Cartoline dal Turkestan – Ultima sera a Kashgar

Salutiamo Kashgar e le sue sere di spezia e fumo. Le luci si abbassano e nel vicolo stretto brulicano la vita e il commercio. I ristorantini iniziano ad arrostire carne, i ventilatori ronzano, i ragazzi coi cerchi di pane e sesamo chiamano a gran voce gli ultimi clienti del giorno.

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Ci sediamo da quello che ormai é il nostro ristoratore di fiducia, un ometto con sopracciglia grosse e baffi puntuti che affumica spiedini in mezzo alla via. Se passate di lì lo riconoscerete di certo, a riprese regolari dondola su se stesso e urla ai passanti: “ae! shashlik!”. Che detto in altri termini significa: Oh! Qui si fanno dei gran spiedini!

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La prima sera a Kashgar abbiamo fatto conoscenza con la giovane figlia del tizio puntuto, una ragazzina di quindici anni che col suo sorriso e la sua teatralità ci ha conquistati. E così per la quarta volta ci sediamo al loro tavolo.
Ordiniamo dodici spiedini, una zuppa, un piatto di spaghetti alla chitarra (lackhman), due di riso e uno di gnocchetti (din chao mien). Il tutto condito con verdure piccanti e carne di montone. Paghiamo, totale per quattro, 10 euro.

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Nel clima dell’ultima sera consumiamo il pasto con gioia in mezzo a questa gente uigura che non ha niente, ma che sembra vivere fiera della sua tradizione, con ironia e voglia di socializzare. Scattiamo qualche foto insieme, mentre facciamo finta di arrostire spiedini.

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Prima di salire nella camera del nostro mega hotel posticcio, beviamo un té al gelsomino in piazza del popolo.
La grande statua di Mao campeggia al centro, circondata da insegne colorate, traffico, sedi di banche e finanziarie, persino una grande e luminosa ruota panoramica. É questa la faccia della Cina di oggi: un paese delle cui mosse, scelte e attività  in certi giorni si fatica a cogliere il senso.
Sono felice di essere stato qui a Kashgar prima che tutto questo svanisca.

Se fino al confine kirghiso mi é parso di ritrovare sempre un latente filo conduttore, qualcosa di comune, un vicino senso del vivere, passati in Cina si avverte  che si ha a che fare con basi culturali molto piú  lontane. Se l’Asia Centrale é incardinata sul suo passato sovietico, quindi russo, e quindi ancora europeo – almeno entro certi termini – la Cina, ma ancor piú lo Xing Jang – che con la Cina ha poco a che  vedere – sembrano mondi a sé, perdono ogni connotato, ogni canone europeo.

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Lo Xing Jang con le sue sonorità turche, i vestiti coloratissimi, la gentilezza, la capacità di accogliere sembra una specie di regno zingaro, un posto dove prima o poi si torna. L’importante é fare in tempo; i soldi di Pechino marciano rapidi da nord est.

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