A Malta – Bugibba

Bugibba. Sembra il nome di qualche antica specie di australopitechi viventi attorno alla linea dell’equatore, qualche specie di scimmia rimasta salva al grande diluvio, e invece è un quartieraccio nella parte nord occidentale di Malta. Le strade sono povere: una Rimini in stile sovietico. Cubi di cemento armato sgrossati e mal rifiniti, ammucchiati su una collinetta davanti a una scogliera ligure e a un mare talmente blu che sembra collutorio. Cassonetti, tondini di ferro a vista, muretti di calce povera sberciati, puzza di gatti randagi nei vicoli, croci di lampadine che si accendono la sera dai balconi dei caseggiati. In basso alla collina, la passeggiata lungo il mare; i bar, i ristoranti, una piazza con le palme, si danno un tono da lido dei diseredati.

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Alla scogliera del lido si accede mediante una scaletta e una serie di successive gettate di cemento senza criterio, come lava che si è rappresa attorno alle forme delle grandi pietre, l’odore mischia baccalà seccato e acqua oleosa dei motori natanti. Intorno sta una natura sfavillante, che rende intenso anche questo paesaggio orridamente ordinario. Tira un vento forte di maestrale che fa spumare le onde, diventano trattini bianchi, numerosi e luminosi in mezzo a quel mare blu fiamma del gas. Ornano l’orizzonte – che a guardarlo sembra vibrare – le nuvole; come grandi seppie nuotano lente sopra le teste dei nautici e dei villeggianti.

Le ragazze americane zampettano a stormi lungo la passeggiata. Nel vento freddo che fischia, indossano prendisole svolazzanti a pois o pantaloncini inguinali, ma con la vita alta. Entrambe le mises lasciano scoperte le loro carni lattiginose e un poco cadenti, suggello di una gloriosa alimentazione. Girano con grandi occhiali e cinguettando come piccole galline, talvolta emettono gridolini o tuonano in risate, sbraitando. Hanno l’occhio un poco tonnato, svagato, svanito, e l’espressione non proprio furba di chi obbedisce allegramente ai comandamenti del consumismo. Wannabe fashion o cose così.
I ragazzi americani portano tutti bermuda a metà coscia e delle canottiere che trattengono pettorali gonfissimi. Hanno calzini bianchi che spuntano e le scarpe del tennis, i tatuaggi e le catenelle. Stanno appostati lungo la stessa passeggiata delle prime. Il taglio di capelli è  ode alla fantasia che invariabilmente presenta una parte (laterale) della chioma rasata, come quella dei soldati, e un’altra con capelli lunghi che cadono a lato. Le crestine gellate sono in drastica diminuzione. Alle biondine che passano mostrano la loro imponente massa muscolare anabolizzata. A guardarli camminare con le braccia leggermente larghe e i piedi a paperella sembrano calicetti da aperitivo con l’oliva, coni che si allargano dal basso verso l’alto. Quando i ragazzi e le ragazze americane si incontrano a cena chissà cosa si dicono, pensa l’osservatore neutro in attesa dell’autobus.

Il nostro itinerario parte da qui. Questo quartiere è un riassunto di una delle molte anime dell’Isola, microcosmo del Commonwealth che sulla crosta della terra lascia tante eredità: le cabine del telefono rosse, il bus chiamato alzando la mano, i take away con hot dog e fish&chips, operai dell’Africa centrale, pensionati britannici mandati qui a svernare, il ketchup a colazione e i ristorantini indiani.

DSCF4434 Il verde delle colline che tra i caseggiati alti si avvistano prossime però invita a prendere la via e ad andare a vedere. Ci spingeremo oltre e l’isola scoprirà all’osservatore viandante le altre sue facce.

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