Cartoline dal Turkestan – La Cina musulmana

Ci svegliano le mucche che placide hanno deciso di grattarsi contro le pareti della nostra yurta. Fuori il sole inonda già la valle, svapora l’umidità della notte. Anatoly ha spostato il furgone in mezzo al torrente e nel freddo del primo mattino, spazzola alla mano, ha deciso di lavarlo per intero.
Salutiamo il campo ancora immersi nel piacere dell’incontro, delle chiacchiere della sera prima, chiacchiere che velocemente hanno reso il luogo quasi familiare. É una bella cosa intendersi, trovare la stessa linea d’onda, di pensiero. É una questione che si gioca tra persone, nell’incontro di sensibilità, che possono essere simili anche tra culture distanti.

Ci attende la lunga salita ai quattromila metri del Torugart, il passo che fa da valico tra Kirghizistan e Cina. Si può passare solo se accompagnati da agenzie e guide locali, lo straniero da solo viene rispedito indietro.
Per arrivarci si prosegue per il grande altipiano che sale dolcemente. La strada é in completa ristrutturazione: le imprese cinesi lavorano  giorno e notte per adattarla alle esigenze del traffico commerciale pesante. Sono prevalentemente camion kirghisi e cinesi  ad utilizzare questo valico e la Cina, che si vuole imporre come macropotenza globale, sa bene che prima di tutto bisogna iniziare a legare a sé tutti i piú o meno piccoli attori regionali sulla scena. La costruzione di grandi opere per lo scambio commerciale, magari in cambio di un po’ di energia idroelettrica, é uno dei classici del modus operandi cinese sul piano internazionale (vedere attività cinesi in Africa).
L’Asia centrale, lo dicevamo già all’inizio del nostro viaggio, é ancora oggi terra di scontro strategico, qui emergono interessi cinesi, russi, europei, americani, interessi che si sovrappongono o collidono con  quelli a scala locale.

Si devono superare tre check point kirghisi per arrivare al valico e al grande cancello in ferro dove sventolano bandiere cinesi. Il cancello si supera solo quando dall’altra parte arriva una agenzia cinese a prenderti. Noi aspettiamo mezzora finendo dentro una serie di ripetitivi selfie di ragazzine cinesi. A loro é consentito fare foto al varco della grande repubblica popolare,  appena decidiamo di farne una senza la delegazione di minorenni cinesi, i militari in tenuta da guerra ci invitano a smettere. Ok, scherzavamo.

L’attesa è tutto sommato piacevole, il sole splende e le vedute dal passo sono incantevoli. Le torrette coi mitragliatori intorno meno, ma non si può avere tutto.

Superato il cancello con il nostro nuovo accompagnatore cinese, per essere ufficialmente ammessi nel Paese, dovremo attendere un secondo check point e poi percorrere altri cento chilometri prima di trovare la frontiera vera e propria. A Pechino forse temono un assalto di trenta kirghisi coi rastrelli.

In cento chilometri il paesaggio cambia radicalmente. Perdiamo 2.500 metri di quota e passiamo da verdi vallate ricche d’acqua a un deserto roccioso simile al Grand Canyon, da pochi gradi centigradi ai 37 di Kashgar.
La discesa é per la maggior parte dissestata e piena di enormi buche: ci impieghiamo due ore abbondanti, nonostante appena possa il nostro nuovo autista guidi spericolatamente:  “alla cinese”.

Discendendo passiamo in mezzo al territorio della comunità autonoma kirghisa di Cina: sono circa duecentomila i kirghisi che abitano oltre confine. Sono insediati lungo questa discesa, in questa specie di terra di nessuno, vivono in piccolissimi villaggi cinti da mura, fatti di casette tutte simili. A vederli da fuori sembrano vecchie comuni agrarie volute dai maoisti. I numerosi murales a sfondo politico-sociale lo confermano. Resta la domanda circa cosa si sia mai potuto  coltivare in una simile pietraia riarsa dal sole.

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Il calore aumenta e la terra si fa rossa, compaiono alcuni cammelli all’orizzonte, vaganti lenti a piccoli gruppi.
Le case diventano case basse, primitive, costruite con mattoni di paglia e fango. Attorno ai muri solo qualche capra a cercare riparo dal sole.
Nel furgone ci confrontiamo: abbiamo visto immagini del genere forse in qualche documentario sulle aree piú remote dell’Afghanistan. Osserviamo dal finestrino assorti lo scorrere di quel paesaggio rosso.

Arriviamo alla dogana vera e propria verso le 14. Che a dire il vero sarebbero le 16.

La Cina infatti applica ufficialmente l’ora di Pechino a tutto il territorio imperiale, ma da queste parti le comunità autonome si sono date, giustamente, un riferimento locale. Altrimenti qui al mattino farebbe chiaro alle 10, ora di Pechino, e alla sera ci sarebbe luce quasi fino a mezzanotte. Una follia risolta col buon senso: formalmente applicare l’ora di regime, sostanzialmente fottersene di cosa dicono a Pechino e usare un orario dotato di senso e simile a quello dei paesi confinanti.

Passata anche l’ultima dogana senza grossi problemi, in meno di un’ora arriviamo a Kashgar.
Kashgar é una delle città principali dello Xing Jang, regione del vecchio Turkestan occupata dalla Cina per via dei suoi lucrativi giacimenti di idrocarburi. Urumqi, il capoluogo della regione, più di due milioni di abitanti, é città nata e cresciuta grazie al mercato del greggio.

Lo Xing Jang é però una regione autonoma complessa per Pechino. E’ infatti popolata dalla
maggioranza relativa (8 milioni di persone, 46% del totale degli abitanti) di uiguri: una minoranza di origine, cultura e lingua turca, che non smette di rivendicare la sua indipendenza anche con manifestazioni politiche e atti terroristici. Queste rivendicazioni, dovute all’atteggiamento repressivo di Pechino nei confronti degli islamici, ha generato numerose tensioni e un inasprimento delle misure di sicurezza e del controllo militare della zona da parte del governo centrale.

Dopo cinquanta chilometri di deserto, che la grande repubblica popolare ha trasformato in una enorme infilata di mega quartieri industriali, sfuma un po’ la poesia. Arrivando dall’esterno ci accoglie  la più moderna e cinese delle metropoli: insegne luminose, palazzoni, traffico, strade a sei corsie.
Dove sarà finito il fascino d’un tempo?

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