarne le conseguenze e di ragionare diversamente. L’Europa però pare non abbia negli ultimi tempi  la possibilità di ragionare  né, conseguentemente, di scegliere, persa com’è nella sua pluralità di voci che, almeno fino ad oggi, non si sono mai ridotte a unità, nemmeno su questioni delicate come quella ucraina.

Tristemente ironico, al proposito, l’editoriale di oggi di Lucio Caracciolo su Limes che ipotizza una nuova Yalta – una nuova soluzione concordata dai più forti per garantire un ordine mondiale – e ne verifica al contempo l’impossibilità.

Al vertice di Minsk dei prossimi giorni l’Unione Europea, come ricorda in questo intervento Bernard Guetta, non si gioca solo la pace ucraina, ma la possibilità di ricompattarsi e rilanciare, in un momento quanto mai difficile, la propria azione politica. Se la crisi ucraina verrà risolta, l’Unione Europea e la Federazione Russa potranno cominciare a organizzare una cooperazione economica fruttuosa per entrambi, gli occidentali potranno contare sull’appoggio di Mosca in Medio Oriente e l’Unione, nell’ambito della sua alleanza con gli Stati Uniti, potrà affermare la sua capacità di tutelare autonomamente i propri interessi economici e strategici e smarcarsi, almeno in parte, dalle scelte della Casa Bianca.

A noi comuni cittadini, davanti a questo grande e conflittuale scenario geopolitico, restano tre opzioni: ci si può ridurre alla rassegnazione, incrociare le dita sperando di sfangarla o darsi da fare. Io opto per l’ultima alternativa: sarebbe già qualcosa riprendere a parlare di questioni che sono rimaste per mesi sotto  silenzio. Gli anticorpi alla guerra e alla cattiva politica si trovano nella conoscenza dei fatti e  nella pressione che un’opinione pubblica correttamente informata può ancora esercitare.

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