A Malta – Le scogliere di Dingli

L’isola è un brulicare di autobus che corrono su e giù dalle colline, in mezzo ai caseggiati, ai vigneti contorti, lungo i porti, tra i muri bianchi della campagna. Tutti, maltesi, turisti, indiani e surfisti, si spostano in pullman. Il nostro bus, gonfio come un alveare nella stagione del miele, si arrovella e arranca sulle salite curvose di una collinetta e poi si getta in picchiata in mezzo a un accrocchio di case in cemento, sfiora balconi, muri, carcasse d’auto, bancarelle e crocifissi, segni del sacro diffusi a pioggia tra le case e le vie dei campi. Nella sua corsa la corriera ci porta lontano: dalla Valletta e dal suo porto di mille container accatastati, da Bugibba e dalle ragazzine del nord che addentano hamburger e patate fritte alle nove del mattino, dalla musica pop che ammanta e impiastriccia il pessimo cibo dei diners ad ogni ora del giorno. Siamo diretti alle scogliere di Dingli, fianco scenico e accidentato dell’isola, lontani da tutto.

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L’autista ci fa segno di scendere al bordo di una strada senza nome. Ci affrettiamo. Quando la corriera riprende la corsa, alza una nuvola di polvere e libera il campo visivo: davanti a noi, un recinto pieno di capre e una specie di dirigibile precipitato sul promontorio, che qui chiamano torre radar. Un uomo del posto, col suo maglione grezzo, la coppola e il volto di cuoio, apre lo steccato e le capre prendono a correre come impazzite lungo l’altipiano, verso i piedi del dirigibile incagliato. L’uomo sembra non curarsene, come a dire: tanto dove volete andare. Effettivamente intorno non c’è nulla, unico limite è il precipizio del mare.

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Ci incamminiamo lungo la strada principale che corre sulla schiena delle scogliere, la teniamo fino a raggiungere il grande intercettore radar, da lì si aprono visuali sul precipizio, che cade a picco fino a un lembo di terra argillosa, per poi riprendere la picchiata e darsi alle grandi onde del mare. Su quel lembo di terra, paesani gloriosi hanno ricavato dei piccoli quadrati difesi da graticci e muri di pietra e coltivati ad orto. Difficile capire come si acceda a quella valle degli orti. Il mare intanto spinge agitato dal vento.

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La giornata è luminosa e luminose appaiono le campestri bianche che si dipartono dall’arteria principale e rivolano in mezzo alle campagne. Per guardarle in tutto il loro chiarore lucidato dal vento bisogna strizzare gli occhi. Le coltivazioni qui si stendono a perdita d’orizzonte:  piantagioni di fave, campi di vite e di grano, oliveti, altre ortaglie. Solo lontani sullo sfondo i segni dell’uomo, una cattedrale ortodossa tricupola, un castello fortificato in alto ad un colle, altre antenne radio.

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Lasciamo la costa per addentrarci tra furgoni in disuso, capanni di lamiere, latrati di cani lontani portati dal vento, muriccioli di pietra e una sterminata quantità di fiori gialli. Margheritoni solari seminati a spaglio in ogni angolo dell’isola. Sullo sfondo elettrico del mare, con il loro colorito aureo, questi fiori creano un accostamento di colori defibrillatore, qualcosa di forte, che rianima lo sguardo spento, stanco, assopito della vita dei nostri giorni passati rintronati davanti agli schermi, e comunica qualcosa di gioioso e forte alle profondità dell’uomo ancestrale. Difficile resistere a un dialogo col luogo, anche se la testa è ferma ci pensano le gambe, le mani, i piedi,  la pancia.

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In questa campagna l’osservatore viandante cammina e ha l’impressione che non ci sia più nessuno, che sia rimasto solo con il paesaggio arcaico. Il vento fa ondeggiare i vecchi lampioni che la notte, qua e là, illuminano qualche intreccio di sentieri, sbatte le ferraglie e le lamiere di porte chiuse e finestrelle, crea un fruscio infiltrandosi nella chioma di fave e lupini, tra le spighe dei cereali.

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Se vi capiterà di trovarvi li in mezzo, badate ai cani selvatici e a quelli che difendono la terra dei padri padroni, si appostano dietro i muretti col ringhio, potrebbero talvolta cogliervi d’assalto. Sono lì per inibire il passo del viandante. Ma voi  siate il più coraggiosi possibile, non distogliete lo sguardo, tirate dritti, puntando al castello che si vede in fondo, oltre muri e coltivi. Vagate  cercando di tenere tra i dedali di strade di campo e carrarecce la direzione geografica del nord est. Dimenticate le insegne e i cartelli, disperdetevi nel territorio.

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Arriverete a giardini deliziosi, infossati in un vallone ai piedi del castello di Verdala, residenza estiva dei Signori dell’isola. In questi giardini segreti poiché nascosti, detti di Buskett, e che ad un piccolo bosco sono simili, troverete tunnel e camminamenti dentro chiome e prati in fiore, piante di ogni genere; le lingue della botanica fanno di questa nuvola verde posata a terra una metafora dell’isola: incrocio, porto di mare,  grande cacciucco di lingue e culture.

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