Cartoline dal Turkestan – A Bişkek

Lasciamo Almaty a bordo di un furgone: una corsa di quattro ore abbondanti, con varco del confine, e arrivo a Bişkek per pochi euro.

Il pulmino di prima mattina si immerge in un traffico caotico, una coda a tre corsie in uscita e in entrata dalla ex capitale.
Almaty richiama gente: unico centro urbano di rilevanti dimensioni per chilometri attorno.
Le auto si sorpassano a destra, a sinistra, i furgoni – tra cui il nostro – cercano di sopravanzare il traffico da destra, usando parcheggi lato strada, infilandosi nei piazzali dei benzinai, utilizzando i lati sterrati sufficientemente ampi per brusche accelerazioni e altrettanto brusche immissioni cinquanta metri piú avanti.
In questo caos gli automobilisti comunicano anche con le mani e parlandosi da finestrino a finestrino: nonostante regni sovrano il grande disordine, il traffico fluisce lento in avanti, senza incidenti e senza intoppi. Turbolenta armonia.
Giunti al cartello che indica la fine della città, quasi con magia, con quelle strane regole arcane che sempre regolano il traffico stradale, zac: le tre corsie si fanno vuote.

Inizia allora la corsa per il tavolato color ocra: erbe secche, terre sabbiose,  grano o terra lasciata a  pascolo (magrissimo pascolo). È l’avvicinarsi della steppa, del grande paesaggio storia e abito del Kazakistan.
Sul lato meridionale, corrono parallele alla strada catene montuose dalle forme carsiche impressionanti. Tutto ha una dimensione e una estensione a cui noi europei non siamo abituati.

image

Il Kazakistan dicevamo é un paese che si sta arricchendo, ma la ricchezza si concentra nelle mani di quelli che vivono nell’oasi verde grigia di Almaty. Qui fuori, lungo lo stradone che conduce verso il confine kirghiso e poi quello uzbeko, i villaggi diventano lamiere e desolazione western, automobili di cinquant’anni fa, signore che passano la vita nella polvere della strada, in attesa, dietro la loro bancarella di angurie o conserve.

Dopo tre ore si arriva al confine kirghiso. L’autista ci fa scendere e si incolonna con le altre vetture; con un cenno della mano ci indica di seguire gli altri. Varchiamo a piedi, dopo qualche domanda in stentato inglese, la dogana kazaka.
Camminiamo in una breve terra di nessuno cosparsa di filo spinato fino alla più modesta frontiera kirghisa: fin dall’ingresso si avverte il passaggio da un paese in crescita a uno povero. La politica nazionale confermata dall’attuale presidente Atambayev circa l’abolizione dei visti d’ingresso al paese, in ottica di richiamo turistico, condiziona anche il clima alle dogane: dai kirghisi passiamo veloci e senza domande sul nostro conto.

In un’ora di strada scendiamo a Bişkek, capitale del paese, città di quasi un milione di abitanti, contornata da cime alte e scenografiche.
L’abitato si sfilaccia in una ragnatela di basse periferie orizzontali, che via via assumono tratti più poveri fino a diventare villaggi con strade sterrate e, di sera, senza illuminazione.

Significativo non vi siano strutture ricettive di alcun genere in città: noi siamo ospiti di una coppia di australiani in una casetta a mezzora di auto dal centro.

Dopo aver depositato gli zainoni e aver fatto merenda con un pezzo di nan, il pane tondo e piatto tipico di tanta Asia, dal medioriente all’India, fermiamo un taxi a cui chiediamo di portarci in centro. Cosa curiosa, sarà Ludovico, gps alla mano, a dover dare indicazioni al tassista per raggiungere il centro. Questo fatto non ce lo siamo ancora spiegati, ma tant’é.

image

Il centro di Bişkek non ha alcuna attrattiva turistica se non per gli angoli che ispirano grandi nostalgie sovietiche. La piazza ampia e squadrata – che alcune guide, un po’ troppo atlantiche, definiscono in stile neo brutalista -, il cambio della guardia, i palazzi del potere, squadrati ed enormi anch’essi, una statua di Lenin rimasta in piedi e indicante la via verso Mosca e una di Marx ed Engels, seduti a confabulare amabilmente in un parco.
Turisti qui non se ne vedono, ma tante famigliole a passeggio e bambini che, davanti alle guardie, non curanti, fanno il bagno in mutande nelle grandi fontane.

La sera ritorniamo in periferia e ci fermiamo a cena in un cortile dove stanno quattro tavoli e un baracchino con sotto una griglia e un grigliatore affumicato. Si puó scegliere tra svariati tipi di spiedini (shashlik) – di montone, di agnello, di manzo – oppure si possono mangiare spaghetti in brodo con pezzi di montone galleggianti (lackhman versione kirghisa, quelli cinesi sono asciutti). Spendiamo meno di 20 euro in quattro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...