Cartoline dal Turkestan – Il lago Song Kol

A Bişkek conosciamo il nostro tour operator CBT, nella persona di Ernist. Compìto e puntuale passa a prenderci fuori da casa degli australiani alle 8.
La CBT é una delle organizzazioni nate alla fine degli anni ’90 da alcuni progetti guidati da ONG internazionali per sviluppare quel che in inglese viene definito ‘community based tourism’, ossia esperienze turistiche che siano vissute, organizzate e gestite nel medio periodo in totale autonomia dalle comunità ospitanti, per il loro sostentamento e sviluppo.

Dopo aver visitato la centrale operativa della CBT ci viene presentato Anatoly,  figura austera e sempre presente,  silenzioso, anzi silenziosissimo, diventerà il nostro accompagnatore nell’itinerario sulle alte vette kirghise.
Ovviamente pochi i convenevoli: Anatoly, col suo aspetto bielorusso, fa un lieve inchino, carica gli zaini nel nostro furgone fuoristrada, chiude  il potrellone e si parte.

Cento chilometri di pianura arsa dal sole ci allontanano da Bişkek; superato l’abitato di Tok Mok, una grande curva a destra ci toglie dalla strada di pianura. Ci addentriamo rapidi tra canyon scenografici. Scale di grigi e di rosa, pietra, tutta pietra, neanche un riquadro di prato.
Ci fermiamo a un self service lungo la strada. Anatoly fa un segno e ci indica di scendere. Non una parola. Ci accompagna fino alla cassa, controlla che il prezzo sia equo, poi si siede a mangiare da solo ad un altro tavolo.
Prendiamo ravioli, plov e un bicchiere di te. Fuori corrono le nuvole nel cielo blu. Sul piazzale sterrato che fa da parcheggio ferma uno scassato pullman che  porta un cartello con scritto Omsk, lontana Siberia. Fantastichiamo sul  viaggio mentre finiamo il té, ma subito ci ridestiamo perché Anatoly é già seduto alla guida  col motore acceso.

Dopo un paio d’ore di asfalto, prendiamo ancora a destra, una sterrata che inizia a salire lentamente e senza grandi curve. La strada non é malaccio, si passa per vallate via via piú remote. A quasi 3000 metri si alternano versanti e valli verdissimi e altri piú brulli. L’acqua disegna i suoi percorsi verdi e blu nel paesaggio e collega spesso i piccoli, radi, insediamenti che ancora qui resistono.
É impressionante vedere fino a che remote profondità sia stata capace di aggrapparsi la vita dell’uomo. In queste valli esistono gruppi di due o tre case fatte con  lamiere e legna. Si vive con quattro galline e due capre, si aspetta l’autunno per spostarsi piú in basso. La transumanza é un dato di fatto, un fenomeno presente: interessa tutte le famiglie che vivono di allevamento.
A guardarlo da quassù, da passanti, ci si immagina un mondo fatto solo di silenzi, solitudini, lontananze e invece ci sono fili invisibili ovunque, una rete che vive di  cooperazione.

Dopo un giorno di viaggio e una ventina di tornanti  giungiamo all’ultimo passo di giornata,  3.500 metri di altezza.
Chiediamo ad Anatoly di fermarci per guardare giú. Dall’alto i tornanti appena fatti sembrano un disegno; gli spazi e i colori quelli del primo giorno della Terra. Voltandoci invece verso la strada ancora da fare, la luce tagliente del sole fa socchiudere gli occhi.

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Si prosegue per un’ora in lieve discesa sul manto verde e ondulato di un altopiano a perdita d’occhio.
Ad un tratto compare una immensa macchia di blu, stesa come una mano di colore sottile sulla crosta dell’orizzonte. É il nostro lago, il Song Kol.
Le case di latta e legni qui sono progressivamente sostituite da insediamenti stagionali di yurte. Le bianche tende rotonde ribadiscono che da quelle parti, con i freddi d’inverno, non si vive.

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Mezzi trasognati approdiamo al nostro accampamento, ci accoglie un uomo col volto bruno, da Inca, in camicia di feltro, pantaloncini e ciabatte. Ci indica la nostra tenda e ci invita a fare merenda nella yurta principale. Gustiamo felicemente té, pane e marmellate. Mai ci saremmo aspettati tanta bellezza e tanto calore.

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Dentro la yurta sono già stesi per noi quattro materassi, poggiati su tappeti che ci isolano dal prato. In un angolo una piccola stufa di ferro e un mucchio di coperte colorate. Intorno alla yurta centrale, che fa da cucina, ce ne sono circa altre dieci. Alcune dei nomadi, altre riservate ai turisti.
Qui finalmente incrociamo i primi stranieri dal nostro arrivo in Almaty. Un gruppo di tedeschi in bicicletta con camion al seguito e una famiglia di inglesi che fanno trekking a piedi sopra queste montagne maestose.
Il turismo é ormai per questa gente una importante risorsa economica integrativa, ma non sostitutiva, all’attività di allevamento.
Le famiglie di indigeni sono premurosissime con noi e nel tempo hanno organizzato un sistema di accoglienza semplice e sostenibile che non fa mancare nulla al tipo di viaggiatore (spartano) che arriva fino a qui.

Terminata la merenda il capo villaggio ci invita a fare una cavalcata.
Intorno a noi ci sono mandrie di cavalli, asini, mucche, di cui non si vede la fine. L’aria é ancora mite e, dopo qualche tentennamento, ci lasciamo trasportare.
Un ragazzino va a prendere quattro cavalli, li prende con una corda da una delle mandrie. Dopo la sellatura é il nostro turno: nessuno dei quattro ha alcuna dimestichezza con gli equini, né precedenti esperienze di galoppo. Sembriamo degli ubriachi. Ciclisti tedeschi sullo sfondo ci prendono con gusto per il culo.

Il capo villaggio ci impartisce  la lezione uno: tiri la briglia a destra  e dai un colpetto di tacco dalla stessa parte e il cavallo dovrebbe incamminarsi verso quella direzione. Tiri entrambi i lati della briglia e il cavallo  arresta il suo cammino. Sembrerebbe tutto troppo facile e invece va proprio così, e anche io che non ho mai portato un destriero riesco a farmi capire dalla mia giovane cavalla color cappuccino.

Ci troviamo in men che non si dica a cavalcare nella luce del tramonto, lungo la sponda di un lago a tremila metri d’altezza nel cuore dell’Asia centrale; pare quasi un film.

Rientrati dalla passeggiata, a cena, zuppa di  montone e pesce fritto, pescato direttamente nel lago. Chiacchieriamo con i britannici che stanno facendo un  percorso di trekking tutto su suolo kirghiso.

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Al tramonto, con le ultime luci, passeggiamo lungo la sponda, tra cavalli e mucche ancora al pascolo e un po’ di tepore rimasto.

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In un’ora circa il buio farà emergere maestosa la via lattea. La notte sarà senza luna. 
Con Jacopo decidiamo di sfidare il freddo dei tremila e fermarci sotto la volta a fare delle foto.
C’é qualcosa nell’aria che non é facile da scrivere, mentre le stelle sembrano moltiplicarsi e i gradi scendono.
Sono le notti attorno a San Lorenzo ed io tengo il naso all’insù per cercare le stelle. Ne vedo tre   che cadono in cielo. Una la gioco per un mio desiderio, altre due le regalo ad altri col pensiero.

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