Timbuktù

Timbuktù è un film di grandi bellezza e attualità, visto che dagli attentati di Parigi in poi si è tornati molto a parlare di fondamentalismo religioso.

Ci sono tanti buoni motivi per andarlo a vedere, ma mi limito a sottolinearne uno: fa comprendere meglio la distanza tra mondo islamico e integralisti. In Occidente, in molte occasioni, tendiamo con superficialità ad accostare il fondamentalismo a una rivolta contro il colonialismo europeo, una reazione che nasce dall’interno delle comunità. Il regista  suggerisce invece un altro quadro: siamo di fronte a un’oppressione che arriva da fuori e utilizza una supposta fede, in modo strumentale, per sottomettere nuove popolazioni.
Tratteggia questa immagine con intensità, ma senza che la narrazione diventi cruenta, senza far leva sull’orrore o sulla paura. Anzi, la sensazione, infine, è che   un paesaggio regale e la dignità civile resistano, prevalgano sull’idiozia del nuovo dominatore.

La scena della partita a calcio (senza pallone), da sola, vale il biglietto di ingresso.

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