Terre dell’abbandono

sivende

Dopo giorni passati sugli Appennini, proprio ieri, mentre veniva approvato il ddl Madia, ho concluso un articolo, che mi è stato commissionato, con queste parole:

«Ogni sera ci fermiamo in piccoli borghi vibranti di un’atmosfera dolce e amara. In ogni paese dolci e amare le note. Come ci hanno testimoniato le parole delle persone incontrate, sono queste oggi più di ieri zone di margine. Rossi-Doria era solito definire l’Appennino interno “Terra dell’osso”, terra povera, dimenticata, in contrapposizione alle zone litorali dove il mare e poi il turismo avevano concentrato “la polpa”.
Ora il fascino del tempo qui si mischia anche a tanti piccoli e meno nobili fenomeni di abbandono. Si tratta di un abbandono fisico, di gente che se ne è andata e continua ad andarsene, lasciando senza energie nuove i paesi, ma spesso anche di un abbandono civile: il degrado, l’incuria, la dimenticanza del nostro inestimabile patrimonio pubblico e della sua ideale funzione. In queste terre difficili, vicine a Roma, eppure così lontane dal turismo e dai suoi flussi, si può trovare quel che rimane delle comunità nel confuso tempo della globalizzazione. In queste comunità, che a chi viene da fuori spesso appaiono come reliquie, alcune persone, come quelle che hanno colto il valore del progetto che sta dietro questi Cammini, cercano di riaffermare il valore di un altro tempo e di un altro modo di vivere, di cui l’Appennino potrebbe essere un modello. Sono persone che si muovono con determinazione, ma anche con delicatezza, avanzando alla ricerca del difficile equilibrio che di questi tempi una comunità può vivere tra apertura e chiusura rispetto al mondo che “viene da fuori”».

Diversi incontri con persone in gamba in questi giorni lungo il Cammino di San Benedetto,  motivate, che combattono – se mi passate il termine – in aree non semplici e che necessiterebbero appoggio dalle Istituzioni per proseguire con più forza il loro lavoro. Gli enti locali pare siano impegnati in altro e preferiscano sovvenzionare iniziative fatte in casa piuttosto che progetti, come quello del Cammino, che vengono percepiti come “estranei” al territorio. Il  governo centrale con questa mossa conferma un’altra linea, un altro approccio culturale al paesaggio, che spinge l’argine ancora più in là e fa male al Paese per i motivi che sinteticamente spiega Montanari oggi sulle pagine di AltraEconomia.

Senza tutela non ci può essere valorizzazione ribadisce oggi Settis su Repubblica. E in certe aree d’Italia la tutela diventa  anche il contrasto all’abbandono fisico (l’emigrazione) e civile (la perdita di senso) dei luoghi.

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