A Malta – Golden Bay

L’osservatore viandante, stanco della mondanità, dei palazzi a cemento con le finestre accese anche di notte, dei ristoranti da cui fluisce odore di fritto e soffritto, coniglio in aglio, polpette di polpo, desideroso di allontanarsi per il tempo del meriggio dalla banlieu di Bugibba, dalle colazioni maionese e salsicce dei nordici, dagli starnazzi e dagli spruzzi della passeggiata a mare, decide anche quest’oggi di attendere l’arrivo di una corriera. Scorre le dita sulla grande tabella a muro degli itinerari per capire quale scegliere. Lascia evocare ai nomi, si lascia attrarre: non c’è grande organizzazione nel suo peregrinare. Sceglie la baia d’oro, sì, un nome di grandi suggestioni esotiche.

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Il periplo dell’isola, alla fine della villeggiatura, sarà curvoso. Vacanza nell’etimo, nel suo profondo, rimanda ad un qualche senso di mancanza, a qualche cosa che non è ancora compiuto. Per viaggiare, per vacare, bisogna avere vuoto dentro e lasciare vuoto il posto da qualche altra parte. Solo quello sgombero concede di sentire e di accogliere. Senza vacanza non c’è scoperta, come, per contrasto, alla bocca piena non è concessa parola.

A colui che legge, potrà sembrare fine a sé stesso il ragionamento dell’osservatore, ma ha un suo perché ben collocato: nell’attesa del pullman, il viandante, seduto al marciapiedi, legge il giornale: un politico vuol rubare le vacanze agli studenti; “cialtrone!” egli pensa e vorrebbe rispondersi ai tanti perché. La creazione è  possibile da una condizione di vuoto, di vacanza: sempre impegnati a far qualcosa finiremo con il non avere mai un’idea che sia nostra.

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La mattina è di vento e nella luce del sole corrono le nubi bianche e lanose, armenti che attraversano il grande altipiano blu al pascolo.
La corriera arriva puntuale al capolinea. Nel tragitto sofferto di discese, curve e salite, si passa per porti che sembrano sovietici monumenti al cemento, prove di forza dell’edilizia popolare; in essi le giornate maltesi si somigliano tutte; lentamente si lasciano le colate laviche di calcestruzzi e ci si immerge in campagne che sembrano regoli, strati di colore plastico appoggiati gli uni sugli altri: il rettangolo ocra del terreno arato, quello cenere della terra lasciata a gerbido, più sopra il verde smeraldo dei campi di fave, il bianco dei muri di sasso, le macchie gialle dei fiori di campo e, sullo sfondo, il mare elettrico che svapora nel cielo. Davanti a tanto colore gli occhi diventano effervescenti.

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 Arrivati alla Golden Bay, alla spiaggia dorata, ad accogliere il passo lento del turista, un’ansa affollata con bar e baracche che vendono gelati e Cisky beer per i bagnanti estivi. L’osservatore penetra il baccano in silenzio, sfila la spiaggia dall’alto e sale su un promontorio dove sta una piccola torre fortificata, sperone di pietra nel vento. Dalla torre si possono vedere due anse, la baia dorata con i suoi bar sta alla sinistra: gente accalcata sotto enormi hotel che si stagliano in cielo. Sulla destra la baia di Gahjn, una piccola meraviglia incontaminata, in cui lo smalto blu del mare si abbandona esausto sulla sabbia.
L’osservatore mite ha un sussulto e come rapito inizia la discesa verso la baia carminia. Il rosso carminio è un rosso denso, a tinte scure, in antichità il pigmento veniva ricavato dalla polvere d’insetto: la cocciniglia del carminio.
Sulla sabbia d’insetto rosso una bambina bionda, dalla pelle chiara e dagli occhi selvatici, si scatena  in un ballo solitario davanti alle onde del mare. Percorre la baia il viaggiatore con la gioia nel cuore di quello che ha visto e si inerpica su un nuovo crinale.

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Questo ha la forma di grande fiore di roccia. Dall’alto si capisce meglio: si tratta di una piccola penisola, una corolla pietrosa collegata da un peduncolo d’argilla al continente. Il peduncolo presenta un dorso fatto di terra secca e friabile, una grande schiena a calanchi, solcata dal vento e dal corso millenario delle piogge. Ci si cammina sopra come formiche sull’asse d’equilibrio.

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Percorrendo il peduncolo a ritroso il vento si alza e l’osservatore, chiamato all’azione, trova con difficoltà la strada tra le rocce per raggiungere un nuovo altopiano. Le folate diventano impetuose e il sentiero frana sotto i piedi, aprendo qua e là squarci sul vuoto e il mare sottostante. Alla gioia nel cuore, basta un momento, si sostituisce la paura. Le gambe tremano. Per chi d’indole non è temerario il viaggio, anche il più semplice, è spesso un promemoria, un ammonimento, a ricordare che l’uomo è piccolo e il mare, quando vuole, se lo prende e porta via. Sentire i limiti della propria dimensione terrena: dato che la terra selvatica oggi la guardiamo più spesso da dietro i finestrini, si tratta di un esercizio di umiltà che ci siamo dimenticati di praticare.

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Raggiunto con sospiro l’altopiano, osserviamo grandi sentieri di ghiaia spargersi in ogni direzione. Il tavolato geologico è coperto dalla pungente flora della gariga; il viandante punta verso un’altra torre. Dopo il monolite, la strada riprende a scendere verso un centro abitato quasi anonimo, se non fosse riconoscibile per la grande cupola blu della cattedrale che gli si erge al centro. Si torna tra muri scalcinati, garage e serragli arrugginiti, carcasse d’auto e imbarcazioni parcheggiate da cinquant’anni, fili della corrente e del telefono flosci che corrono da un palo all’altro senza più convinzione.

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Al benzinaio, unica presenza viva nel pomeriggio silente del villaggio, chiediamo delle indicazioni. E’ la prima anima che non ci guarda storto perché andiamo in giro per l’isola camminando sui nostri piedi. Ci dà delle indicazioni: là c’è un tempietto, di là una chiesa, in fondo a quella strada un’altra baia, ma è un po’ lunga. Secondo lo spirito anti-urbano che muove i giorni di Malta l’osservatore è subito attratto da quest’ultimo suggerimento. La baia di Gnejna. Ci si arriva dopo aver attraversato qualche chilometro di campi, muri a secco, segnavento di lamiera e serre. Al viandante ricorda il sapore povero e desolato di alcuni cammini nella Spagna del nord. I contadini, come quelli di Van Gogh, fanno la siesta buttati a margine dei campi tra i corvi e il sole del pomeriggio.

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La strada termina con una linea di vecchi lampioni di legno messi lungo il fronte del mare. La strada forma una T e si arresta davanti al cielo. Un balcone con vista a cento metri d’altezza sopra la baia, un becco semi aperto di rocce aguzze e un mare che spinge impetuoso tra bianca spuma e cavalloni. Il balcone, come ogni balcone, ha il parapetto, indice e frontiera della proprietà. La proprietà è privata, delimita il confine con recinti: non si può scendere alla baia da questa parte.

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Il viandante osservatore esausto, prosciugato dal vento e dalla delusione di non poter attraversare il paesaggio, ammaliato dalla luce che rifrange tra le spume del mare, impaurito dal becco di roccia scura che cinge una sottile lingua di sabbia, si accascia, arresta il suo cammino lì, davanti all’eternità del pomeriggio. Ancora una volta prova il limite fisico della sua lillipuzianità, del suo non essere Gulliver, dell’essere briciola persa lungo il sentiero.
Cerca un posto appartato dove sdraiarsi e mangiare una pastizza alla ricotta. Superando una stanga entra in una piccola via privata che porta ai campi. La strada si infossa e crea una specie di cuneo  riparato dal vento. Intorno sembra non esserci nient’altro che il pomeriggio, immenso, solare. Ogni suono è impercepibile, strappato altrove dal vento. Il vento è tutto, riempie le orecchie, punge gli occhi. Il viaggiatore prova a riposarsi, ma il sonno è incostante, reso inquieto dalle raffiche.

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Ad un tratto sobbalza, si rizza in piedi con un rapido scatto: il muso color crema di una vecchia berlina scassata è apparso d’improvviso, puntato dritto sopra la sua testa. E’ una contadina col volto bruno, ritorna verso casa con le buste della spesa sul sedile del passeggero. Arresta l’auto davanti al viandante steso sulla crosta di cemento della strada. Il povero pellegrino si ridesta in un colpo, il cuore palpita, chiede scusa portando le mani in alto come avesse una pistola puntata. La vecchia con massima disinvoltura dice: non c’è problema, restate, ma ditemi: di dove venite figlioli? Dall’Italia. Ah, l’Italia – chiosa l’anziana – siete messi male come noi! Pieni di clandestini che sbarcano da ogni parte. Ci faranno fuori tutti, finiremo male!

Il viandante vorrebbe dire di no, vorrebbe protestare davanti a tanta idiozia, vorrebbe intavolare una discussione, ma il vento è forte ed è appena scampato a un investimento che ancora gli batte il cuore. Si limita ad abbassare le mani in silenzio, a ringraziare e a lasciar strada alla vecchia berlina che lenta riprende la marcia. Dal finestrino la mano rugosa che si allontana fa un cenno di saluto.

 

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