Cartoline dal Turkestan – Giornata alla frontiera

Sveglia alle 6 e partenza a tutta per arrivare in tempo alla frontiera cinese. Le frontiere da queste parti chiudono a mezzogiorno per una lunga pausa pranzo che termina per solito tre ore piú tardi. La pausa comprende anche un tempo per il sonnellino e termina con una sveglia di campo, udibile perfettamente anche dall’esterno. Dopo la sveglia i soldati si intruppano ed escono sul piazzale, enunciando stupide frasi collettive. “Siete dei sacchi di merda?” Sissignore siamo dei sacchi di merda!” e via dicendo. Tutto questo mentre tu aspetti da tre ore uno che ti guardi il passaporto, che solitamente nemmeno é in grado di leggere, e ti faccia segno di procedere.

Sono 200 e piú chilometri di risalita, che ci riporteranno alla quota 3000 del passo Irkeshtam.
Passiamo un primo check point velocemente e alle 9 del mattino siamo già alla frontiera vera e propria, poi ci saranno da affrontare i restanti 80 km, per arrivare al confine vero e proprio.

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Ma é qui che inizia una giornata dai tratti surreali.
La frontiera che porta al passo Irkeshtam é gigantesca, preceduta da un chilometro di viale con lampioni scenografici, strada a sei corsie (completamente deserte), manco fosse il lungo mare di Bahia. Intorno ci sono solo chilometri e chilometri di sabbia e monti di roccia altissima, un paesaggio lunare.

Arrivati alla coda di camion (turisti a queste frontiere se ne vedono raramente: tutto traffico commericiale) pervade il piazzale della musica dance ad alto volume. Ci chiediamo chi sia quel pazzo che, con quel volume, viola l’austerità dei siti militari cinesi, per solito rigorosi, ottusi, austeri.
A ben guardare pare si stia preparando una specie di festa. E la musica viene proprio dal palco in allestimento.

La celebrazione ci viene confermata da un inserviente: la frontiera resterà chiusa per due ore a causa della big celebration a cui tutto il personale deve partecipare.
I camionisti kirghisi, probabilmente abituati a queste attese, sono già seduti per terra tra i loro camion a giocare a carte.

Nel piazzale assolato, che – va ricordato – è un posto lunare in mezzo al deserto, iniziano ad arrivare membri del partito, ufficiali in divisa, gerarchi, drappelli di soldati in uniforme. Intorno, altri militari con scudi e manganelli pronti a stoppare i refoli di vento e sabbia che giungeranno dal deserto circostante…

Mentre le autorità prendono posto, noi scendiamo dal nostro furgone e ci appoggiamo al cofano restando a guardare. Nel giro di trenta secondi siamo avvistati: un ufficiale ci viene incontro e ci annuncia che siamo ufficialmente invitati a prendere parte alle celebrazioni: siamo loro ospiti. Tentenniamo, ma il nostro autista sottolinea la parola “ufficialmente”: si deve andare.
Fanno sloggiare quattro soldati semplici e in sessanta secondi netti ci troviamo accomodati tra le primissime file.

Un piazzale in mezzo al deserto, musica tamarra, miriadi di fotografi e videoamatori, la security, un centinaio di uomini in divisa, rigidamente seduti in platea. E noi quattro, vestiti come degli scappati di casa, dopo tanti giorni di viaggio.  Molto bene. Cos’altro potrà succedere?

Inizia la manifestazione:  una coppia di conduttori  parlano alternandosi, come a quegli spettacoli di fine anno delle  scuole elementari (almeno quelle che ho fatti io  vent’anni fa). Una battuta il maschio, una la femmina. Quando i due devono enfatizzare qualche passaggio del loro discorso prestampato, leggono in contemporanea la battuta. L’effetto é tragicomico.
Mai dire banzai“, per chi lo ricorda, faceva meno ridere.

Dopo le presentazioni delle autorità, si dà il via ad uno spettacolo folk kirghiso (perché, si deve capire bene, il Partito ha a cuore anche le minoranze sfigate). Con abiti tradizionali e canti corali in playback, lo spettacolo é un orrore che ai cinesi – lo avevamo già intuito l’anno  scorso lungo il fiume Azzurro – piace da matti. Noi intanto tratteniamo a forza le risate… l’impegno é massimo: tutti i serissimi occhi a mandorla ci sono puntati addosso.

Dopo un’ora di discorsi delle autorità – anch’essi  prestampati e validati dall’alto –  che lodano l’egregio funzionamento delle frontiere e la loro nuova vocazione al turismo, si termina con distribuzione della mascotte del nuovo progetto di accoglienza turistica “Nihao” (che significa, con la consueta originalità: “Ciao”) e con le foto di rito.

Appena liberati dal piazzale rovente e dal patetico spettacolo, ci sfiliamo rapidi verso il nostro furgone. In fuga verso una collettiva risata liberatoria.
Non facciamo dieci passi che un ufficiale ci riprende e ci dice: foto, foto, foto, bisogna fare le foto!

Sessanta secondi netti e posiamo accanto ad autorità sconosciute, come fossimo la  delegazione occidentale.
Non basta. Ecco arrivare un operatore televisivo,   dobbiamo anche girare un video promozionale, in cui una hostess, che sa tre parole di inglese, finge di spiegarci delle cose. Una sorta di spot che dovrebbe rendere chiara l’amichevole accoglienza che viene riservata agli stranieri alle frontiere della grande repubblica popolare.
Per quattro volte ripetiamo la stessa scena: lei  ci illustra i nuovi volantini con le informazioni in inglese per stranieri, dicendo: il titolo é “nihao” e significa “hello”; noi che annuiamo e sorridiamo come deficienti.

Ci regalano uno dei simpatici gadget “Nihao” e ci spediscono dopo due ore finalmente in frontiera. Passati i controlli, non resta che il confine.

Dopo 80 km in un paesaggio di sola roccia e sabbia, incontriamo qualche chilometro di tir fermi nel sole. Sfiliamo il serpentone usando la corsia di sinistra e ci blocchiamo al cancello in alto al passo.
Le due ore di spettacolo hanno fatto scoccare il mezzogiorno e la lunga, famigerata, pausa pranzo.

Dopo aver sentito per due ore discorsi sulla fondamentale nuova dottrina dell’accoglienza turistica, eccoci fermi per altre due ore e mezza in un luogo assurdo, ad aspettare il militare di turno che ci apra un cancello.

Intorno al passo la situazione é desolante. Il paesaggio naturale sembra quello della Death Valley, ma di fianco alla strada ci sono solo case distrutte, vetri rotti, montagne di immondizia, carcasse di auto. Un bar con delle facce poco raccomandabili in un piccolo antro buio, bambini sporchi.

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Intanto la temperatura sale e non c’é una linea di ombra.
Copiamo i camionisti kirghisi e ci mettiamo seduti a chiacchierare dietro a un tir.

Alle 14.40 suona la sveglia e i militari finalmente compaiono e iniziano la loro esercitazione preparatoria.
Appena apre il cancello, essendo gli unici turisti, passiamo per primi. Da lì in avanti, ci dice il nostro autista cinese, é terra di nessuno: percorrete cento metri a piedi e, arrivati al blocco kirghiso, dite che c’é un autista che vi aspetta dall’altra parte. Poi attendete lì il suo arrivo.

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I cento metri diventano un chilometro di tornanti nel deserto. Incontriamo un uomo a cavallo, altri militari cinesi, qualche corvo, un asino che cerca riparo all’ombra di un muro a secco.
Se la Cina ha realizzato frontiere affette da gigantismo, il blocco kirghiso é povera immagine del paese: una sbarra di ferro sgangherata e una cabina di quelle a cui si pagano i parcheggi custoditi.
Seduto fuori all’ombra del cassotto sta un anziano militare con tratti chiaramente russi. Uno che quando avrà iniziato c’era ancora l’Armata rossa.

Non abbiamo bisogno di presentazioni: ci dice in un intreccio di russo e francese: eccovi, siete i quattro italiani, vi stavamo aspettando; avviso il vostro autista di venire a prendervi qui. Intanto parte la solita sequela di omaggi all’Italia: Ah!  Italia-Ricchi e Poveri, Ah! Italia-Albano e Romina, Ah! Italia-Toto Cotugno. Noi come al solito intoniamo una strofa di “Felicità” e sono tutti contenti.

Arriva il nuovo autista kirghiso. Giovane, col cappuccio in testa, ascolta hip hop e persino parla inglese. Si chiama Aziz e ha 30 anni. Ci porta fino alla frontiera kirghisa vera e propria, intanto il pomeriggio avanza e nonostante i 3000 di altezza fa caldo. Alla modesta frontiera dobbiamo attendere che dieci pulmini, carichi di anziani kirghisi tutti col cappello tradizionale, vengano identificati e mandati oltre.

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Nel frattempo, Aziz ci spiega che la infinita coda di tir é causata dall’adesione del Kirghizistan all’area di libero scambio con Russia, Kazakistan, Bielorussia e qualche altro che ha iniziato a produrre i suoi effetti. Ce ne aveva già parlato la nostra padrona di casa  in quel di Tash Rabat.
La nuova area di libero scambio tra ex sovietici (Unione economica euroasiatica), ha fatto cadere i precedenti accordi bilaterali tra Cina e Kirghizistan e ora i documenti di trasporto per accedere al Kirghizistan devono essere scritti solo in russo: senza documentazione in lingua si rimane fermi. E i tir sono fermi da giorni in attesa che qualcosa si sblocchi.
Scosse della geopolitica del Novecento che ancora si avvertono nella pancia dell’Asia centrale. Altro che globalizzazione e abbattimento dei confini.

Dopo i dieci pulmini di anziani, alle 17 circa, tocca a noi. Si passa in fretta ai controlli. A Tino, che é dietro di me, il tizio del controllo passaporti, dice: “Santino, mafioso name!”. E lui risponde, mischiando russo e inglese: “Da, da, I’m from Sicily!”. Tutti ridono, fortunatamente.

Sembra così che l’estenuante giornata di frontiera sia al termine: siamo di nuovo nel bel Kirghizistan. Corriamo su una strada tra montagne innevate a settemila e montagne piú basse e brulle. Ci infiliamo in gole e canaloni, fino a sbucare sopra un bellissimo tavolato verde, pieno di yurte e pascoli. Alla fine di quell’altipiano, proprio alle falde del Picco Lenin (7.700 metri di quota) ci fermiamo a Sary Tash, un villaggio di contadini con una atmosfera incredibile. Tra le luci calde del tramonto, i ruscelli, le piccole abitazioni scalcinate, il bestiame e una visuale aperta sui grandi ghiacciai da fare impressione.

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Siamo ospiti per una notte di una famiglia, che ci offre due locali di casa dove dormire  per terra su dei materassini. La casa é pienissima di tappeti e cuscini colorati, dalle finestre si vedono pascoli e infondo ai prati le alte cime. Cartoline.
Ci accolgono, come d’uso da queste parti, con té, pane e marmellata:  riprendiamo un tempo morbido dopo la giornata paranormal, e poi, prima di cena, usciamo a fare due passi per le strade sterrate del villaggio.

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Si potrebbero dire molte cose di queste micro comunità rurali, ma passeggiando, questa sera, quel che mi colpisce é soprattutto l’enorme quantità di bambini che girovagano e  giocano per queste strade. Questi paesi sono poveri e affrontano problemi anche gravi, eppure sono paesi giovani, che crescono e danno un’idea di vita che si rigenera.

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