Cartoline dal Turkestan – Un incontro a Tash Rabat

Anatoly lucida i vetri che ancora stiamo facendo colazione. Intorno alle yurte le signore piú anziane mungono le mucche e i ragazzi sellano i cavalli.
Partiamo poco dopo le 8, sotto un cielo luminoso. Qui ho sentito il bisogno di dare un altro tempo al viaggio, di rallentare, di non finire nella bulimia di luoghi, malanno in cui si capita spesso oggi. Avrei voluto passare una settimana qui. Leggere, guardare, conoscere il lago, prendere piú confidenza coi cavalli. E invece siamo già sui sedili ai nostri posti, pronti per avvicinarci alla Cina.

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Discendiamo strade sterrate per quattro ore fino a raggiungere Naryin, un vecchio avamposto sovietico di qualche migliaio di abitanti. Palazzine grigie e scalcinate, vecchi impianti industriali abbandonati e mille negozi di pane, frutta, carne, cianfrusaglie a ricordare le origini turche dei kirghisi e il loro eterno far bazar. Ci fermiamo a mangiare e a comprare  pane e acqua per il giorno successivo: la civiltà organizzata, infatti, finisce qui.

Da Naryin imbocchiamo una asfaltata che corre lungo un altopiano i cui confini si perdono alla vista. Sullo sfondo a sinistra, unico limite naturale e visibile, le vette del Tian Shen, una catena montuosa a confine con la Cina, le cui cime di norma superano i 6000 metri di altezza.
Lungo questo altipiano non c’è quasi nulla, solo gruppi di case che a definirli paesi bisognerebbe essere coraggiosi. Sono probabilmente vecchi kolchoz (villaggi agrari) fondati dall’Unione Sovietica quando tra i piani del PCUS c’era anche quello di rendere sedentari i nomadi, convertendoli all’agricoltura, anche in queste remote terre dell’impero. Quel tentativo, presto abortito dalla storia, segnò una pagina disgraziata per quelle popolazioni che, costrette a qualcosa che non volevano e non sapevano fare, andarono in contro a condizioni di vita, se possibile, piú dure delle precedenti.
Oggi la faccia di questi insediamenti, diroccati, sporchi, isolati, sconnessi, é il volto che racconta quella storia. Strade di fango, case di lamiera, lampioni abbattuti, carcasse d’auto, cani randagi.

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In mezzo a questo degrado continua inspiegabilmente una vita fatta di vestiti colorati, raccolti, gesti eleganti, piccoli covoni di fieno ordinati, allevamento, vendita di prodotti lungo la strada.

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Dopo due ore giriamo a sinistra e prendiamo a risalire una valle. La strada di nuovo sterrata costeggia un torrente. Il  paesaggio si fa valdostano, compaiono marmotte, verdi pendii, aquile, mucche al pascolo. Un paesaggio dolce e rilassante nonostante gli oltre 3000 di altezza.

Siamo diretti a Tash Rabat, un caravanserraglio ben conservato che sorgeva lungo una delle tante diramazioni della via della seta.
I caravanserragli erano fortini approntati per dare ospitalità ai mercanti in viaggio. Avevano stanze per conservare la merce, altre per il sonno e stalle per mettere al riparo asini e cavalli.

La struttura di Tash é ben conservata, ma non ha particolari tali da renderla una tappa imprescindibile di un vostro ipotetico viaggio kirghiso.

Il nostro campo tende é situato in una valletta laterale incastonato tra cime imponenti e ruscelli. É piú piccolo e piú spartano del precedente, ma non meno affascinante. Il centro del campo é la casa in mattoni dei proprietari con annessa piccola stalla. I bagni, cabine di lamiera che fanno da tetto a tre buchi nel terreno, distano cento metri dalle tende.

Mentre cala il sole osserviamo i ragazzi di casa preparare col badile dei mattoncini fatti di sterco di vacca e metterli in fila ad asciugare al sole: saranno il combustibile per accendere le vecchie stufe di ferro presenti dentro le yurte nei prossimi giorni.

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Dopo la cena – un brodo di montone come primo piatto e del montone con le verdure come seconda portata, viva la varietà! – ci fermiamo a parlare un po’ con Tursun, la figlia del proprietario del campo.

Trent’anni, mamma di una bambina, Tursun è originaria di uno dei kolkhoz dell’altipiano attraversato nel pomeriggio, la ragazza sembra davvero in gamba e così dai soliti convenevoli si passa a una chiacchierata piú seria che dura per un’ora abbondante.
Ci dice che il padre ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per far studiare all’università di Bişkek: “prima me e poi la mia sorellina, che ora si trova a completare gli studi in Francia. E’ stata una grande fortuna, per nulla scontata: lo stato kirghiso  infatti non sostiene le spese per lo studio e l’università – l’università americana del Kirghizistan presente a Bişkek, nda – costa cinquemila dollari all’anno. Una cifra grossa per noi”.

Chiediamo della situazione del paese: “tra gli ‘stan’ il Kirghizistan é uno dei piú poveri, abbiamo solo energia idroelettrica da vendere ai nostri vicini; non c’é una politica di sostegno alle iniziative economiche, lo stato é inerte.
Siamo strattonati dalla Cina, che vuole tenersi in buoni rapporti con noi perché gli serve l’acqua dei nostri ghiacciai. La Russia ha appena sottoscritto con noi e altri cinque paesi ex sovietici accordi per il libero scambio che stravolgeranno nuovamente gli equilibri della regione. Putin non intende lasciare sguarnita questa zona, ora sotto troppe pressioni.
Tornando a noi, negli ultimi anni si sta tentando di lanciare il turismo e la politica di abolizione dei visti fatta dal governo é sicuramente servita”.
Quando avete iniziato a ricevere turisti qui?
“Il campo nasce da un’idea di mio padre nel 2001, grazie anche al sostegno di alcune associazioni straniere (svizzere) che ci hanno dato una mano a investire in modo intelligente le nostre energie  nel campo turistico, senza snaturare le nostre vite”.
Qui da voi chi passa soprattutto?
“Europei, in particolare del nord Europa. Qualche italiano e francese, pochissimi russi, nessun cinese. I cinesi non considerano i paesi confinanti se  non per usarli come loro pedine”.
Vista la disponibilità, proponiamo altre domande: state qui solo durante l’estate?
“Negli ultimi anni apriamo il campo verso la fine di aprile, gli inizi di maggio e finiamo a ottobre. C’é stato un calo di turisti negli ultimi tre anni, si dice relativamente alla crisi che sta colpendo l’Unione Europea”.

Terminiamo la serata giocando con la figlia di Tursun e facendo partite a carte a un tradizionale gioco kirghiso. Si uniscono a noi due giovani arrampicatori francesi che ci dicono di aver passato nelle alte quote kirghise cinque settimane. Due matti che hanno scalato da soli pareti e ghiacciai. “In Francia, tra gli appassionati di alta montagna si inizia a parlare sempre piú spesso del Kirghizistan. Non si necessita visto, i luoghi in alta quota sono raggiungibili e i punti di appoggio poco costosi. In Italia no?”
Da che ne sappiamo rispondiamo di no, che non se ne parla. Dovendo spiegare le mie vacanze estive nelle scorse settimane ricordo, davanti al nome Kirghizistan, solo facce interrogative.

Usciamo dalla tenda dopo tre ore di chiacchiere e giochi. Ci laviamo i denti sotto le stelle e facciamo una passeggiata fino alle latrine a cento metri di distanza. Non serve torcia, lo splendore che c’é in cielo copre tutto di un lieve candore. Per arrivare ai bagni bisogna fare slalom tra le mucche che immobili ruminano nel buio, sparpagliate a terra sul grande prato.

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