Stato di guerra

Le modifiche alla Costituzione discusse (in condizioni che, per essere elegante, definirò inadeguate) negli scorsi giorni contengono tante sorprese. Sorprese, sì, perché la Carta costituzionale è stata modificata in assenza di un dibattito aperto che potesse renderci edotti dei contenuti messi in discussione. Se vanno in porto le modifiche proposte da Renzi, tra le novità avremo anche questa: un solo par­tito poli­tico (che potrà avere la mag­gio­ranza asso­luta alla Camera anche con una mag­gio­ranza rela­tiva dei voti dell’elettorato) avrà il potere di dichia­rare lo «stato di guerra».

Una modifica che snatura le avvedute (e come poteva essere altrimenti dopo trent’anni di guerra?) scelte del 1947, se teniamo in debito conto che  la nostra Costituzione prevede la guerra solo come strumento eccezionale da adoperare quale “ultima spiaggia” per difendere il suolo nazionale qualora  sia aggredito. L’eccezionale gravità in cui si va a dichiarare lo «stato di guerra» in democrazia, va da sé, suggerirebbe allora che la decisione sia la più con­di­visa pos­si­bile.

Stiamo parlando di teoria, ahinoi. In pratica, niente di nuovo. Dall’unificazione a oggi, in un secolo e mezzo, vado a memoria, conto 12 o 13 conflitti internazionali a cui l’Italia ha preso parte. In ognuno di questi il nostro paese era aggressore; mai aggredito. Insomma, la storia degli oltraggi all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”) è molto lunga e nonostante questo pare non insegni granché. Alle porte bussano già nuovi e insulsi istinti bellici. Ora sarà persino più semplice soddisfarli.

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