Cartoline dal Turkestan – Ferragosto a Kashgar

Arrivati a Kashgar entriamo nel nostro mega hotel con sedie e divani in pelle marrone scuro, moquette in ogni angolo, la reception sontuosa con sopra dieci orologi che segnano i fusi orari nelle città del mondo. La solita mostruosità kitsch che sa offrire la Cina interna.
L’hotel si affaccia sulla piazza del popolo: ci sono insegne luminose, ponticelli e fontane brutalmente moderni e fuori luogo, venditori di bibite, sedi di banche e finanziarie, camionette dell’esercito e militari coi manganelli, un traffico indicibile, ragazze con le mascherine anti smog colorate. Sopra tutta questa accozzaglia senza senso, campeggia, ancora piú fuori luogo, fuori dal tempo, fuori dalla storia, una gigantesca  statua del padre della patria, Mao Tse Tung, che con la mano protesa indica la via verso l’ormai fioco sol dell’avvenire, pallido e affogato nei gas di scarico.

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Kashgar deve la sua fama al suo antico ruolo di ultima città bazar prima che la via della seta si buttasse nel deserto del Taklamakan, ossia, del non ritorno. Il deserto, completamente sabbioso, si chiamava così proprio per via della sua consistenza sabbiosa che con l’azione dei venti produceva paesaggi costantemente in mutazione e senza punti di riferimento certi.

Oggi la città vista arrivando da fuori sembra  una semplice mega città cinese come tante altre.
350.000 abitanti, città in enorme crescita che nelle mire del governo dovrà sviluppare una doppia vocazione industriale (e venendo da fuori ce ne siamo accorti) e turistica.

Non vogliamo però arrenderci all’idea che la città di una volta sia scomparsa, anche se sappiamo che il gusto dei cinesi all’antico preferisce il nuovo. Anche se il nuovo fa schifo, é costruito in fretta e male e dopo soli cinque anni pare già ne abbia trenta.

Ci addentriamo nel centro, che si sviluppa tutto attorno alla piazza della moschea e alla città vecchia. Velocemente il paesaggio cambia, riemerge la città degli uiguri, il bazar di un tempo, uno spettacolo favoloso.

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Le donne vestono con colori sgargianti, gli uomini tutti con barbe fini e lunghe, giacche e zuccotti in testa. La Cina musulmana ricorda le sue origini turche: si sente e si vede nell’aria in queste vie la diversità: la Cina vera in queste viette sembra lontana anni luce.

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Con le luci del tramonto il brulicare delle vie ricrea un tempo sospeso. Miriadi di bancarelle affollano piazze, angoli e strade: vendono pentole, fiori, ravioli, spaghetti, carne alla brace, pesce, uova, collanine, spezie, cristalli di miele, mele e meloni, latte di cocco. Le braci spandono fumi e odori, aleggiano sopra la folla che scivola lungo i banchi come un lungo fiume tranquillo. Ogni tanto si apre per far largo a un carro o a una m

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otoretta, col loro frastuono di motore e clacson, e poi subito si richiude e torna il vociare che tutto sommerge. Inghiotte tutto la folla di Kashgar. Riporta a qualche secolo fa, quando i mercanti battevano questa rotta ogni giorno.
Noi ci aggiriamo curiosi, chi  abita queste vie  a volte ci guarda a sua volta curioso di sapere che ci facciamo lì, altre volte ci stringe la mano, ci invita a fare foto, ad assaggiare i prodotti del luogo. E così assaggiamo ravioli, pane, spiedini, spaghetti che qui chiamano lakmhan.

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Oltre le bancarelle e il mercato si dipartono le piccole vie della città vecchia. Ristoranti scalcinati, piccole botteghe chiuse nelle spazio di due metri quadri: il falegname in mezzo alla legna coi piedi nella segatura, una signora che cuce stoffe in un locale grande come una cabina del mare, ragazzi che fanno il pane e la sera stendono i materassini e dormono per terra nel negozio e sopra il forno. Questa é ancora la condizione media da queste parti.

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Il Partito peró ha deciso che questa accogliente, gentile e radicata comunità islamica sia pericolosa per la stabilità dell’impero, che qui, a 4000 chilometri da Pechino, giunge alle sue estreme periferie occidentali. Così fuori é in corso di edificazione una mega metropoli in stile cinese, che verrà riempita da cinesi han (ossia l’etnia dei cinese doc): il governo fornisce incentivi e abitazioni agli han che si vogliono trasferire da queste parti, come a voler creare una cortina di contenimento della comunità musulmana. La città é inoltre militarizzata: polizia ed esercito sono presenti ovunque, ci sono telecamere ad ogni angolo, esistono  dei check point sulle strade in entrata e in uscita dal centro urbano.
In piú, per rendere il luogo confacente al terribile gusto turistico dei cinesi, la città vecchia progressivamente viene abbattuta per far largo a edifici in stile finto antico; ancora una volta di un kitsch assoluto.

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Persone del luogo  ci confermano che solo negli ultimi anni per questo restyling da Pechino sono arrivati 4 miliardi di yuan.
Voi direte: be’, così, presto si giocheranno il turismo europeo e internazionale. Ma la verità é che da queste parti sono altri i numeri che interessano: quelli dei concittadini. Parlando con Alì, il proprietario dell’agenzia turistica con cui abbiamo organizzato il nostro giro da queste parti, veniamo a sapere che: ‘qui in città ci sono io che opero con gli stranieri e 22 agenzie che operano solo sul mercato cinese. Sono due mercati molto diversi, che chiedono cose diverse. Faci
le immaginare chi vinca”.

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Eh sì, vince la visione omogeneizzante della Cina interna e quindi bisogna affrettarsi a venire da queste parti, per vedere la meraviglia di colori, profumi e accoglienza che questo centro storico sa esprimere. Bisogna passare di qui prima che l’ottuso rullo della modernità, qui come in troppi altrove, appiattisca tutto.

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