Cartoline dal Turkestan – Il mistero di Osh

A Sary Tash cala la sera. Il picco Lenin con i suoi 7000 metri di altezza svetta in fondo all’altipiano, si tinge di rosa. Un bel vento freddo  lucida il cielo.
Intorno si muove una vita rada: dei bambini vendono il latte dentro a bottiglie di coca cola, una ragazza lava panni al ruscello, un’altra cucina dentro a un container. Un altro mondo.

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Mi aggiro con Jacopo per il paese. Meno quella principale le strade sono sterrate, non esistono recinzioni. Le case sono in muratura e hanno tetti spioventi di lamiera. Una vecchia ambulanza di epoca sovietica é parecheggiata nel centro del villaggio, di fianco a una baracca che, a naso, sembra qualcosa di simile a un ambulatorio.

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A cena a gambe incrociate sul tapchan, tra tappeti e cuscini coloratissimi, mangiamo un piatto di montone e patate. Aziz ci racconta qualcosa in piú di lui: ha una moglie e due bambine, la compagna insegna inglese e questo l’ha aiutato ad imparare in fretta. É maestro di arti marziali e per questo, sottolinea, non teme di girare da solo per le strade di Osh (città che non gode di buona fama!). Ha studiato ecoturismo all’università di Bişkek, ma dice che per questo genere di temi il paese non é ancora pronto (sapessi noi), quindi per ora si limita a far l’accompagnatore per la CBT, e poi a mandare avanti una serie di altre attività parallele per mettere insieme un reddito decente. Ad esempio, ha 480 galline, Aziz, e vive anche grazie alla vendita di uova. Sta cercando di imparare lo sci per poterlo insegnare nelle vicine località che ospitano piste. Del resto, qui d’inverno mediamente cadono due metri di neve e qualsiasi  altra forma di turismo si estingue. Un vero tuttofare, insomma. Rappresentativo di tutto il popolo kirghiso? No, a stare a sentire lui c’è grande indolenza nei suoi coetanei, rassegnati al corso delle cose.

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Scendiamo di quota attraverso canyon di argilla dai rossi impressionanti. Fermi a una pompa di benzina (che ha finito il gasolio) incontriamo una famiglia di francesi, una coppia con due bambini in sella a delle specie di tandem.

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Incontrare degli occidentali su queste strade é un fatto raro e così fermiamo le rispettive corse per scambiare due chiacchiere. Spieghiamo del nostro piccolo itinerario e loro ci spiegano del loro grande viaggio: un anno di stop, prima tre mesi per andare in bici dalla Mongolia al Kazakistan e poi trasferimento in Nepal, per passare i restanti nove mesi come cooperanti in un progetto di volontariato internazionale. Non si tratta di superuomini, né di matti. Sembra una famiglia normale; i bambini per nulla sconvolti dal grande itinerario che stanno affrontando.
Sinceramente non so se vorrei imbarcarmi in una cosa del genere, soprattutto coinvolgendo ipotetici ignari pargoli, ma ammetto che incontrare persone che prendono decisioni di questo tipo, in un mondo sempre piú orientato verso altre priorità e altri obiettivi, mi dà ossigeno. Stimo l’apertura mentale di chi fa una scelta così: nel nostro contemporaneo, chiudere baracca per un anno, di per sé, ha già la dignità di un atto rivoluzionario.

Osh, meno di 300.000 abitanti, e 3000 anni di storia alle spalle, é la seconda città del Kirghizistan. Nemmeno cinque anni fa per le sue strade si sparava, come del resto lo si faceva e ancora lo si fa in altre zone del Fergana.
La Valle del Fergana, racchiusa tra le imperiose catene del Tian Shan, del Pamir e, a sud, dell’Hindu Kush, é il piú popolato altipiano agricolo fertile dell’Asia Centrale, terra che i sovietici videro bene di spezzare in tre parti (uzbeca, tagika e kirghisa) al fine di non dare a nessuna delle comunità locali un margine di sviluppo sulle altre. La divisione era il presupposto per il controllo; da sempre, quindi, nella valle ci sono conflitti etnici a tensione variabile.

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Ad Osh oggi non si spara piú, ma la città è povera e porta i segni morali e fisici degli scontri passati e del declino economico segnato dalla fine dell’impero sovietico. In città gli uzbeki sono maggioranza relativa (48% Uzbeki, 43% Kirghisi) e le tensioni talvolta si ripropongono. In centro  campeggiano ruderi, cantieri a cielo aperto, degrado diffuso. Guardando la città dall’alto della montagna di Salomone si ha l’impressione di un grande villaggio, più che di una città dal passato fiorente. C’é un bazar oggi completamente scombinato da una serie di lavori infrastrutturali che coinvolgono il centro: bancarelle infilate dentro palazzi in costruzione, tunnel sotteranei, container addossati o lungo il fiume. Il bazar sembra, comunque, l’unico vero centro di relazione e lavoro della città. Andandocene Tino sospira: ‘quando arriverà un centro commerciale anche qui, sarà finita’. Amaramente vero, il bazar da queste povere parti “é” spesso “il cuore” della città; rompere i legami che si sviluppano in questo ambiente potrebbe equivalere a tagliare il filo che lega tra loro i secoli di queste comunità.

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Aggirandoci in un parco incontriamo un gruppo di ventenni indiani. Ci incuriosiamo e così iniziamo a chiacchierare. Scopriamo che sono tutti studenti di medicina al primo anno dell’università kirghisa. Vengono qui perché da queste parti laurearsi é piú semplice e meno dispendioso. Le lezioni inoltre sono in russo e in inglese e questo favorisce l’afflusso di studenti anche da altri paesi della regione come Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka.

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Nel Fergana, come in generale nel sud del paese, gli impulsi dell’Islam si fanno piú vivi, si vede birra in giro con minor frequenza (elemento che ricerchiamo sempre con attenzione!) e torna a irrompere in città il richiamo del muezzin.

Città difficile da stanare Osh, senza un centro definito, con una popolazione meticcia. Bisognerebbe fermarsi di piú, addentrarsi, conoscere qualcuno del luogo che sappia parlarcene.

Il mattino della nostra partenza, verso le sei, tuona per le vie del centro un concerto itinerante di musica simil-balcanica: ottoni e percussioni suonano rompendo la notte e facendo entrare il giorno nelle nostre stanze. Tutti svegli col frastuono che si avvicina e si allontana; ulteriore elemento che ci fa ripartire con in testa più di qualche interrogativo su questa città.

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