Cartoline dal Turkestan – Alla fiera dell’est

Nei giorni successivi visitiamo il mercato domenicale del bestiame e il mercato tradizionale del martedì. Entrambi si tengono in paesini che fanno capo alla circoscrizione di Kashgar, ma che sono distanti alcuni chilometri.
Basta spostarsi di poco e si aprono mondi  miracolosi, luoghi che sono vere e proprie occasioni per salire sulla macchina del tempo e spostare le lancette  indietro di qualche decennio.

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Su un piazzale sterrato centinaia e centinaia di bestie belano, nitriscono, muggiscono, grugniscono, in recinti improvvisati: pecore, cammelli, polli, asini, vengono trattati, tosati, venduti, marchiati, macellati. Nella gran polvere, nel vociare, tutto a cielo aperto, si svolgono trattative di fuoco, si stringono mani, si contano i soldi e si vede come butta la giornata. Alcuni hanno facce tristi, altri accese. Gli affari girano, gli affari non girano. É la vita di qui.

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Noi siamo curiosi e partecipiamo, mentre gli occhi intorno ci guardano intensamente, come se fossimo in spiaggia, a ferragosto, vestiti da babbo natale.
Chiediamo un po’ di prezzi: una pecora 200 yuan, un montone 250; un asino 800 yuan e un toro anche 15.000. Il toro é fuori dalla nostra portata.

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Vecchi che guardano i denti ai cavalli, improvvisati veterinari che castrano galli, pastori che tosano  greggi, anziane che mungono imperturbate tra la folla. Polvere, polvere, polvere. Clacson, fare largo!, baccano.

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Intorno all’arena dove si fanno gli affari e si alza la terra, a pochi metri, arrabattati tra le lamiere ristorantini che arrotiscono spiedi di montone, che preparano ravioli, che servono zuppe, che fanno ribollire brodi. Ai tavolacci in legno si va a mangiare dopo aver concluso gli affari, incuranti del rumore, della terra che si alza in cielo e vola nei piatti.

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Fuori dal mercato del martedì, dove oltre agli animali, si vendono té, stoffe, spezie, pentole, cestini, scarpe, dove ci sono barbieri che lavorano su sediole a cielo aperto e fanno la barba a secco, passando con sicurezza la lama sulla pelle del cliente. Dove ciabattini e fabbri  battono su piccole incudini col martello e uomini girano con treccie di aglio al collo che toccano terra. Proprio all’uscita da questo mercato proviamo sulla nostra pelle  lo Xing Jang  regione “speciale”, militarizzata e tenuta  sotto pressione dalle autorità cinesi.

Ad un tratto, si affiancano una decina di brutti ceffi vestiti in stile militare e con in mano dei grossi manganelli di legno. Ci fanno segno di fermarci lì dove ci troviamo, al bordo della strada trafficatissima, appena fuori dall’area del mercato.
In queste situazioni, vista l’impossibilità di comunicare con una lingua nota a ambo le parti, esperienza consiglia di stare calmi e capire che succede. Dopo circa una decina di minuti in cui nessuno dice nulla, siamo accerchiati e quello che sembra il capo della ronda si agita al telefono; poi arriva una ragazza che parla inglese. Ci dice che nello Xing Jang ci sono delle zone interdette agli stranieri e che per questo motivo i militari vogliono vedere i  passaporti.
I ragazzotti peró non sanno leggere un passaporto e non sanno leggere nemmeno il cinese. La ragazza tenta di aiutarli, mentre alcuni di loro fotografano col cellulare pagine a caso – i visti kazaki o peruviani del passaporto di Ludovico – dando dimostrazione di non capire assolutamente una mazza. Chiedono poi alla improvvisata interprete di porci le domande di rito: quanti siete, da dove venite, perché siete qui. Il tempo passa e noi continuiamo ad essere accerchiati.
Mentre rispondiamo, tra la folla, avanza un poliziotto vero. Ci chiedono nuovamente i passaporti, glieli mostrano, confabulano e poi lui fa segno che é tutto ok, ci stringe la mano e nel giro di due secondi siamo liberi di andare.

Nessuna di queste cose mi é mai capitata nell’agosto dello scorso anno, girando con Silvia per le province interne. Rilevavamo, anzi, ogni giorno fin troppa disparità di trattamento tra cittadini cinesi (trattati costantemente male) e cittadini occidentali (trattati coi guanti).  Tino, che in Cina ha vissuto per mesi, conferma la stessa statistica. Questo ci fa propendere appunto per associare queste situazioni  alla peculiare situazione di questa parte di Cina, che a Pechino considerano pericoloso covo di banditi e attentatori islamici.
Impressioni molto molto diverse da quelle che potremmo testimoniare noi.

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