Cartoline dal Turkestan – La cena italo-kazaka

Dopo essere scampati all’incendio di un piccolo centro commerciale, occasione per verificare la forza e l’efficienza di un paese in crescita (una decina di camionette dei pompieri sul posto entro dieci / quindici minuti dall’avviso d’incendio), ci dobbiamo mettere all’opera per preparare una non semplice cena italiana a 4000 km da Milano.

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Fatta la spesa,  manca all’appello la carne trita, così chiediamo aiuto alle amiche dell’ostello. In men che non si dica, io e Tino ci troviamo a seguire per il centro una sedicenne  a cui é stato affidato il compito di portarci a prendere della carne per le nostre tagliatelle.

Mentre cammino  seguendo i  passi risoluti di una adolescente che nemmeno conosco,  penso che solo tre giorni fa ci trovavamo a Milano e ora in un altro mondo; mi sento dentro una strana leggera sensazione.  Un po’ semplice, un po’ immeditata, forse persino frivola, ma bella e sincera.
Perchè trovo ‘bello’ questo momento?
Forse perchè si tratta di un atto di libertà, di un gesto politico, aprirsi in un mondo che ama le sbarre.
Cammino e mi sento fortunato, penso che se c’è una apertura mentale che il mio lavoro con la geografia deve passare tra i banchi di scuola sia qualcosa di molto simile a questa sensazione.

La preparazione della cena va per le lunghe: ci si deve scontrare con piastre che non scaldano, assenza di pentole adatte, di scolapasta, di forchette; finiamo a tavola alle dieci, con grandi piatti di pasta che hanno dovuto lottare con l’assenza di erbe aromatiche, di olio d’oliva e di pomodori pelati di decente qualità. Tuttavia si mangia e si parla felici dell’essere lì, in una condivisione generosa per tutti.

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Tra gli argomenti della cena annunciamo che nei giorni successivi saremo in Kirghizistan. La nostra affermazione genera commenti malevoli nella controparte kazaka. Chiediamo lumi e ci viene restituita la classica visione dell’altro vicino e piú povero: i kirghisi, secondo i nostri commensali, non si lavano, puzzano, non sono affidabili. La signora piú anziana mima con le braccia: i kazaki si lavano tre volte al giorno, i kirghizi a malapena una.
Le eredità di Stalin (della sua logica di dominare dividendo i popoli d’Asia) e oggi il rilancio delle politiche nazionaliste tra  staterelli ha fatto aumentare la pressione giocando il facile gioco del razzismo e di chi lo cavalca a scopi politici. Cosa che noi in Italia conosciamo bene e da anni (vedi Lega  e affini), ma che qui risulta persino piú idiota, vista l’estrema multietnicità interna ai cinque paesi e la loro necessaria, per alcuni vitale, interdipendenza.

É poi la volta del dolce, questo offerto dalla casa: una torta a dieci strati di miele e zabaione. Calorica e calorifica, ma squisita.
Una risata tira l’altra e la cena termina con una lettura della mano e dei lobi delle orecchie da parte della padrona di casa, a ricordarci che i musulmani kazaki sono figli, prima che dell’Islam, della vecchia tradizione tribale, delle religioni animiste, dello sciamanesimo, impastati di miti e leggende. E quindi anche di una diversa visione del tempo futuro.

La cultura occidentale ha via via marcato il ruolo dell’uomo come autore del proprio avvenire e dominatore delle variabili in gioco, qui il tempo futuro é ancora un tempo già scritto, dominato non da noi ma da una qualche forma di fato.
Scriveva il poeta: ‘chi va per il mare, il mare se lo piglia’.

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