Cartoline dal Turkestan – Una città post sovietica

Ad Almaty in una tranquilla domenica mattina d’agosto.

Provenendo dall’aeroporto passiamo prima per periferie a casette di cemento, legno, lamiere e strade sconnesse, per arrivare a un centro piú composto e verticale, ma senza esagerazioni.
La città è quieta, spira l’aria frizzantina che scende dalle cime innevate sopra i 5000 che le fanno da sfondo e accarezza l’abitato.

Almaty deve i due milioni di abitanti che ha al ruolo di avamposto URSS nelle terre delle alte montagne, limite raggiunto già in epoca zarista nell’avanzata verso l’India e i possedimenti britannici.
Capitale fino alla metà degli anni ’90 venne poi declassata a favore di Astana: operazione che, secondo l’inossidabile e insostituibile presidente Nazarbayev, avrebbe dovuto significare simbolicamente una rottura col passato comunista. Niente di troppo esatto, visto che lo stesso presidente era già parte integrante della nomenklatura kazaca durante gli anni sovietici.
Del resto é questa  una comune caratteristica delle elite dirigenti di quasi tutti gli ‘stan’: al potere sono ancora gli uomini del comunismo, solo con una differente narrazione del paese e di sé, tesa a sottolineare la discontinuità con la passata dominazione russa a base di esaltazione nazionalista, riscoperta dei miti fondativi delle società nomadi e uso strumentale dell’appartenenza islamica.

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Sintesi simbolica di questo  intreccio é la piazza dell’Indipendenza che sta nel cuore della città. Nei grandi spazi dell’architettura di regime sovietica – pur abbandonati, ancora nostalgicamente scenografici – oggi si staglia una colonna con statua raffigurante un uomo d’oro su un ghepardo alato. I vecchi spazi del potere ospitano il segno della “nuova” era indipendente (mutuato a sua volta da antiche mitologie).

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La città non ha un vero e proprio centro; percorrendo una ventina di chilometri visitiamo i luoghi del potere, un grande parco pubblico, una zona commerciale, senza che nessuno di questi spazi sappia elevarsi per carisma o proprietà sopra agli altri.
Numerosi i viali alberati, le panchine e le fontanelle un po’ demodé, eredità di quelle dotazioni pubbliche di cui l’Unione sovietica era solita fornire le sue città.

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I tempi tuttavia sono cambiati, cambiano, e alle vecchie strutture, alle grigie stecche di palazzi popolari, oggi si affiancano i segni di una nuova ricchezza – ristoranti, palazzi a vetri, shopping mall – patinati e riservati a una parte della popolazione.
La forbice sociale si coglie meglio visitando un centro commerciale, semi deserto, e, in successione, il mercato comunale, nel quale bisogna farsi largo tra la gente.

Nazarbayev, al potere dal crollo dell’Unione sovietica, é presidente autoritario, scarsamente democratico, ma ben voluto dalla popolazione: sfruttando l’estensione e le grandi ricchezze del paese ha saputo portare un maggiore benessere alla intera popolazione. Da piú parti si levano preoccupazioni circa la sua futura successione. Il Kazakistan in questi due decenni ha visto aumentare notevolmente il numero dei super ricchi, i famosi ‘oligarchi’ che ora saranno pronti a sbranarsi non appena il trono sarà liberato. Il potere economico nel capitalismo asiatico si lega sempre a quello politico e sviluppa naturalmente forme clientelari e familistiche. Come insegnano a Mosca, prendere il potere politico in Asia significa mettere mano anche alle leve fondamentali che condizionano l’economia e i rapporti di forza nel paese.

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Ma torniamo al mercato comunale.  Visitarlo   riporta ad un tempo precedente: signore che filano i tessuti, macellai che sventrano carcasse, fruttivendoli, formaggiai, venditori di frutta secca. Il mercato é ospitato in grandi saloni – anch’essi di chiaro lascito sovietico – divisi per etnie:  cinesi, kazaki, kirghizi, tartari, coreani, a testimoniare l’intreccio caotico di questi territori, irriducibili a  unità. Assaggiamo albicocche disidratate, pallini di formaggio secco, cuori di bambú, funghi all’aglio e sottaceti di vario tipo.

La sera rincasiamo con una cena a base di plov d’asporto (riso con carote, uvette e carne di montone, una specialità diffusa in tutto il Turkestan) e birra.

Una nota sull’alcol: nonostante si riveli a maggioranza musulmana, la popolazione avverte l’Islam esattamente come aveva avvertito la sovietizzazione: da profonda periferia. Così le istanze emanate dai poteri centrali  qui arrivano solo come echi lontani e si trovano birra e altri alcolici con facilità in ogni negozio.

Consumiamo la nostra cena in una sala comune  presente nell’ostello. Al termine del nostro pasto, annaffiato con una bionda Baltica, d’origine russa, si siedono al tavolo con noi una donna e due ragazze sotto i venti, che sono parte del personale dell’ostello. Nel cucinino accanto alla sala preparano per sé dei manty (ravioli ripieni di carne di agnello o montone e patate).
Faticando come solito a stare dentro i margini, ci mettiamo poco ad attaccar bottone: da dove si viene, cosa si fa nella vita, le età, e finiamo per condividere i ravioli che ci vengono offerti con grande senso dell’ospitalità.

Terminiamo la bella serata rilanciando per il giorno successivo: per sdebitarci domani cucineremo noi delle tagliatelle al ragú!

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